Perché tutti ce l’hanno con la riforma Fornero?

Cosa c'è nella riforma delle pensioni approvata nel 2011 e cosa potrebbe accadere se venisse abolita o "superata"

La maggioranza del Parlamento, formata da Lega, Movimento 5 Stelle e Forza Italia, ha in comune un punto del programma: la necessità di abolire o almeno “superare” la riforma Fornero, cioè l’attuale sistema che stabilisce l’età per andare in pensione nel nostro paese. Negli scorsi cinque anni anche il Partito Democratico è stato molto critico nei confronti della riforma e ha approvato numerose leggi per permettere a determinate categorie di aggirarne le disposizioni. Come mai la riforma Fornero è così osteggiata e quanto è facile e costoso passare a un altro sistema?

Cosa prevede la riforma Fornero?
La riforma venne approvata nel dicembre del 2011 dal governo Monti in un momento particolarmente drammatico per l’economia italiana. La riforma si trovava all’articolo 24 del cosiddetto “decreto Salva Italia”, la prima norma introdotta dal governo Monti, di cui la riforma delle pensioni costituiva il punto principale. La riforma fu presentata come un cambiamento necessario, per lo stato dei nostri conti pubblici, anche se doloroso. Il “decreto Salva Italia” venne convertito in legge con i voti del Partito Democratico e di gran parte del centrodestra, con l’eccezione della Lega e di alcuni singoli parlamentari.

La riforma Fornero, sostanzialmente, allunga i tempi necessari per andare in pensione. In sostanza, ha introdotto questi cambiamenti:

• Estensione del metodo contributivo: le pensioni vengono erogate a tutti sulla base dei contributi effettivamente versati e non sull’importo dell’ultimo stipendio;
• Aumento di un anno dell’età per la pensione anticipata (attualmente 41 anni e 10 mesi di contributi);
• Aumento dell’età per la pensione di vecchiaia: minimo 20 anni di servizio e 67 anni di età a partire dal 2019;
• Adeguamento dell’aspettativa di vita non più triennale ma biennale, a partire dal 2019;
• Allungamento dell’età pensionabile delle lavoratrici, per renderla nel tempo uguale a quella dei lavoratori;

Inizialmente accolta piuttosto bene dall’opinione pubblica, che alla fine del 2011 era molto preoccupata dai rischi derivati dalla situazione economica e dalla crisi della zona euro, è stata poi criticata in maniera sempre più trasversale. Scritta in fretta e in un momento di emergenza, la riforma Fornero non dedicava sufficiente attenzione ad alcune categorie particolarmente delicate: per esempio i cosiddetti “esodati”, persone che avevano accettato il licenziamento in cambio di aiuti economici per arrivare fino all’età della pensione. Con l’entrata in vigore della riforma questi esodati si sono trovati in un limbo, un lungo periodo scoperto sia dagli assegni frutto dell’accordo che da quelli pensionistici (il termine “esodato” è stato successivamente utilizzato per identificare genericamente tutti coloro che si sono trovati senza lavoro a pochi anni dall’età pensionabile).

Nel corso del 2012, quando l’emergenza economica è rientrata, le forze politiche hanno iniziato a criticare in maniera sempre più forte la riforma Fornero, incontrando terreno fertile nell’elettorato italiano, formato in una parte sostanziosa da persone anziane o vicine all’età pensionabile. In particolare la Lega di Matteo Salvini è diventata l’avversario principale della riforma Fornero e della stessa ministra, contro la quale ha spesso lanciato attacchi personali e promosso manifestazioni e proteste in alcuni casi molto aggressive. Per “superare” la riforma Fornero, Salvini ha proposto di introdurre quelle che sono state ribattezzate “quote 100” e “quote 41”. Significa la possibilità di andare in pensione quando la somma di età e contributi arriva a cento (per esempio 40 anni di contributi e 60 anni di età) e, in ogni caso, dopo aver raggiunto 41 anni di contributi. Sono solo abbozzi di proposte, per il momento non supportate da analisi particolarmente approfondite.

