(Tomohiro Ohsumi/Getty Images)
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  • domenica 26 Luglio 2020

Come vanno le cose a Fukushima

Nove anni dopo l'incidente nucleare, i lavori procedono lentamente e le Olimpiadi sono viste come un'occasione per riqualificare il territorio, ma alcuni manifestanti non sono d'accordo

(Tomohiro Ohsumi/Getty Images)

Il 17 marzo 2017 si annunciò che lo stadio di Azuma, a Fukushima, avrebbe ospitato degli eventi sportivi in occasione delle Olimpiadi di Tokyo del 2020. Lo stadio si trova a circa 90 km dall’impianto nucleare di Fukushima Daiichi, dove nel 2011 ci fu il secondo incidente nucleare più grave della storia, causato da un terremoto e dallo tsunami che seguì.

Le Olimpiadi, inizialmente programmate per il 2020, sono state rimandate a causa dell’epidemia da coronavirus e cominceranno il 21 luglio del 2021. Per il governo giapponese rappresentano un’occasione per dimostrare che il paese si è ripreso dalla catastrofe di Fukushima, malgrado la lentezza a cui stanno procedendo i lavori di bonifica. L’autorità sanitaria di riferimento delle Nazioni Unite e un’organizzazione non governativa che si occupa di scienza hanno detto che non c’è pericolo a passare del tempo nelle zone vicino a Fukushima.

Gli oppositori al progetto delle Olimpiadi di Tokyo però accusano il primo ministro Shinzō Abe di gestire i lavori di bonifica privilegiando l’immagine del Giappone all’esterno del paese rispetto alla salute e ai diritti degli ex abitanti delle zone colpite e al buon compimento dei lavori stessi.

Lo stato dei lavori
Poco dopo l’incidente, l’11 marzo 2011, il governo giapponese sostenne che entro 40 anni, al prezzo di 21.500 miliardi di yen, cioè circa 170 miliardi di euro, si sarebbe riusciti a bonificare la centrale. Nel 2017 queste previsioni furono definite distanti dalla realtà e eccessivamente ottimiste da specialisti del settore nucleare.

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Un problema da risolvere fu la gestione dell’acqua contaminata che la centrale produceva in continuazione: sia quella usata per il raffreddamento dell’impianto sia quella delle falde acquifere contaminate dalle perdite nucleari nel terreno sotto ai reattori danneggiati. La Tokyo Electric Power Company (Tepco), l’azienda proprietaria della centrale e che sta portando avanti i lavori di decontaminazione, si occupò di diminuire la quantità d’acqua che veniva contaminata attraverso un sistema di drenaggio del terreno.

Nel 2013 inoltre annunciò il progetto di costruire una “parete di ghiaccio” congelando il terreno sotto i tre reattori danneggiati tramite una rete di tubi metallici dove circolava un liquido a temperatura molto bassa, per impedire la contaminazione dell’acqua nel terreno. L’annuncio arrivò pochi giorni prima della riunione della Commissione che poi scelse Tokyo come città ospitante delle Olimpiadi del 2020, e per questo fu criticata da alcuni che la videro come una mossa vistosa, troppo costosa e dall’efficacia non garantita, finalizzata solo a dare l’impressione che la situazione fosse sotto controllo.

La costruzione cominciò a marzo 2015 e un anno dopo era praticamente finita. I lavori continuarono però fino al 2018 per congelare alcuni punti del terreno che presentavano particolari difficoltà.

Attraverso questi sistemi la contaminazione dell’acqua è stata ridotta, ma non annullata completamente. A oggi i lavori producono circa 100 tonnellate di acqua contaminata al giorno, contro le 400 stimate se non ci fossero i sistemi di contenimento. Quest’acqua è immagazzinata in serbatoi dove viene lentamente purificata da tutte le sostanze tossiche tranne il trizio, una variante radioattiva dell’idrogeno che ad ora risulta impossibile eliminare, quindi non può essere rilasciata nell’ambiente. Si prevede però che lo spazio nei serbatoi finisca entro il 2022.

A febbraio un gruppo di consulenti del ministero dell’Industria ha consigliato che il metodo migliore per liberare spazio sia smaltire l’acqua purificata nell’oceano, dopo che il ministro dell’Ambiente aveva già affermato questa necessità lo scorso settembre. Lo smaltimento nell’oceano è ritenuto preferibile all’evaporazione, per il momento l’unica alternativa immaginata: il trizio presente nell’acqua di scarto della centrale, a concentrazione già bassa, diventerebbe completamente innocuo una volta diluito nell’immensità di acqua presente nell’oceano.

Il compito principale dei lavori di bonifica è rimuovere dall’interno della centrale le barre di combustibile, cioè cilindri di materiale radioattivo in cui, durante il normale funzionamento della centrale, si svolge la fissione nucleare in modo controllato producendo energia. L’incidente ha fatto perdere il controllo dell’attività dei combustibili, che sono quindi diventati molto radioattivi e devono essere rimossi e trasportati in un luogo sicuro per essere bonificati.

A causa delle altissime temperature e della radioattività gli esseri umani non possono avvicinarsi ai reattori, quindi la ricostruzione dei danni viene fatta tramite ricognizione di robot. Le condizioni però sono talmente sfavorevoli che anche i robot spesso non funzionano bene o si rompono.

