(Sean Gallup/Getty Images)

Guida alle elezioni europee in Germania

Saranno le ultime da cancelliera per Angela Merkel, e forse quelle che porteranno un europarlamentare tedesco alla guida della Commissione

(Sean Gallup/Getty Images)

Il 26 maggio, i seggi elettorali in Germania saranno aperti per eleggere i deputati europei. Come in tutti gli altri 27 paesi europei sono in discussione argomenti importanti: vincoli ambientali contro il cambiamento climatico, quote di rifugiati per tutti i paesi europei ed esercito dell’Unione Europea – solo per citarne alcuni. Ma queste saranno soprattutto le ultime elezioni europee da cancelliera per Angela Merkel, che ha annunciato che si ritirerà nel 2021.

Quasi 65 milioni di persone in Germania hanno diritto al voto: circa 61 milioni sono tedeschi, mentre gli altri quattro milioni sono cittadini che provengono da tutti gli altri paesi UE. Qualunque cittadino comunitario abbia avuto la residenza principale in Germania per almeno tre mesi e abbia almeno 18 anni può votare.

Gli europarlamentari tedeschi saranno 96 su un totale di 751: la Germania elegge il maggior numero di deputati a Strasburgo e Bruxelles perché è il paese più popoloso dell’Unione: è quindi probabile che il partito tedesco che otterrà più voti sarà anche quello con la delegazione più numerosa al Parlamento Europeo. I partiti che si sono presentati alle europee al momento sono 41, uno in meno rispetto alle elezioni federali del 2017, ma quelli che otterranno almeno un seggio, se i sondaggi ci prendono, sono questi: la CDU/CSU di Angela Merkel, i Socialdemocratici, i Verdi, l’Alternative für Deutschland (di estrema destra), i liberali dell’FDP e la sinistra radicale. Secondo i sondaggi, la CDU/CSU dovrebbe risultare il partito più votato col 30 per cento, mentre al secondo e al terzo posto dovrebbero esserci Verdi e Socialdemocratici.

I principali partiti tedeschi e i loro programmi per le europee

CDU-CSU

Manfred Weber. (Alexander Koerner/Getty Images)

L’Unione cristiano democratica (CDU) e l’Unione cristiano sociale (CSU) sono sempre state storiche alleate. A Berlino governano insieme da anni, ma all’europee avevano sempre corso separatamente: almeno fino a quest’anno, in cui entrambi i partiti hanno presentato lo stesso programma e considerando che il principale capolista della CSU è anche il candidato alla presidenza della Commissione Europea del Partito Popolare, il gruppo politico di centrodestra al Parlamento Europeo dove siedono entrambi i partiti. Come consolidato dopo anni di alleanza, la CSU si presenterà solo in Baviera, la sua roccaforte, mentre la CDU in tutti gli altri 15 Länder.

Negli ultimi tempi, però, la coalizione di centrodestra ha subito molte battute d’arresto a livello nazionale – come ad esempio alle elezioni regionali in Assia e in Baviera – cosa che ha portato alle dimissioni della cancelleria Angela Merkel dal suo ruolo di presidente della CDU. A dicembre Merkel è stata sostituita da Annegret Kramp-Karrenbauer, che ha un’idea di Unione Europea molto legata ai rapporti fra i singoli stati membri, e meno a un’istituzione centralizzata (come ha spiegato due mesi fa in una lettera aperta a Emmanuel Macron).

Il programma di CDU e CSU è intitolato “La nostra Europa si fa forte. Sicurezza, pace e prosperità”. Il nucleo del programma si occupa molto di distanziarsi dai partiti populisti e nazionalisti che si stanno affermando un po’ in tutto il continente. Anche le migrazioni occupano uno spazio importante nel programma di centrodestra: nel 2015 Merkel aveva deciso di accogliere in Germania oltre un milione di profughi siriani in fuga dalla guerra, ma così facendo si era progressivamente alienata una parte del suo elettorato, che si è poi avvicinato al partito xenofobo e islamofobo di AfD.

Da qualche tempo anche la posizione della CDU si è irrigidita: da un lato, si chiede che le frontiere esterne europee vengano meglio tutelate da Frontex – l’agenzia per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli stati membri dell’Unione Europea; dall’altro, ritengono che l’Unione dovrebbe fare di più per la lotta contro l’immigrazione clandestina e il traffico di esseri umani.

