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  • Mercoledì 20 settembre 2023

Il sistema di accoglienza in Italia non funziona come dovrebbe

In sintesi: il problema non sono tanto gli arrivi quanto la carenza di strutture e risorse, inadeguate a gestirli

(ANSA/CIRO FUSCO)
(ANSA/CIRO FUSCO)
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Nell’ultima settimana all’hotspot siciliano di Lampedusa, che avrebbe una capienza di circa 400 posti, sono arrivati oltre 6mila migranti. È una situazione molto simile a quella del 2020, quando arrivarono 1.000 persone per appena 100 posti disponibili, mettendo in grossa difficoltà le associazioni che si occupano dell’assistenza.

I problemi che ciclicamente emergono in merito all’accoglienza, di cui si parla ormai da anni, fanno risaltare la distanza tra quanto auspicato e promesso dai governi e quanto, invece, succede realmente ogni giorno. Il sintomo più evidente di questi problemi è il sovraffollamento cronico delle strutture: il sistema non si è mai adattato agli arrivi crescenti, e all’aumento non è corrisposto un ampliamento dei centri o un rafforzamento del personale incaricato di occuparsene.

Inoltre, il sistema di accoglienza è problematico anche nel modo in cui è stato pensato: è strutturato in maniera piuttosto confusionaria, dato che le procedure di accoglienza sono regolate da diversi testi normativi che si sono stratificati nel tempo e che sono stati modificati più volte.

Le fasi del percorso di accoglienza, sulla carta
Secondo le leggi oggi in vigore, la prima struttura che i migranti incontrano non appena arrivati in Italia è quella dell’hotspot, o “punto di crisi”. Sono centri che si trovano nei pressi dei porti più trafficati, e sono attrezzati per effettuare le operazioni di prima assistenza, identificare i migranti e informarli sul percorso di asilo. Oggi sono attivi quattro hotspot in tutta Italia: a Lampedusa, Trapani, Pozzallo (Ragusa) e Taranto.

Dopo l’assistenza e l’identificazione negli hotspot, i migranti che intendono presentare domanda di asilo in Italia vengono trasferiti nei centri di prima accoglienza, detti CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), che sono nove su tutto il territorio nazionale e offrono circa 3mila posti. I migranti dovrebbero rimanere nei CARA finché la loro domanda di asilo non viene approvata o rigettata.

In seguito, i migranti che hanno ricevuto una qualche forma di protezione internazionale dovrebbero essere trasferiti nel sistema di seconda accoglienza: è la cosiddetta rete SAI, ossia una serie di strutture su tutto il territorio nazionale gestite dagli enti locali, in collaborazione con cooperative e associazioni del terzo settore (cioè attive nel sociale, senza scopo di lucro). Le strutture non garantiscono solo ospitalità ai richiedenti asilo, ma dovrebbero offrire anche percorsi di formazione e integrazione, per esempio corsi di italiano o progetti di inserimento lavorativo. Tutto è coordinato dal Servizio Centrale del SAI, istituito dal ministero dell’Interno ma affidato all’Associazione nazionale comuni italiani (ANCI).

Se invece la domanda di protezione internazionale viene rifiutata i migranti dovrebbero essere spostati nei Centri per il rimpatrio (CPR). Secondo le norme attuali i migranti irregolari possono essere trattenuti in queste strutture per un massimo di tre mesi, prorogabili di 45 giorni (anche se il governo di Giorgia Meloni ha deciso di allungare i tempi, ci torniamo). Al momento sono attivi nove CPR in tutta Italia, per un totale di circa 1.300 posti.

Questi passaggi costituiscono il percorso “ordinario” di accoglienza per tutti i migranti maggiorenni che arrivano in Italia e presentano richiesta di asilo. Nella pratica, però, quasi sempre le cose vanno diversamente.

Mancano gli hotspot
Partiamo da uno dei punti più problematici, gli hotspot. Quando gli arrivi aumentano la loro capienza non è quasi mai sufficiente, creando situazioni di incertezza tra i migranti e mettendo in grossa difficoltà le associazioni che gestiscono le strutture, come la Croce Rossa.

L’hotspot di Lampedusa, per esempio, ha una capienza massima di 400 persone, ma la scorsa settimana è arrivato a ospitarne più di seimila. Nonostante sia evidentemente inadeguato per soddisfare le esigenze del territorio, questo centro di primissima accoglienza non è mai stato ampliato a causa sia dell’opposizione dei residenti che del timore di vari ministri dell’Interno che un ampliamento e un miglioramento del centro potesse incentivare gli arrivi (tesi molto contestata dagli esperti di migrazione).

– Leggi anche: Il collasso del sistema di accoglienza a Lampedusa

Periodicamente si discute della possibilità (o necessità) di aprire nuovi hotspot o di ampliare quelli già attivi. Lo scorso maggio, per esempio, il commissario straordinario per l’immigrazione Valerio Valenti ha detto che il governo aveva «già individuato una decina di strutture da adattare a nuovi hotspot o da ampliare», ed era pronto a considerare l’idea di aprire «hotspot volanti» in alcune città «del Centro-Nord Italia». Nessuna misura è però stata presa per migliorare la situazione.

Il sovraffollamento nei CARA e l’accoglienza “straordinaria” nei CAS
Anche nei CARA, i centri in cui vengono trasferiti i richiedenti asilo, si pone un problema simile: le strutture sono sempre piene e ospitano molte più persone di quelle che dovrebbero. Per questo sono stati creati dei “Centri di accoglienza straordinaria” (CAS), che da anni ormai non hanno nulla di straordinario, anzi. Oggi sono attivi oltre 5mila CAS in Italia, che mettono a disposizione più di 80mila posti. Di fatto quindi la maggior dei migranti viene accolta in questi centri mentre attende l’esito della propria domanda di asilo, un processo che può richiedere diversi mesi.

