Marco Cappato (Roberto Monaldo / LaPresse)
  • Italia
  • mercoledì 25 settembre 2019

Chi aiuta un suicidio non è sempre punibile, dice la Corte Costituzionale

La Consulta si è espressa sul caso di Marco Cappato, sotto processo per avere aiutato a morire Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo

Marco Cappato (Roberto Monaldo / LaPresse)

La Corte Costituzionale si è espressa oggi sul caso di Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni, accusato di avere aiutato Fabiano Antoniani, più conosciuto come dj Fabo, a suicidarsi: Antoniani era rimasto paralizzato e cieco dopo un incidente. Dopo giorni di udienza, la Corte ha stabilito che non è sempre punibile chi aiuta una persona a suicidarsi, cioè «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Nel febbraio 2017 Cappato, storico leader dei Radicali di Milano e promotore della campagna “Eutanasia legale”, aveva accompagnato Antoniani nella clinica svizzera dell’associazione Dignitas per il suicidio assistito, visto che in Italia la procedura era illegale. Era stato lo stesso Cappato a dare la notizia della morte di Antoniani, il 27 febbraio. Quella mattina Antoniani aveva scritto su Facebook: «Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato. Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco, grazie mille».

Dopo la morte di Antoniani, era iniziato il procedimento contro Cappato, che era stato accusato di avere violato l’articolo 580 del codice penale, che punisce chiunque determini «altri al suicidio o rafforzi l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevoli in qualsiasi modo l’esecuzione». Nel febbraio 2018 il tribunale di Milano aveva deciso che le accuse a Cappato dovevano essere valutate dalla Corte Costituzionale, dopo che la pm Tiziana Siciliano aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio, che prevede una pena fra i 6 e i 12 anni di carcere.

Nell’ottobre dello stesso anno la Corte aveva sospeso la sua decisione, annunciando che l’avrebbe esaminata solo nel settembre 2019 come richiesto dalla presidenza del Consiglio, per dare modo al Parlamento di legiferare in materia e approvare una «appropriata disciplina» sul suicidio assistito. Finora, comunque, non è stata approvata alcuna legge sul tema.

La Corte «ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente». Dopo la sentenza, Cappato ha detto: «La Corte costituzionale ha chiarito che era anche un suo diritto costituzionale per non dover subire sofferenze atroci. È una vittoria di Fabo e della disobbedienza civile, ottenuta mentre la politica ufficiale girava la testa dall’altra parte. Ora è necessaria una legge».

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