SPD

La ministra per la Giustizia tedesca e capolista del Partito socialdemocratico, Katarina Barley. (Michele Tantussi/Getty Images)

Il Partito Socialdemocratico (SPD) è in profonda crisi da diverso tempo, nonostante a Berlino governi con CDU e CSU in quella che i media hanno rinominato la Grosse Koalition (o GroKo in breve) e nonostante a Bruxelles sia uno dei partiti più importanti all’interno dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici (il gruppo europeo in cui tra gli altri si trova anche il PD). Nei sondaggi l’SPD è dato tra il 15 e il 16 per cento, la percentuale più bassa dal dopoguerra ad oggi.

I candidati di punta sono la ministra della Giustizia, Katarina Barley, per metà inglese e sposata con un francese, e Udo Bullman, l’attuale capogruppo dell’Alleanza dei socialdemocratici a Strasburgo.

I punti principali del programma dei socialisti – comuni ad altri partiti europei della stessa famiglia politica – sono l’introduzione di un salario minimo in ogni stato dell’Unione, l’armonizzazione delle tasse finanziarie e societarie, la creazione di un sistema di redistribuzione dei migranti che sia veramente comunitario, la riduzione di fondi europei per paesi che non rispettano lo stato di diritto (come ad esempio Polonia e Ungheria), e la creazione di un ministro degli Esteri europeo. Un altro punto molto importante per l’SPD è che il Regno Unito continui a far parte dell’Unione anche dopo Brexit e che questa continui a lavorare per permettere l’ingresso dei paesi dei Balcani Occidentali.

I Verdi

Ska Keller e Sven Giegold, capolista del partito dei Verdi tedesco. (Carsten Koall/Getty Images)

I Verdi sono diventati ormai il secondo partito in Germania, secondo i sondaggi: hanno ottenuto ottimi risultati nelle recenti elezioni regionali in Assia e in Baviera e molto probabilmente avranno la delegazione maggiore all’interno del gruppo dei Verdi europei. Uno dei motivi del loro successo è l’aver mantenuto una posizione netta e favorevole sia all’immigrazione sia a un’Unione Europea sempre più integrata, oltre che una certa credibilità quando parlano di ambiente; inoltre non hanno mai abbandonato le loro posizioni politicamente liberali per lasciare spazio a quelle più populiste, conservando quindi i propri elettori “storici”. I due candidati di punta sono Ska Keller e Sven Giegold, entrambi già eurodeputati della scorsa legislatura: Keller è anche una delle due candidate dei Verdi Europei per la presidenza della Commissione assieme all’olandese Bas Eickhout, ed è una politica molto conosciuta ed influente in Germania.

Tra le proposte principali del partito c’è una riforma delle procedure europee per richiedere lo status di rifugiato per evitare che i migranti finiscano nelle mani di scafisti, così come delle procedure di rimpatrio che devono essere accelerate e rese più efficienti: i Verdi inoltre si oppongono all’allargamento – e armamento – di Frontex che era stato deciso in una delle ultime sessioni di questo parlamento. Ovviamente il loro programma pone grande attenzione all’ambiente: vogliono una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, la cosiddetta carbon tax. Propongono anche una tassa per le grandi aziende del digitale, un’idea che di recente sta ottenendo molti consensi fra le forze progressiste al Parlamento Europeo.

AfD

Jorg Meuthen. (Ronny Hartmann/Getty Images)

Alternative für Deutschland è un partito di estrema destra populista ed euroscettico fondato nel febbraio del 2013 da un professore di macroeconomia all’Università di Amburgo, che negli ultimi anni, soprattutto dopo la crisi migratoria del 2015, è diventato sempre più importante. Al momento al Parlamento Europeo ha solo due deputati, che siedono nello stesso gruppo del Movimento 5 Stelle, ma i sondaggi lo danno oltre il 10 per cento e molto probabilmente contribuirà con un buon numero di europarlamentari al partitone dei sovranisti assieme alla Lega di Matteo Salvini e al Rassemblement National di Marine Le Pen.

I due leader Jorg Meuthen e Alexander Gauland si sono schierati contro una possibile uscita della Germania dall’Unione, ma tra le altre cose vorrebbero l’abolizione di Schengen e del Parlamento Europeo (perché ritengono che la competenza legislativa dovrebbe tornare agli stati), e se fosse possibile anche dell’euro. Inoltre sono contrari alla nascita di una possibile politica migratoria comune europea. Di fatto sono per una riforma radicale dell’Unione, che secondo loro dovrebbe dirigersi verso una serie di trattati multilaterali in cui i singoli stati tornino ad agire indipendentemente senza un organismo sovranazionale a cui cedere sovranità.

