Arriva un decreto sicurezza, il sesto

E anche questo, come i precedenti, rischia di portare a bizzarrie procedurali e conflitti tra il governo e Mattarella

Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi a un evento sulla sicurezza organizzato da Fratelli d'Italia a Bologna, il 21 febbraio 2026 (Guido Calamosca/LaPresse)
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi a un evento sulla sicurezza organizzato da Fratelli d'Italia a Bologna, il 21 febbraio 2026 (Guido Calamosca/LaPresse)
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A metà aprile, quando il parlamento stava per approvare un “decreto sicurezza”, ci furono molte polemiche per due ragioni principali: perché era il quinto provvedimento emergenziale dedicato allo stesso tema in tre anni e mezzo, e perché il metodo imposto da Giorgia Meloni era stato confuso e pasticciato, al punto da generare conflitti con la presidenza della Repubblica. Un mese e mezzo dopo, il governo sta per approvare un altro decreto sicurezza, il sesto, e anche in questo caso contraddicendo le indicazioni arrivate dal Quirinale.

Il nuovo decreto-legge, stando a quanto finora la maggioranza ha lasciato intendere, dovrebbe essere approvato in uno dei prossimi Consigli dei ministri, nel giro di un paio di settimane al massimo, e servirebbe a recepire il nuovo Patto europeo per le migrazioni e l’asilo, cioè il nuovo regolamento per la gestione dei migranti che è appena entrato in vigore.

Le nuove norme sono particolarmente restrittive: comprimono i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo e ampliano i poteri di espulsione e rimpatrio dei governi. Inoltre, consentono la costruzione di centri per il rimpatrio in paesi esterni all’Unione Europea, purché vengano rispettati alcuni standard minimi sui diritti umani, legittimando in sostanza l’esperimento fatto dal governo di Meloni coi centri in Albania (o quantomeno con uno dei due, quello di Gjader), costruiti a partire da un accordo del novembre del 2023 e tuttora largamente inutilizzati.

L’opposizione circonda i banchi del governo per protesta in occasione della conversione in legge del decreto sicurezza, alla Camera, il 21 aprile 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Perciò la convinzione del governo italiano è che si debbano introdurre o modificare delle norme per rendere operative le nuove regole europee. Qui c’è però una prima stranezza normativa. Il 5 febbraio, infatti, oltre al già citato decreto sicurezza, il Consiglio dei ministri aveva approvato un contestuale disegno di legge, sempre dedicato allo stesso argomento. Era stato uno stratagemma per far passare comunque alcune norme che Meloni aveva tentato di inserire nel decreto, ma che non avevano quel carattere di necessità e di urgenza che è il requisito abituale per i decreti-legge.

Un decreto-legge entra immediatamente in vigore, e il parlamento ha poi un tempo limitato, di 60 giorni, per convertirlo in legge, senza però poter davvero intervenire per modificarlo. Il disegno di legge ha invece tempi di analisi e di approvazione molto più lunghi. Per questo, anche su indicazione del presidente della Repubblica, alcune delle norme più procedurali (sui concorsi per l’assunzione e sugli avanzamenti di carriera all’interno delle forze dell’ordine) e di natura più propagandistica erano state trasferite nel disegno di legge.

Questo disegno di legge era stato infine ampliato qualche giorno dopo dal Consiglio dei ministri, l’11 febbraio, con una norma che attribuiva al governo la delega, cioè la competenza, di adottare entro sei mesi dei «decreti legislativi necessari al recepimento delle direttive UE e all’adeguamento ai nuovi regolamenti comunitari»: insomma, il governo si faceva carico del recepimento del nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo attraverso l’approvazione di decreti legislativi. I decreti legislativi vengono adottati dal governo su delega del parlamento, e hanno una natura sensibilmente diversa dai decreti-legge: vengono utilizzati per normare materie ampie e complesse, o appunto per recepire direttive europee.

