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  • venerdì 22 dicembre 2017

I risultati delle elezioni in Catalogna, spiegati

Avete presente quel film, "Il giorno della marmotta"? Ecco: siamo dove eravamo, ma qualcosa abbiamo capito

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti
Carles Puigdemont a Bruxelles, 22 dicembre 2017 (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

Ieri si è votato in Catalogna, alla fine di una delle campagne elettorali più eccezionali e imprevedibili degli ultimi anni in Europa. Le elezioni erano state convocate dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, dopo l’inizio di una grave crisi tra governo catalano e stato spagnolo: cioè dopo il referendum sull’indipendenza della Catalogna dell’1 ottobre e la successiva dichiarazione d’indipendenza approvata dal Parlamento catalano, entrambe giudicate illegali dal governo spagnolo. Il voto di ieri, nelle intenzioni di Rajoy, avrebbe dovuto disinnescare il progetto indipendentista, ma le cose sono andate diversamente.

Il blocco indipendentista – formato da Junts per Catalunya (JxCat), la lista dell’ex presidente Carles Puigdemont, Esquerra Republicana (ERC), la sinistra indipendentista dell’ex vicepresidente Oriol Junqueras, e la CUP, la sinistra radicale – ha ottenuto di nuovo la maggioranza parlamentare: 70 seggi, due in più di quelli necessari per controllare il Parlamento catalano. Sono partiti diversissimi, dal centrodestra all’estrema sinistra, che sono coalizzati solo sulla base della posizione comune a favore dell’indipendenza. Gli indipendentisti però non hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, così come era successo alle ultime elezioni, nel 2015, e si sono fermati al 47,49 per cento. La lista più votata del blocco indipendentista è stata quella dell’ex presidente Carles Puigdemont, che però da settimane si trova a Bruxelles, in Belgio, per evitare di essere giudicato dai tribunali spagnoli per i reati di ribellione e sedizione, che prevedono fino a 30 anni di carcere. Non è chiaro, quindi, chi sarà il prossimo presidente della Catalogna o come sarà fatto il nuovo governo.

I risultati elettorali in Catalogna in una grafica pubblicata dal quotidiano spagnolo Diario: l’unica maggioranza parlamentare possibile sembra essere quella formata da JxCat, ERC e la CUP (70 deputati), mentre il partito più votato e che ha ottenuto più seggi è stato C’s (Ciutadans). Il PSC (Partito socialista catalano) ha ottenuto 17 seggi, il PP (Partito popolare catalano) 3 seggi, En Comú-Podem (coalizione di forze vicine a Podemos) 8 seggi

Quindi, che succede ora?

Il giorno della marmotta
Dopo la grave crisi politica che ha coinvolto per settimane il governo catalano guidato da Carles Puigdemont e lo stato spagnolo, il voto indetto da Rajoy e tenuto ieri ha mostrato chiaramente una cosa: rispetto alle elezioni del 2015 è cambiato poco o niente. Gli indipendentisti catalani hanno ottenuto di nuovo la maggioranza assoluta dei seggi, ma non dei voti: governeranno di nuovo, ma di nuovo non avranno la legittimità politica e sociale per agire in via unilaterale. Il Partito Popolare, la forza politica che governa in Spagna, si è dimostrato ancora una volta estremamente impopolare in Catalogna, perdendo per giunta quasi la metà dei pochi consensi che aveva messo insieme nel 2015. Ma questa non è una novità per la politica spagnola, e anzi è stato in qualche modo un vantaggio per i Popolari in questi anni, come avevamo spiegato qui:

I leader locali del PP catalano sono i più impopolari in ogni sondaggio, ma lo stesso partito nazionale non ha grande interesse a investire in Catalogna per cambiare la situazione. Come ha scritto il catalano Ton Vilalta sul Lavoro Culturale, «la storia elettorale spagnola degli ultimi 20 anni ci insegna che il PP non ha bisogno di ottenere buoni risultati in Catalogna per governare in Spagna. […] In più, mostrarsi inflessibili di fronte alle rivendicazioni dei nazionalisti catalani è spesso redditizio in termini di consenso nel resto del paese. Al contrario, la geografia elettorale spagnola impone a un ipotetico governo alternativo, composto da PSOE e/o Podemos, di ottenere un ottimo risultato in Catalogna per avere i numeri per governare». Questo fa sì che i partiti con ambizioni nazionali diversi dal PP, come PSOE e Podemos, entrambi rappresentati nel Parlamento catalano, debbano ogni volta trovare un modo per mettere insieme un discorso che possa funzionare sia in Catalogna che nel resto della Spagna. E non è facile.