FDP

Un manifesto elettorale del Partito liberale. (Sean Gallup/Getty Images)

I liberali tedeschi hanno scelto come capolista Nicola Beer, che è anche una che è anche un membro del cosiddetto “Team Europe” dell’ALDE, il gruppo dei liberali al Parlamento Europeo. L’ALDE infatti ha deciso di non scegliere un singolo candidato presidente della Commissione – sembra per adeguarsi ai critici del processo con cui viene scelto, fra cui c’è soprattutto Emmanuel Macron.

Beer è di un europeismo piuttosto pragmatico: vuole ad esempio che la politica di difesa e di rappresentanza esterna dell’Unione siano più snelle e burocraticamente agili. I tagli alla burocrazia sono uno dei pallini fissi dei liberali: vogliono tagliare 10 commissari (attualmente sono 28) e una delle due sedi del Parlamento Europeo (proposta su cui spinge molto anche il Movimento 5 Stelle, in Italia). Vorrebbero anche redigere una Costituzione europea comune a tutti i paesi dell’Unione: l’ultima volta che ci si provò nel 2003, il progetto fallì per i referendum consultivi in Francia e Paesi Bassi dove vinsero i no, e da allora quasi nessuno ha più tirato fuori l’argomento (anche perché nel 2007 fu approvato il Trattato di Lisbona, che riprende molti dei temi della mai nata Costituzione).

Die Linke

Katja Kipping, co-leader di Die Linke, e Gregor Gysi, candidato alle elezioni europee. (Jens Schlueter/Getty Images)

Die Linke – la sinistra tedesca – ha scelto come candidato di punta Gregor Gysi, uno dei membri più importanti del partito, che tra le altre cose è anche presidente del Partito della Sinistra Europea, il gruppo europeo dove siedono tutti i partiti di sinistra europei. Nonostante le posizioni antieuropeiste di molti membri della Sinistra Europea, Gysi è riuscito a far prevalere una linea più positiva e integrazionista, specialmente in opposizione a partiti di estrema destra il cui scopo sarebbe quello di “distruggere l’Europa”.

Uno dei punti del programma della Sinistra è quello di rendere gratuito il trasporto pubblico per tutti per combattere in modo efficiente il cambiamento climatico (anche se non sempre rendere gratuiti i mezzi comporta una diminuzione delle auto private, come mostra l’esempio di Tallinn). Frontex, uno dei temi più controversi in Germania, dovrebbe essere sciolta e al suo posto bisognerebbe istituire un servizio civile europeo per il soccorso marittimo. Anche la Sinistra, come i Verdi, spinge affinché l’Europa crei dei corridoi umanitari legali per i richiedenti asilo.

Weber contro Timmermans

Rispetto all’Italia, dove il dibattito della campagna elettorale per le europee si gioca soprattutto su temi nazionali, in Germania il ruolo del Parlamento Europeo è molto sentito, così come quello di presidente della Commissione (anche per il notevole peso specifico che hanno parlamentari e commissari tedeschi). Uno dei principali candidati – che al momento è anche il favorito – a succedere a Jean-Claude Juncker è il bavarese Manfred Weber, esponente dell’Unione Cristiano Sociale (CSU), lo storico alleato conservatore della CDU della cancelliera tedesca Angela Merkel, e capogruppo del Partito Popolare Europeo dal 2014.

Martedì 7 maggio a Colonia si è tenuto il primo dibattito elettorale tra i due candidati favoriti alla presidenza della Commissione: Weber appunto, e Frans Timmermans, che fa parte del Partito socialdemocratico olandese ed è il candidato del’S&D, l’altro gruppo più numeroso al Parlamento Europeo. Timmermans è il primo dei vicepresidenti della Commissione sotto Juncker ed è stato ministro degli Esteri dei Paesi Bassi. Parla sette lingue e ha una lunga carriera politica e diplomatica alle spalle, iniziata nell’esercito olandese e proseguita per molti anni nel parlamento olandese.