Cosa significa abolire la riforma Fornero?
La riforma Fornero venne introdotta per rispondere a due esigenze. La prima: dare un segnale ai mercati internazionali sulla volontà di riformare in profondità lo Stato italiano e di implementare misure di austerità da parte del governo Monti. La seconda: correggere quella che da molti era ritenuta una grave stortura del sistema previdenziale italiano, che nel medio termine avrebbe potuto pregiudicare la tenuta dei conti pubblici italiani (il sistema era economicamente insostenibile, in pratica). Anche se molti sostengono che la riforma avrebbe potuto essere introdotta in maniera più morbida e prestando maggior attenzione a casi come quello degli esodati, la maggior parte degli esperti concorda che la riforma Fornero sia riuscita a raggiungere gli effetti che si prefiggeva.

Per esempio, uno dei punti fondamentali della riforma – e che probabilmente si perderebbe in una cancellazione – è l’adeguamento alle aspettative di vita: in sostanza più aumenta la vita media degli italiani, più l’età pensionabile viene automaticamente aumentata. L’adeguamento esiste dal 2009 ma è stato reso più stringente negli anni successivi, in particolare dalla riforma Fornero, che ha anche stabilito che dovrà essere aggiornato ogni due anni a partire dal 2019, al posto degli attuali tre. Questa disposizione è ritenuta una delle più importanti per mantenere sostenibile il sistema. Carlo Mazzaferro, professore di Economia all’università di Bologna, ha scritto su lavoce.info: «L’aggancio automatico dell’età della pensione alle aspettative di vita è una politica ragionevole se non si vuole mettere in discussione la stabilità finanziaria del sistema pensionistico».

Secondo Tito Boeri, presidente dell’INPS, abolire la riforma Fornero costerebbe circa 15 miliardi di euro l’anno e potrebbe arrivare a un impatto totale sulle finanze pubbliche di 85-100 miliardi nel giro di pochi anni. Stimare il costo effettivo della sua abolizione però è molto difficile, perché bisognerebbe sapere con precisione quale sistema pensionistico la sostituirà. Le cifre che si vedono citate, come la stima di Boeri, si riferiscono a un ritorno al sistema precedente. Per il momento non abbiamo molti dettagli che permettano di fare simulazioni accurate sui piani di Lega, Forza Italia e Movimento 5 Stelle, che hanno parlato molto di superamento e abolizione della legge Fornero ma non hanno mai spiegato davvero cosa intendano fare dopo – se non genericamente permettere agli italiani di andare in pensione prima – e con quali soldi farlo.

Il giornalista del Foglio Luciano Capone ha raccontato poche settimane fa come diverse istituzioni internazionali ritengano che gli spazi per manovre di questo tipo siano molto ridotti:

«Il Fmi segnala che non solo non ci sono soldi per cancellare la riforma Fornero, ma che servono ulteriori interventi per recuperare risorse da sacche di eccessiva “generosità” del sistema previdenziale – assegni elevati senza contributi corrispondenti, pensioni di reversibilità più alte d’Europa – perché le proiezioni sulla sostenibilità delle pensioni si basano su proiezioni ottimistiche: un tasso di disoccupazione che dovrebbe scendere a livelli bassissimi e una crescita superiore a quella dei decenni precedenti»

Chi invece sostiene la necessità di non toccare la riforma Fornero di solito ricorda che la spesa italiana per le pensioni è già oggi la più alta di tutti i paesi sviluppati. Gli anziani, inoltre, in Italia sono tra i più benestanti e meno a rischio di povertà; e godono anche di una vasta rappresentanza sindacale, visto che tutti i maggiori sindacati italiani sono formati per la maggior parte da pensionati (un caso sostanzialmente unico al mondo). In molti ricordano che l’età di pensione legale prevista dalla riforma Fornero, che sarà 67 anni a partire dal 2019, riguarda solo una piccola percentuale di coloro che vanno in pensione.

Grazie alle pensioni anticipate, che come abbiamo visto permettono di andare in pensione dopo aver versato poco più di 41 anni di contributi, e alle molte altre eccezioni previste dalle riforme pensionistiche che si sono stratificate negli anni, l’età di pensione effettiva in Italia, cioè l’età a cui le persone vanno realmente in pensione, è intorno ai 62 anni: già oggi tra le più basse d’Europa.

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