Se si guardano i dati elettorali dei due blocchi – indipendentista e anti-indipendentista – i risultati di ieri sono molto simili a quelli ottenuti alle elezioni del 2015, da cui era uscito il governo di Carles Puigdemont: l’indipendentismo ha vinto, ma non abbastanza; l’anti-indipendentismo ha perso, ma non del tutto.

Antón Losada, opinionista del Diario, ha scritto: «In Catalogna coesistono due minoranze maggioritarie e a entrambe mancano le percentuali e la legittimità per promuovere in maniera unilaterale i propri obiettivi o bloccare in maniera permanente le domande dell’altra minoranza». L’impressione è che la politica catalana sia di nuovo in una situazione di stallo e che il governo spagnolo, nonostante la dura reazione degli ultimi mesi, si ritrovi punto e a capo.

I due vincitori: Puigdemont e Arrimadas
Nonostante le complicazioni della politica catalana, si può dire con certezza una cosa. Al di là dei blocchi, ci sono stati dei vincitori politici: Carles Puigdemont e Inés Arrimadas. L’homepage del quotidiano spagnolo Confidencial di questa mattina diceva: «Gana Arrimadas, vence Puigdemont» («ganar» e «vencer» significano «vincere», con sfumature diverse).

Il partito di Arrimadas, Ciutadans, ha ottenuto ieri un risultato senza precedenti. Ciutadans fu fondato in Catalogna nel 2005 e negli anni successivi ottenne buoni risultati anche a livello nazionale (alle ultime elezioni spagnole è stato il quarto partito più votato). È da sempre anti-indipendentista, mentre per diverso tempo è stato piuttosto difficile collocarlo sull’asse destra-sinistra. Oggi viene definito un partito di destra, ma avversario del PP di Mariano Rajoy. Ciutadans ha ottenuto ieri il 25 per cento dei voti, pari a 37 seggi, rispetto al 17 per cento del 2015, pari a 25 seggi. È riuscito a sottrarre molti voti agli altri partiti del blocco anti-indipendentista, in particolare proprio al PP catalano.

La più grande sorpresa delle elezioni è stata però la vittoria di JxCat nel blocco indipendentista: una vittoria risicata – JxCat ha ottenuto solo 10mila voti in più di ERC, la seconda forza indipendentista – ma molto importante. JxCat non è un partito politico: è una lista messa in piedi da Carles Puigdemont con l’aiuto logistico del suo partito, il PDeCAT (di centrodestra), che all’inizio della campagna elettorale veniva data molto indietro rispetto a ERC. Puigdemont è riuscito a recuperare lo svantaggio e a presentarsi così come il candidato naturale a diventare il prossimo presidente catalano. C’è solo un problema: Puigdemont si trova in Belgio e se dovesse rientrare in Spagna verrebbe immediatamente arrestato per ribellione e sedizione. Ieri sera alcuni giornalisti gli hanno chiesto quali sono le sue intenzioni: tornerà o non tornerà? Ha fatto il vago, non ha risposto.

La polarizzazione dei blocchi e l’irrilevanza di En Comú-Podem
Nelle ultime settimane in Catalogna si è spesso discusso sulla base di due visioni alternative. Una, sostenuta dai partiti politici e da una parte della stampa più schierata, diceva che le elezioni avrebbero sancito la fine dell’indipendentismo catalano oppure che avrebbero punito definitivamente lo stato spagnolo e dato la maggioranza assoluta dei voti al blocco favorevole all’indipendenza. L’altra, sostenuta dagli analisti più moderati e praticamente da tutti i sondaggi, diceva che la politica catalana era diventata così polarizzata che non ci sarebbe stato grande spostamento di voti da un blocco all’altro, ma solo da un partito all’altro dello stesso blocco. Avevano ragione i secondi.

Ciutadans ha sottratto voti al PP e ad altre forze anti-indipendentiste, Puigdemont ne ha tolti soprattutto a ERC, i suoi ultimi alleati di governo. Grandi spostamenti di voti da un blocco all’altro, auspicati da entrambi gli schieramenti prima delle elezioni, non ce ne sono stati.

Questa polarizzazione è stata dimostrata anche dal pessimo risultato di En Comú-Podem, una coalizione di forze che include i cosiddetti “comuni”, cioè il movimento vicino alla sindaca di Barcellona Ada Colau, e Podem, la sezione catalana di Podemos. Per diverso tempo lo slogan di En Comú-Podem è stato: «né con la DUI né con il 155», ovvero né con la dichiarazione d’indipendenza unilaterale del governo Puigdemont né con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione da parte del governo spagnolo di Rajoy, quello che di fatto ha sospeso l’autonomia della Catalogna. In pratica la posizione di En Comú-Podem era una sorta di terza via moderata, alternativa all’intransigenza dei due principali blocchi, anti-indipendentista ma favorevole a tenere un referendum legale sull’indipendenza.

