(Hugh Pinney/Getty Images)
  • Cultura
  • giovedì 9 Settembre 2021

Perché in inglese grafia e pronuncia sono così irregolari

Se lo “spelling” è così imprevedibile dipende soprattutto da come si diffuse la stampa a caratteri mobili in Gran Bretagna

(Hugh Pinney/Getty Images)

Nel 1920 venne pubblicato per la prima volta un breve componimento dello scrittore olandese Gerard Nolst Trenité intitolato The Chaos, che aveva un solo scopo: riunire e mostrare alcune delle irregolarità più incomprensibili della pronuncia in inglese, accostando per esempio parole come heart, hear e heard, che si scrivono in modo quasi identico ma si pronunciano in modo molto diverso.

Il componimento si concludeva con un invito ad arrendersi (“Hiccough has the sound of cup, my advice is to give up!”, che sottolinea come la parola per “singhiozzo” abbia un suono simile a quello per “tazza”) e in effetti l’ortografia inglese può sembrare priva di logica a chi non l’ha mai studiata a fondo, e più ostica rispetto a quella della gran parte delle altre lingue. Questo nonostante l’inglese sia quella più parlata al mondo. I motivi di questa caratteristica sono principalmente storici, legati alle numerose influenze che l’inglese ha subìto e all’invenzione della stampa.

Il magazine Aeon in un saggio scritto dalla linguista Arika Okrent ha ricostruito i passaggi salienti che hanno portato l’inglese a essere così difforme nella pronuncia rispetto alla lingua scritta. «In un pomeriggio ci si può approcciare alle regole di pronuncia dell’italiano, dello spagnolo, del tedesco, dello svedese, dell’ungherese, del lituano, del polacco e di molte altre, e verosimilmente arrivare a leggere un testo in una di queste lingue, anche senza capirlo» scrive Okrent, mentre «la complessità dell’inglese gioca in un altro campionato».

Uno dei motivi per cui il sistema inglese che norma la pronuncia e l’ortografia è così incoerente ha a che fare con le sue origini: l’inglese moderno è un discendente diretto della lingua germanica parlata dalle tribù anglosassoni, che abitavano la Gran Bretagna nel V secolo dopo Cristo. Dopo circa tre secoli arrivarono i Vichinghi che ibridarono la lingua con il loro norreno, cioè l’antico norvegese. Dopo ancora – nel 1066 – vennero i Normanni dalla Francia, che aggiunsero il francese all’equazione. Nei secoli successivi l’inglese continuò a mescolarsi con elementi di altre culture, da quelle continentali europee a quella celtica e latina, in un mix del tutto casuale e dettato dalle abitudini dei parlanti.

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Tuttavia, non è questo l’unico aspetto che distingue la storia dell’inglese. Anche nel resto dell’Europa – fino a pochi secoli prima controllato dall’impero romano – c’erano popoli con lingue proprie che subìvano costanti contaminazioni, e che peraltro erano dominati da altri popoli con altre lingue. Si pensi per esempio agli spagnoli, che furono dominati dagli arabi per gran parte del Medioevo e che comunque, oggi, parlano una lingua con un sistema fonetico coerente e di comprensione relativamente facile. La lingua spagnola ha accolto una gran quantità di vocaboli arabi, ma non per questo ha regole ortografiche incoerenti.

A contribuire di più all’inglese attuale fu l’invenzione e la diffusione della stampa a caratteri mobili in Europa, che coincise con una fase particolare dell’evoluzione della lingua inglese. «L’ascesa della stampa catturò l’inglese in un momento in cui c’era un vuoto normativo tra la lingua parlata e quella scritta» scrive Okrent. «Se fosse avvenuta prima, o dopo, magari quando alcuni dei processi in corso si fossero consolidati, le cose sarebbero potute andare in modo diverso».

Durante i primi periodi in cui l’inglese cominciò ad adottare l’alfabeto latino (cioè dal VII secolo in poi, circa) la pronuncia delle parole non era così diversa dal modo in cui venivano scritte. All’epoca erano soprattutto i monaci e i missionari a scrivere, traducendo i testi sacri in latino per declamarli durante le celebrazioni: data la loro funzione, la trascrizione dei testi dei monaci era quanto più possibile simile al parlato. Nonostante i vari dialetti e le varie trascrizioni fossero in parte diversi tra loro, con il passare del tempo emerse comunque qualcosa di simile a uno standard, una letteratura tutto sommato omogenea. Tutto ciò subì un’improvvisa interruzione con la conquista normanna del 1066.

