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  • Venerdì 27 novembre 2020

In Francia, Spagna e Germania le scuole sono aperte

Nonostante il peggioramento dell'epidemia la frequenza delle lezioni in presenza è stata garantita, diversamente da quanto fatto in Italia

Studenti entrano a scuola a Pamplona, in Spagna. (AP Photo/ Alvaro Barrientos)
Studenti entrano a scuola a Pamplona, in Spagna. (AP Photo/ Alvaro Barrientos)

Nell’ampio dibattito che riguarda le restrizioni imposte in vari paesi per contenere la diffusione dei contagi da coronavirus, quelle sulla frequentazione delle scuole sono state tra le più discusse. In Italia – dopo mesi di polemiche – da alcune settimane si sta alternando l’insegnamento in classe alla didattica a distanza, a seconda della fascia di età degli studenti, per limitare le situazioni di maggior rischio di diffusione del virus: in altri paesi europei, però, nonostante l’epidemia non vada molto meglio sono state fatte scelte diverse. In Spagna, Francia e Germania le scuole sono rimaste aperte e sono state trovate strategie per minimizzare i rischi.

Di recente il direttore della sezione Europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Hans Kluge, ha detto che in questo momento è necessario «garantire la formazione ai nostri figli»: secondo l’OMS, con le giuste misure di sicurezza e l’impiego di protezioni individuali si possono evitare sia i periodi di quarantena sia le chiusure delle scuole, che dovrebbero essere «l’ultimo rimedio» a cui ricorrere per contenere la diffusione dei contagi. A fine ottobre, quando già da qualche tempo in Europa si parlava di una “seconda ondata”, sul sito di Nature fu pubblicato un articolo in cui si diceva che secondo i dati raccolti dagli scienziati le scuole non sembravano essere fonte di particolari infezioni. Anche il recente rapporto di UNICEF sottolinea come tenere le scuole aperte comporti più benefici rispetto a chiuderle, seppur con le dovute misure di prevenzione e purché venga garantito un efficace tracciamento dei contatti.

Germania
Lo scorso 25 novembre la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha annunciato il prolungamento delle restrizioni introdotte a fine ottobre almeno fino al 20 dicembre: anche se con la seconda ondata è stata ordinata la chiusura di diverse attività – tra cui bar e ristoranti, strutture sportive e teatri – per il momento le scuole rimangono aperte. A partire dalla scorsa primavera la maggior parte delle scuole tedesche aveva adottato un modello ibrido tra formazione in classe e la didattica a distanza. Le piattaforme sviluppate negli ultimi mesi possono facilitare lo studio da casa o almeno lo svolgimento dei compiti, ma le linee guida tedesche prevedono che le lezioni vengano svolte in presenza finché sarà possibile: attualmente infatti la formazione a distanza è raccomandata soltanto ai ragazzi che sono considerati soggetti a rischio o che vivono con persone che potrebbero sviluppare sintomi gravi più facilmente.

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Il giornale tedesco DW ha spiegato che la decisione di tenere le scuole aperte è stata molto discussa anche in Germania e che comunque ogni “land” – ciascuno degli stati federati della Germania – ha autonomia per introdurre ulteriori restrizioni; ha anche raccontato che secondo diverse associazioni di insegnanti e genitori la didattica a distanza non è una soluzione che può essere efficace per lunghi periodi di tempo senza essere integrata con la formazione in presenza. Per questa ragione in diverse scuole si stanno preparando dei piani alternativi nell’eventualità che vengano introdotti lockdown parziali e che verrebbero adottati a seconda dei possibili diversi scenari.

Il preside di una scuola primaria, Christian Eberhard, ha detto che per esempio nel suo istituto è stata studiata una forma di «apprendimento collaborativo» che verrebbe introdotta con modalità diverse in base a quattro possibili scenari di contagio: alcuni alunni di una classe in quarantena, una classe intera in quarantena, insegnanti in quarantena o scuola chiusa del tutto. Il modello studiato dalla scuola prevede lezioni digitali di un’ora al massimo, sia per ridurre la fatica negli studenti sia per alleggerire il compito degli insegnanti; gli studenti poi dovrebbero utilizzare le piattaforme di didattica e aiutarsi tra di loro collaborando in piccoli gruppi attraverso il telefono, programmi di videochiamate o via e-mail; naturalmente, verrebbero seguiti da un insegnante quando necessario.