Prima delle elezioni, il leader di En Comú-Podem, Xavier Domènech, aveva detto di puntare ad ottenere più di 20 seggi: ne ha ottenuti 8.

Rajoy ha fallito, e questa è un’altra certezza
Da quando è iniziata la crisi in Catalogna, il primo ministro Rajoy è stato celebrato più volte come un campione di strategia politica: in particolare è stato molto applaudito per avere convocato elezioni anticipate il 21 dicembre, spiazzando i partiti indipendentisti che si aspettavano di avere più tempo per mettere in piedi una campagna elettorale efficace. Le elezioni di ieri sono state però una dura sconfitta per il suo partito.

Il Partito Popolare catalano (PPC) guidato da Xavier García Albiol, è da sempre una delle forze più impopolari in Catalogna, ma non aveva mai subìto una sconfitta così netta come quella di ieri: è passato da 350mila voti del 2015, pari a 11 seggi, a 185mila voti di ieri, pari a 3 seggi. Ha ottenuto quasi 10mila voti in meno della CUP, un partito di sinistra radicale e marxista, e nel prossimo Parlamento non potrà costituirsi come gruppo parlamentare: i suoi tre deputati finiranno nel gruppo misto.

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, a destra, e il leader del Partito popolare catalano Xavier Garcia Albiol, durante un evento di campagna elettorale a Barcellona, il 19 dicembre (JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images)

In altre parole, la strategia di Rajoy verso l’indipendentismo è stata un completo fallimento: i voti della destra anti-indipendentista sono stati presi tutti da Ciutadans.

I risultati di ieri hanno inoltre fatto emergere un enorme problema politico in Catalogna: con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, cioè quello usato per costringere una Comunità autonoma (come la Catalogna) a rispettare la legge, il governo spagnolo guidato dal PP è diventato il titolare di diversi poteri prima attribuiti al governo catalano. Quello che si chiedono in molti ora è: è legittimo che una forza politica che in Catalogna rappresenta meno del 5 per cento della popolazione, il Partito popolare, sia titolare dei poteri che normalmente sono attribuiti a un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare?

E ora?
I risultati delle elezioni dicono che l’unica maggioranza possibile oggi in Catalogna è quella formata dal blocco indipendentista, JxCat, ERC e la CUP (70 seggi). Prima del voto si erano ipotizzate altre due soluzioni, che però ora sembrano diventate impraticabili. La prima prevedeva un’alleanza tra le forze di sinistra, sia indipendentiste che anti-indipendentiste, ma è naufragata per il risultato pessimo di En Comú-Podem, quello modesto del Partito Socialista (PSC) e quello sotto le attese di ERC. Come dimostra il “pactómetro” della Vanguardia, l’alleanza tra questi tre partiti arriverebbero a 57 seggi, 11 in meno dei 68 necessari per arrivare alla maggioranza assoluta.

La grafica pubblicata dalla Vanguardia che permette di provare a trovare maggioranze parlamentari sulla base dei risultati di ieri: un’alleanza tra ERC, En Comú-Podem e PSC arriverebbe a 57 seggi

La seconda opzione di cui si era parlato era un governo di minoranza guidato da Miquel Iceta, leader del PSC, il quale avrebbe potuto ottenere l’incarico di presidente grazie alle astensioni provenienti da destra e da sinistra. Iceta però è andato malino, meglio delle ultime elezioni ma sotto le sue personali attese.

Non è chiaro invece come sarà il nuovo governo, nonostante la maggioranza indipendentista. Il blocco JxCat, ERC e la CUP non sembra essere solidissimo: da tempo c’è parecchia tensione tra JxCat ed ERC – tensione già emersa nelle fasi finali dell’ultimo governo – senza contare che diversi politici eletti si trovano in prigione o all’estero, accusati dalla giustizia spagnola di reati come sedizione e ribellione. Ieri Puigdemont è tornato a chiedere a Rajoy di far uscire i leader politici in carcere e permettere a quelli all’estero, tra cui lui stesso, di tornare in Catalogna per poter prendere possesso del seggio parlamentare ottenuto. Rajoy non sembra però nella posizione di poter soddisfare le richieste di Puigdemont, anche se lo volesse, visto che gli ordini di carcerazione sono stati emessi dai tribunali.

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