Nei tre secoli successivi, scrive Okrent, tutto il sistema dell’inglese scritto che si stava formando scomparì. Dato che i normanni parlavano francese, stabilirono quella come lingua ufficiale dello stato e di tutte le sue attività, mentre quella della Chiesa era rimasta naturalmente il latino. L’inglese quindi rimase vivo solamente tra le persone comuni, era in sostanza il linguaggio della quotidianità, e quando cominciò a riemergere come lingua scritta – solamente tre secoli dopo – l’uso lo aveva modificato profondamente.

A quel tempo uno standard per la trascrizione delle parole inglesi non esisteva, e la stessa parola poteva essere scritta in molti modi differenti a seconda dello scrivente: Okrent fa l’esempio della parola people che poteva essere scritta peple, pepill, poeple ma anche poepul.

Poco più di un secolo dopo il tedesco Johannes Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili, che ebbe conseguenze enormi sul lungo periodo. Tra le conseguenze minori ci fu che un mercante di nome William Caxton aprì un’officina tipografica nel 1476, la prima in Inghilterra, e si cominciò a pensare a come stampare libri in inglese, che potenzialmente avevano un pubblico più vasto rispetto a quelli in latino, compreso solo da una ristretta minoranza di intellettuali e religiosi. Non c’era nessuno standard scritto a cui rifarsi, né dizionari, e perciò le prime stampe furono fatte rispondendo soprattutto alle esigenze dei tipografi: produrre un libro vendibile e farlo nel modo più veloce possibile.

La professione tipografica ebbe quindi un ruolo importante nel fissare lo standard dell’inglese scritto che emerse in quegli anni: alcune parole vennero accorciate o cambiate per il semplice fatto che una trascrizione era più facile da comporre e riprodurre rispetto a un’altra, senza badare troppo a rappresentare fedelmente il modo in cui la parola era pronunciata. Parallelamente, cominciò a formarsi un pubblico sempre più ampio di lettori e lettrici che si abituarono a certe forme piuttosto che ad altre, un altro fattore che contribuì a fissare lo standard di scrittura, indipendente dalla corrispondenza tra pronuncia e trascrizione.

Il risultato di tutto ciò è che la trascrizione di certe parole si affermò per motivi più o meno casuali, come è il caso della parola ghost, la quale venne trascritta con l’acca semplicemente per via dell’influenza fiamminga che avevano subìto i primi operai tipografici, addestrati nelle Fiandre. Nell’inglese antico infatti la parola era pronunciata gast, per cui l’acca che è sopravvissuta oggi non ha una vera funzione fonetica.

A complicare ulteriormente la situazione c’è un fenomeno chiamato “grande spostamento vocalico”, che consiste in un lento cambiamento del modo in cui certe vocali venivano pronunciate. Anticamente, per esempio, le “a” di make e di name non erano pronunciate come oggi, ma in maniera più simile a quella di father. Poi con il tempo quella “a” è diventata una “e” nella pronuncia e dopo ancora si è allungata in “ei”, ma questa lenta trasformazione non influenzò il modo in cui quelle parole venivano trascritte.

In sostanza, spiega Okrent, prima della diffusione della stampa uno scrivente inglese aveva una sua ortografia che poteva variare a seconda del dialetto locale. Con la diffusione dei primi testi stampati, si diffuse in varie città una trascrizione più omogenea, ma il modo in cui veniva percepita e letta poteva essere radicalmente diverso a seconda della zona, e tale situazione portò, alla fine, a un insieme di regole e abitudini di pronuncia profondamente irregolari.

«Se l’inglese fosse stato posteriore alla stampa a caratteri mobili, se l’alfabetizzazione fosse stata meno diffusa, la lingua avrebbe potuto sviluppare un proprio sistema di trascrizione da zero e con un’idea più organica di quali suoni rappresentare e come. Ma quando un nuovo strumento esce fuori, non si aspetta di capire qual è il modo migliore di usarlo e non ci si preoccupa delle conseguenze che può avere. Si parte e basta».

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