Francia
A fine ottobre il presidente francese Emmanuel Macron aveva annunciato l’introduzione di un nuovo lockdown di almeno un mese per frenare la diffusione dei contagi: la Francia era il primo grande paese europeo a reintrodurre un lockdown nazionale dopo quello applicato durante la “prima ondata” della pandemia, ma la grossa differenza rispetto alla scorsa primavera era stata che le scuole sarebbero rimaste aperte. Le Monde ha scritto che prima del lockdown gli istituti chiusi nel paese erano 27 su 61mila e le classi in quarantena 293 su oltre 528mila. Il ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, aveva detto che la decisione di tenere aperte le scuole era stata presa tenendo in considerazione i «danni» causati dalle chiusure e anche per evitare il rischio dell’abbandono scolastico.

Durante il lockdown nelle scuole è stato introdotto un protocollo sanitario rafforzato che prevede l’obbligo di indossare la mascherina a partire dai 6 anni e richiede alle scuole superiori di considerare la possibilità della didattica a distanza per gli studenti più vulnerabili. Tutti i tipi di scuole, inoltre, devono far rispettare il distanziamento fisico di almeno un metro in classe, in mensa e negli uffici, e organizzare ingressi, uscite e turni di ricreazione scaglionati.

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Da fine novembre le restrizioni imposte in Francia inizieranno a essere allentate gradualmente, ma esiste un piano di continuità educativa che prevede anche la didattica a distanza e verrà messo in atto nel caso di future chiusure, parziali o totali, nelle aree in cui si dovessero riscontrare focolai particolarmente grossi. Nella cosiddetta “Ipotesi 1”, cioè quella in cui in una particolare area si dovesse osservare una circolazione attiva del virus, sono previsti il ripristino del protocollo sanitario e di un modello di insegnamento ibrido; nella cosiddetta “Ipotesi 2”, che si verificherebbe quando si dovesse riscontrare una circolazione “molto attiva” in una certa zona, sono previste la chiusura di tutte le scuole dell’area e l’adozione della didattica a distanza.

Spagna
El País ha scritto che la riapertura delle scuole prevista per la fine dell’estate faceva paura: mentre in Italia le cose stavano andando relativamente bene, la situazione dei contagi in Spagna aveva già fatto discutere governo e regioni di possibili nuovi lockdown. A inizio ottobre, circa tre settimane dopo la riapertura di tutte le scuole nel paese, però, alcuni studi avevano evidenziato che le scuole avevano inciso in maniera minima sulla diffusione dei contagi.

Secondo Julián Olalla, medico e presidente del comitato scientifico al primo Congresso Nazionale per il COVID-19, che si è tenuto lo scorso settembre, i contagi sono stati contenuti grazie al protocollo di sicurezza che è stato introdotto in tutti gli istituti scolastici; come ha spiegato Olalla al País, sono stati fondamentali il fatto che in ogni istituto ci sia una “commissione covid” e che gli insegnanti abbiano contribuito tra le altre cose a far rispettare l’uso della mascherina, il distanziamento fisico e a organizzare turni di ingresso e uscita scaglionati.

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Sebbene i contagi nelle scuole siano più bassi, questo non vuol dire che non ce ne siano o che si debba abbassare la guardia. Secondo i dati pubblicati dal ministero della Salute spagnolo a inizio novembre, le scuole sono il terzo posto dove il virus si diffonde maggiormente nel paese (12 per cento dei casi) dopo i centri socio-sanitari, tra cui le residenze per anziani, (21 per cento) e i luoghi di lavoro o quelli dove ci si ritrova con amici e parenti (insieme, circa il 22 per cento). In Spagna tuttavia la situazione non è stata giudicata così preoccupante da far decidere al governo di chiudere le scuole. Per esempio, il consigliere all’Istruzione della comunità autonoma di Madrid, Enrique Ossorio, ha osservato che la maggior parte dei contagi nell’area era stata riscontrata alla ripresa dell’anno scolastico, e che il numero dei casi registrati è andato via via abbassandosi dalla metà di ottobre in avanti.