Una dipendente del museo Tate Britain di Londra davanti a "PC Harry Daley" di Duncan Grant (1930, a sinistra) e "Portrait of Pat Nelson" di Edward Wolfe (anni Trenta) durante la presentazione della mostra "Queer British Art 1861-1967", inaugurata nell'aprile del 2017 e organizzata in occasione dei cinquant'anni dalla decriminalizzazione dell'omosessualità nel Regno Unito. (AP Photo/ Matt Dunham)

Il linguaggio segreto usato nella comunità gay nell’Inghilterra di metà Novecento

Storia del polari, celebrato e criticato allo stesso tempo, e rimasto nell'inglese di oggi con alcune parole di uso comune

Una dipendente del museo Tate Britain di Londra davanti a "PC Harry Daley" di Duncan Grant (1930, a sinistra) e "Portrait of Pat Nelson" di Edward Wolfe (anni Trenta) durante la presentazione della mostra "Queer British Art 1861-1967", inaugurata nell'aprile del 2017 e organizzata in occasione dei cinquant'anni dalla decriminalizzazione dell'omosessualità nel Regno Unito. (AP Photo/ Matt Dunham)
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Tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, in alcuni gruppi e comunità del Regno Unito era piuttosto diffuso l’utilizzo del polari, un linguaggio segreto che serviva alle persone gay e queer per comunicare negli spazi pubblici senza farsi capire dagli altri e che contribuì a formare una certa sottocultura. Come è successo a diverse altre lingue o consuetudini sviluppate per esigenze simili in contesti repressivi, il polari ha smesso di essere rilevante con l’avvento dei movimenti di rivendicazione delle identità LGBTQIA+ ed è anche stato criticato per il suo “effetto ghettizzante”: tuttavia, è rimasto nell’inglese di oggi attraverso alcune parole di uso comune.

Il polari, che era parlato soprattutto a Londra, è una sorta di slang caratterizzato da una mescolanza di termini italiani, romeni e di altre derivazioni integrati nella lingua inglese. Si sviluppò a partire da una lingua pre-esistente chiamata “parlyaree” – dall’italiano “parlare” – che era associata per lo più a viaggiatori e artisti itineranti, e poi venne adottata anche da gruppi di piccoli criminali, mendicanti e prostitute.

Negli anni il polari assorbì elementi di altre lingue o parlate dialettali, come lo yiddish e il Cockney, ma conteneva anche termini dello slang dell’aeronautica militare americana e parole pronunciate al contrario. Anche se era utilizzato principalmente da uomini gay, era conosciuto anche dalle lesbiche e dagli uomini che impersonavano le donne a teatro nelle cosiddette “mollyhouse”, cioè le taverne e i locali segreti dove si incontravano e frequentavano le persone gay e queer, in particolare a Londra.

Come ha raccontato a BBC Radio4 Justin Bengry, che insegna Storia Queer all’Università Goldsmith di Londra, questo linguaggio si sviluppò in un contesto in cui il Criminal law emendment act del 1885 aveva criminalizzato l’omosessualità, considerandola un atto osceno come la sodomia, che era già un reato. In questo periodo, il polari era usato per mascherare la propria sessualità in pubblico ed evitare di essere riconosciuti e segnalati alle autorità. Ma fu anche fondamentale per la costruzione dell’identità gay e queer attraverso riti e modi di comunicare che sono simili a quelli che sono poi stati adottati in molte altre comunità LGBTQIA+.

Bengry ha spiegato che nelle mollyhouse si celebravano rituali parodici della vita eterosessuale, come finti matrimoni o finti parti, in cui gli uomini davano alla luce cucchiai di legno che rappresentavano i neonati; ma soprattutto le persone gay o queer si ribattezzavano con nomi alternativi effeminati o camp – un concetto che per semplificare molto ha al suo centro l’estetica dell’esagerazione e dell’appariscente – e si costruivano per così dire un’identità autentica, seppur segreta. Il polari, che il professore di Linguistica dell’Università di Lancaster Paul Baker ha definito «una forma di humour» piena di ironia e sarcasmo, era un modo per nutrire una sottocultura forte e unita in una società piena di abusi e discriminazione.

– Leggi anche: Storia e lotte dentro l’acronimo LGBTQIA+

Il polari serviva soprattutto per descrivere e rappresentare le persone della comunità gay e queer, oppure per fare gossip o trovare un partner sessuale. Per questo gran parte dei termini che sono stati inventati o che hanno assunto un significato diverso col polari hanno a che fare con parti del corpo o con l’aspetto fisico.