Ad aprile 2019 cominciò la rimozione di barre di combustibile nucleare dalle vasche di combustibile esausto (cioè a bassa radioattività) all’esterno di uno dei reattori. La Tepco previde che ci avrebbe messo due anni a svuotare quella vasca e trasportare i materiali in un luogo sicuro dove non fossero a rischio in caso di terremoto. Coerentemente con queste previsioni, oggi i lavori sono ancora in corso.

Chi è responsabile dell’incidente?
Nel 2015 due comitati cittadini ottennero che fossero aperte delle indagini contro tre dirigenti della Tepco accusati di responsabilità nella morte di 44 persone attribuita alle evacuazioni «improvvise e spesso caotiche», perché aspettarono due mesi prima di comunicare che c’era stata la fusione del nocciolo del reattore (cioè che avevano perso il controllo dell’attività radioattiva dei combustibili). Secondo l’accusa, se avessero avvisato prima ci sarebbe stato il tempo di organizzare meglio l’evacuazione delle persone più fragili, come i pazienti degli ospedali.

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Seguendo un altro iter giuridico, la corte distrettuale di Fukushima stabilì nel 2017 che l’incidente fosse prevedibile, anche se molto improbabile, e condannò quindi Tepco e il governo a rimborsare gli ex abitanti delle zone evacuate, ma le indagini sui tre dirigenti della Tepco si conclusero a settembre dell’anno scorso con l’assoluzione di tutti e tre.

Rischi
Nel 2014 il Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti dichiarò che non ci sarebbe stata quasi nessuna conseguenza dell’incidente sulla salute degli abitanti del territorio né dei lavoratori.

Nello specifico, non bisognava aspettarsi «cambiamenti rilevanti nel numero di casi di cancro né di malattie ereditarie dovute a radiazioni in conseguenza dell’incidente nucleare di Fukushima», né un aumento di malattie o deformazioni alla nascita. Ipotizzò però un leggero aumento nei casi di tumore alla tiroide nei bambini e suggerì di monitorare i casi. Queste previsioni furono confermate dal Comitato nel 2015 e nel 2016.

Nonostante le previsioni ottimiste del comitato, nel settembre del 2018 un operaio morì di cancro ai polmoni dopo aver lavorato presso la centrale in almeno due occasioni successive all’incidente. Il governo riconobbe che la sua morte era stata una conseguenza dell’incidente e accettò di pagare un risarcimento alla famiglia e ad alcuni altri operai che fecero domanda.

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Inoltre, in due occasioni negli ultimi anni gli ex abitanti dei territori evacuati hanno dichiarato di avere troppa paura degli effetti delle radiazioni per tornare a vivere nelle loro vecchie case: quando l’anno scorso fu riaperta una parte di Okuma, città vicina alla centrale che era stata evacuata dopo l’incidente, soltanto il 3% circa degli abitanti tornò.

A marzo di quest’anno anche la città di Futaba, a 4 km dalla centrale, è stata riaperta, anche se per il momento ospita solo i lavoratori della centrale perché le infrastrutture della città non sono in grado di riaccogliere la popolazione. Ma secondo un sondaggio citato dal Guardian solo il 10% dei vecchi abitanti ha intenzione di tornare. Sia nel caso di Okuma che in quello di Futaba decidono di rientrare principalmente persone anziane molto legate al territorio.

Anche SafeCast, un’organizzazione non governativa che si occupa di divulgazione scientifica, ha espresso dei giudizi rassicuranti riguardo la pericolosità dei territori vicini a Fukushima, dove ha eseguito delle misurazioni del livello radioattivo negli ultimi anni. Azby Brown, volontario dell’organizzazione e professore di architettura a Tokyo, l’anno scorso ha spiegato alla BBC che «si può ricevere una dose di radiazioni dieci volte maggiore durante un lungo volo aereo che nella maggior parte delle zone di Fukushima».

Critiche
I territori vicini a Fukushima non attirano più né residenti né turisti perché sono associati al ricordo della tragedia e provocano una sfiducia istintiva, non per timori basati su fonti scientifiche. Il governo quindi userà le Olimpiadi per sollevare lo stigma dal territorio e incoraggiare il turismo che dovrebbe permettere la ripartenza economica del territorio.

Ma una piccola parte della popolazione giapponese non è d’accordo sul fatto che questo approccio sia quello giusto, e preferirebbe che il governo investisse nel sostegno materiale alle 16mila vittime dell’incidente restate senza casa e non sul costoso progetto delle Olimpiadi, che avrà conseguenze benefiche sull’economia dei territori ma non sulla qualità di vita delle vittime.

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Questa minoranza manifesta da diversi anni chiedendo che vengano annullate le Olimpiadi, ma il governo non ha dato segni di volerla ascoltare, insistendo sul fatto che grazie a esse il territorio di Fukushima, e il Giappone in generale, potrà smettere di essere associato con un incidente avvenuto quasi dieci anni fa e uscire dall’immobilità nella quale si trova attualmente.

Quasi sicuramente, quindi, lo stadio di Fukushima l’anno prossimo ospiterà le partite di apertura di softball il 21 e il 22 luglio e quelle di baseball il 28 luglio, come comunica sul suo sito.