Inoltre, spesso i migranti rimangono nei CAS anche dopo aver ottenuto l’asilo, perché tra l’accettazione formale della domanda e l’ottenimento materiale del permesso di soggiorno si apre un limbo che può durare mesi. A inizio agosto il ministero dell’Interno aveva inviato una circolare per chiedere ai prefetti di allontanare le persone che avevano ottenuto una protezione internazionale dai CAS, per far posto ai nuovi arrivati in attesa di risposta. Anche i CAS, infatti, sono spesso pieni.

– Leggi anche: Il governo vuole mandare via i rifugiati dai centri di accoglienza straordinari per migranti

L’accoglienza secondaria
Fino a qualche anno fa il sistema di seconda accoglienza (SAI) era probabilmente quello che funzionava in modo più efficiente. Nel SAI sono disponibili 43.449 posti, che però questa estate sono stati completamente riempiti. La situazione si è complicata ancora con l’entrata in vigore del cosiddetto “decreto Cutro”, approvato dal governo Meloni lo scorso maggio: mentre prima le strutture del SAI potevano ospitare anche i richiedenti asilo, ora queste sono accessibili solo a coloro che hanno già ricevuto una forma di protezione internazionale. In questo modo molte persone sono state escluse dal sistema di accoglienza, senza che venisse offerta loro un’alternativa.

Negli ultimi mesi la mancanza di posti in praticamente tutte le strutture adibite all’accoglienza dei migranti ha lasciato centinaia di persone senza un alloggio. A Trieste in estate quasi 500 migranti dormivano nelle piazze della città o nel Silos, una sorta di capannone vicino alla stazione ferroviaria privo di qualsiasi servizio essenziale.

Il modello dell’accoglienza diffusa
Una via alternativa a tutto questo è l’accoglienza diffusa, con cui i migranti vengono sistemati in appartamenti di persone e famiglie che si rendono disponibili, oppure in piccole strutture messe a disposizione dai comuni o dalle associazioni di volontariato. Il modello prevede anche che siano attivati percorsi di formazione individuali per favorire l’integrazione sociale e lavorativa.

Secondo alcune associazioni umanitarie, come il Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS), l’accoglienza diffusa sarebbe un modello valido soprattutto perché punta a integrare il prima possibile i rifugiati nella nuova comunità di cui fanno parte, permettendo loro di diventare persone indipendenti e autonome: almeno in teoria, con l’accoglienza diffusa i migranti possono andare a lavorare, spostarsi, fare la spesa, andare a scuola o fare sport senza dover dipendere dagli operatori di un centro di accoglienza.

Tuttavia alcuni politici locali e nazionali, soprattutto dei partiti di destra, sono tradizionalmente restii ad adottare questa modalità e sostengono che finora abbia portato a risultati deludenti. Il segretario della Lega per il Veneto, Alberto Stefani, ha detto per esempio che l’accoglienza diffusa «ha dimostrato di non essere un sistema vincente, ma di creare problemi» soprattutto perché i comuni «non hanno gli strumenti» necessari per organizzarla correttamente. Il presidente leghista del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, l’ha definita un «grandissimo fallimento».

I centri per i rimpatri
Negli anni i CPR si sono dimostrati inefficaci e inutilmente costosi per lo Stato, che ne appalta la gestione ad aziende private, e sono stati duramente criticati dalle associazioni che si occupano di diritti umani per le condizioni disumane e degradanti in cui si trovano le persone detenute.

Nonostante le critiche, questa settimana il governo di Giorgia Meloni ha annunciato che intende allungare a 18 mesi il tempo di permanenza massimo nei CPR e costruirne uno in ogni regione, tra le proteste di molti presidenti di regione, anche quelli di centrodestra.

Non è chiaro però in che misura questa decisione possa migliorare il sistema dei rimpatri, che è sempre stato fallimentare a causa soprattutto della mancanza di accordi internazionali con i paesi d’origine dei migranti, condizione essenziale per avviare la procedura. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2021 sono state rimpatriate forzatamente 3.420 persone, in calo rispetto alle 6.425 del 2018.

– Leggi anche: Tutti i problemi dei CPR

Le eccezioni e i “movimenti secondari”
Il percorso appena descritto è quello più comune, ma ci sono le eccezioni. Per esempio a seconda del paese di provenienza una persona migrante che arriva in Italia può ricevere un trattamento diverso: vale per gli ucraini dopo l’inizio della guerra, e valeva per gli afghani nel 2021. Anche l’età può essere un fattore: l’accoglienza dei minori non accompagnati segue procedure diverse. Ma il problema del sovraffollamento si ripresenta anche in questo caso.

È importante comunque ricordare che non tutte le persone che arrivano in Italia si fermano per presentare domanda d’asilo. In questo caso si parla di “movimenti secondari”, con cui i migranti che entrano nell’Unione Europea non si trattengono nel paese di primo arrivo, ma proseguono in modo irregolare verso la loro destinazione finale. Per questo un gran numero di persone che arriva in Italia finisce per chiedere asilo in Francia, in Germania o in altri paesi europei. Anche se le regole internazionali non lo permetterebbero, il governo fa poco o nulla per arginare questi spostamenti, dato che il sistema di accoglienza già fatica a farsi carico di chi decide volontariamente di rimanere in Italia.