Alcuni termini tipici di questo linguaggio sono per esempio “omi” (uomo), “palone” (donna), “omi-palone” (uomo gay), “bona” (bello o bella) e “naff” (terribile, senza carattere). Tra le parole del polari che sono molto utilizzate ancora oggi ci sono “dolly” (carino o carina), “slap” (trucchi), “cottage” (un bagno pubblico usato per fare sesso), ma anche “bitch”, che esisteva già e in polari era utilizzato nel senso di uomo gay o effeminato, “ogle” (guardare con desiderio) e “trade” (un partner con cui fare sesso).

Per fare qualche esempio, «bona lallies» voleva dire “un bel paio di gambe”, mentre «pumping Irenie» significava avere un “corpo bello in forma”. «Vada the naff strides on the omee ajax» voleva dire “guarda gli orribili pantaloni dell’uomo qui vicino”, mentre «Nah da to varda in the larder» poteva significare “non c’è cibo nel frigorifero”, ma anche che la persona che l’interlocutore guardava con interesse tutto sommato non era niente di che.

«So bona to vada…oh you! Your lovely eek and your lovely riah» invece è parte di un ritornello della canzone del 1990 di Morrissey “Piccadilly Palare”, che si può tradurre con “Che bello vedere… oh, te! Il tuo bel viso e i tuoi bei capelli” (“riah” è un esempio di parola al contrario, “hair”). In un altro ritornello Morrissey è ancora più esplicito sulla fonte dello strambo linguaggio che ha usato: “Il Piccadilly Palare/ era solo uno sciocco slang/ tra me e i ragazzi della mia gang/ non potresti capirci/ mentre parliamo Palare”.

Oggi il polari non è parlato più da nessuno. Negli anni Sessanta era stato reso celebre dal programma di BBC Radio Round the Horne, una serie di sketch in cui i comici Kenneth Williams e Hugh Paddick interpretavano i personaggi di Julian e Sandy, che parlavano una versione semplificata e riadattata del linguaggio. Con la decriminalizzazione dell’omosessualità nel 1967 e l’avvento dei movimenti per la rivendicazione dei diritti della comunità LGBTQIA+, questo linguaggio cominciò a servire sempre meno, fino a scomparire praticamente del tutto. Già il fatto che fosse per così dire emerso dalla sua segretezza e fosse arrivato a essere conosciuto da un pubblico più ampio era un segnale che le cose stavano cambiando.

Per dare l’idea, Baker ha raccontato che nel 2000 aveva intervistato 800 persone gay e che la metà di loro non ne aveva mai sentito nemmeno parlare.

Bengry ha fatto notare che oggi le persone della comunità LGBTQIA+ continuano a «giocare con la lingua, l’irriverenza e il divertimento per celebrare le loro comunità» e molte di loro devono ancora fare affidamento su codici, gergo e slang per rimanere sicure, come accade nelle Filippine con lo swardspeak o con il gayle in alcune comunità gay in Sudafrica. Tuttavia l’eredità del polari viene vista in maniera ambivalente: alcuni pensano che sia importante per la storia della comunità LGBTQIA+ e pertanto lo celebrano attraverso libri e rappresentazioni, mentre altri sostengono che sia un linguaggio sciocco e anacronistico.

Già negli anni Settanta alcuni attivisti avevano parlato del polari sulla rivista gay Lunch come del prodotto di un periodo repressivo che aveva contribuito a ghettizzare le persone gay e queer anziché farle sentire più libere. I più giovani in particolare lo vedevano come un linguaggio stereotipato e offensivo e in netto contrasto con le idee di “pride” e della libera espressione della loro sessualità che stavano cominciando ad affermarsi.

L’artista Mark Wardel, che collaborò tra gli altri con David Bowie, ha raccontato all’Huffington Post che negli anni Ottanta non c’era più bisogno di segretezza, e che in quel periodo usare un linguaggio in codice avrebbe attirato molta più attenzione rispetto a un linguaggio standard. Oggi il polari viene citato occasionalmente in qualche libro o in qualche film e compare nei nomi di locali, negozi o attività collegate alla comunità LGBTQIA+. Dal 2008 al 2014 era brevemente esistita anche una rivista queer chiamata appunto Polari.

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