Il decreto-legge che ora il governo fa sapere di voler approvare rischia di stravolgere un po’ questo impianto. Anzitutto, verrebbero trasferite proprio in questo provvedimento emergenziale le norme necessarie al recepimento del Patto europeo. Non che sia vietato o illegittimo farlo, ma significherebbe interrompere bruscamente la discussione che il parlamento era stato chiamato a fare sul precedente disegno di legge. Verrebbero dunque sospesi i lavori della commissione Affari costituzionali del Senato a cui il provvedimento era stato assegnato, che dal 13 maggio aveva avviato l’analisi del testo. Era stato anche deciso un primo ciclo di audizioni, cioè era stato stabilito quali dovevano essere gli esperti della materia chiamati a dare pareri e suggerimenti.

Si passerebbe inoltre dallo strumento della delega, in cui il parlamento ha un ruolo centrale nel decidere i parametri e i principi a cui attenersi, allo strumento del decreto-legge, per cui sarebbe il governo stesso a intervenire come ritiene più opportuno, di fatto aggirando le indicazioni di deputati e senatori.

C’è poi un’altra questione. Nel decreto-legge di cui nel governo si sta parlando in questi giorni sembra che confluiranno anche alcune norme controverse che a febbraio non era parso opportuno approvare con procedura d’urgenza, ed erano state spostate nel disegno di legge. Una tra queste era il cosiddetto blocco navale, o meglio «la temporanea interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali», che è in effetti un divieto di entrare nelle acque italiane, valido per un periodo tra i 30 giorni e i 6 mesi, in caso di minacce terroristiche, di pressione migratoria considerata eccessiva o di «emergenze sanitarie di rilevanza internazionale».

Proprio prendendo spunto da questo passaggio, il governo potrebbe ora giustificare la convinzione che ci sia necessità di agire con urgenza per evitare che la nuova epidemia di ebola si diffonda dall’Africa in Europa. Anche in questo caso, però, ci si troverebbe di fronte a un cortocircuito politico e giuridico: le norme che era parso doveroso spostare da un decreto-legge a un disegno di legge finirebbero per essere di nuovo trasferite in un decreto-legge, con probabili nuovi conflitti tra il governo e la presidenza della Repubblica.

D’altronde, la storia di questa legislatura è punteggiata di tensioni e scontri tra Meloni e Mattarella su questo tema. In parte perché i due hanno una visione molto diversa sui diritti e sull’integrazione. In parte per via di una ricorrente sciatteria da parte del governo nel legiferare sulla materia della sicurezza.

Solo per citare due dei casi più eclatanti. Nell’aprile del 2025 il governo fece una cosa del tutto irrituale: prese il testo di un disegno di legge sulla sicurezza che da quasi un anno e mezzo era in discussione in parlamento, oggetto di conflitti crescenti all’interno dei partiti della maggioranza e tra questi e il Quirinale, e lo ricopiò quasi integralmente in un nuovo testo che divenne un decreto-legge approvato ex novo dal Consiglio dei ministri, emendato delle parti che la presidenza della Repubblica aveva ritenuto inaccettabili.

Nell’aprile di quest’anno, invece, il governo ha combinato un altro mezzo pasticcio. Durante l’analisi parlamentare del decreto-legge sicurezza di febbraio, aveva introdotto una norma che introduceva un compenso economico, una sorta di premio, agli avvocati che assistono i migranti nelle pratiche di rimpatrio volontario, ma solo se il rimpatrio fosse andato a buon fine. La norma era stata contestata da molti avvocati, e poi anche dal presidente della Repubblica. E così il governo era stato costretto a un rimedio un po’ grottesco: in concomitanza con l’approvazione definitiva alla Camera del decreto-legge con la norma contestata, il Consiglio dei ministri aveva approvato un decreto-legge che modificava quella stessa norma, in sostanza rendendola inefficace prima ancora che entrasse in vigore, e solo così aveva ottenuto che il presidente della Repubblica promulgasse i provvedimenti.