Manfred Weber e Frans Timmermans durante il primo dibattito tra i principali candidati alla presidenza della Commissione Europea. (Malte Ossowski/SVEN SIMON/picture-alliance/dpa/AP Images)

Il dibattito tra i due era stato organizzato di modo che entrambi avessero solo 45 secondi per rispondere a ciascuna domanda, tra quelle poste da 130 spettatori, scelti per rappresentare in modo trasversale l’elettorato europeo. Ciò ha provocato un rapido scambio di battute, in cui sia Timmermans che Weber si sono posizionati in modo molto chiaro su singole questioni.

Entrambi sono grandi sostenitori del progetto europeo, ma anche se sembrano molto vicini per le idee che esprimono su alcune questioni si sono scontrati duramente, come sulla gestione dei cambiamenti climatici (Timmermans ha addirittura paragonato il PPE ai “dinosauri” dicendo che sono rimasti molto indietro sul tema) e sull’introduzione di una green tax, cioè una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, e di una tassa sul cherosene per gli aerei. Più in generale negli ultimi tempi Weber sta cercando di riposizionarsi al centro, dopo che per mesi aveva tenuta aperta la porta per una eventuale alleanza del Partito Popolare con i partiti cosiddetti “populisti”.

Weber, inoltre, è diventato candidato alla presidenza della Commissione Europea grazie al sostegno di Angela Merkel; che però è arrivato diversi mesi fa, quando Merkel non aveva ancora iniziato la sua parabola discendente (che poi ha portato all’annuncio del ritiro). Bisognerà capire se quando si tratterà di scegliere il nuovo presidente, fra settembre e ottobre, Merkel avrà ancora il capitale politico necessario per giocare un ruolo importante e se deciderà di usarlo per sostenere nuovamente Weber: al momento l’europarlamentare è conosciuto soltanto da un elettore tedesco su quattro e non ha nessuna familiarità con capi di stato e di governo, cosa che ha generato un po’ di scetticismo sulle sue reali possibilità di diventare presidente della Commissione.

Il sistema elettorale tedesco

I 96 europarlamentari tedeschi sono eletti attraverso un sistema proporzionale senza soglia di sbarramento. Nelle elezioni del parlamento tedesco, invece, la soglia per i partiti è al 5 per cento. La stessa soglia fu applicata alle elezioni europee fino al 2009 ma è stata dichiarata incostituzionale nel 2011. I cittadini tedeschi hanno diritto a un solo voto con il quale possono scegliere una sola lista di un partito o di un movimento politico, senza preferenze. Le liste dei candidati sono chiuse e possono essere nazionali – la stessa lista per tutti gli stati federali – o regionali. Oltre ai candidati, i partiti nominano anche un candidato sostituto per ogni nome della lista: nel caso infatti in cui un parlamentare eletto non possa portare a termine il mandato il suo posto verrà preso dal suo sostituto. Nel caso in cui non ci siano sostituti nominati viene considerato l’ordine della lista elettorale, come in tutti gli altri paesi europei.

Vi presentiamo il Wahl-O-Mat

Cercare i programmi elettorali dei partiti sui siti dei giornali tedeschi è molto complicato. Uno dei motivi principali è che dal 2002 in Germania esiste uno strumento che aiuta gli elettori a capire quale partito è più affine a loro sui temi politici scottanti del momento. Si chiama Wahl-O-Mat ed è un’applicazione sviluppata dall’Agenzia Federale per l’Educazione Civica, usata per la prima volta nelle elezioni generali del 2002 (allora era semplicemente un sito). Da allora il Wahl-O-Mat è stato usato più di 71 milione di volte.

Di fatto è strutturato come una specie di test in cui all’utente vengono presentate i temi principali della campagna elettorale a cui si può rispondere «sono d’accordo», «non sono d’accordo», «posizione neutrale». Per le europee l’applicazione prevede 38 domande che vanno dalla questione dell’esercito europeo, all’euro, alla creazione di un’FBI europea. Nell’ultimo passaggio si inseriscono i partiti tra cui si è indecisi per sapere come si posizionano rispetto ai temi più sentiti. In questo modo gli elettori tedeschi possono mettere direttamente a confronto le posizioni dei partiti sui temi europei. Infine l’app suggerisce quale partito risulta il più affine alle posizioni dell’elettore.

Lo strumento è considerato molto utile se non si ha proprio la minima idea di cosa andare a votare, ma in molti lo hanno criticato per essere troppo semplicistico.

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Questo articolo fa parte di una serie di guide alle elezioni europee del 2019. Qui trovate tutte le altre pubblicate finora.

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