Soldati iracheni a Mosul, 8 luglio 2017 (REUTERS/ Alaa Al-Marjani)
  • Mondo
  • lunedì 10 luglio 2017

L’ISIS non si sconfigge così

Gli iracheni hanno riconquistato Mosul e tra poco toccherà a Raqqa, ma lo Stato Islamico si prepara da mesi a trasformarsi in un'altra cosa

Soldati iracheni a Mosul, 8 luglio 2017 (REUTERS/ Alaa Al-Marjani)

Lo Stato Islamico (o ISIS) è stato sconfitto a Mosul, in Iraq, dove fino a ieri controllava ancora un pezzo della città vecchia, e potrebbe subire nel giro di qualche mese la stessa sorte a Raqqa, in Siria, che fino a non molto tempo fa era considerata la capitale di fatto del Califfato Islamico. Negli ultimi due anni i suoi leader più importanti sono stati uccisi uno dopo l’altro dagli attacchi aerei americani e la sua propaganda non funziona più come prima. La coalizione guidata dagli Stati Uniti non è mai stata così vicina a sconfiggere lo Stato Islamico come ora, eppure la batosta a Mosul, e quasi certamente tra qualche mese anche a Raqqa, potrebbero non essere sufficienti per parlare della fine del gruppo terroristico più ricco della storia.

Secondo alcuni analisti, tra cui Charlie Winter e Hassan Hassan, lo Stato Islamico aveva pianificato da tempo – mesi, forse anni – i momenti successivi allo sgretolamento del Califfato. Per dirla in breve: la creazione di uno stato tra Siria e Iraq non sarebbe stato il fine ultimo dello Stato Islamico, ma uno dei mezzi – forse il più importante – per raggiungere un obiettivo diverso: la supremazia nel mondo jihadista, cioè la supremazia su al Qaida, l’organizzazione terroristica globale più importante, forte e conosciuta fino all’ascesa dello Stato Islamico.

Ci sono diversi argomenti a sostegno di questa tesi.

mappa-isisUna mappa della situazione in Siria e Iraq. Lo Stato Islamico, che controlla ancora un’ampia zona di territori a cavallo tra i due stati, è indicato in grigio. In rosso più acceso, a ovest, ci sono le forze alleate al presidente siriano Bashar al Assad, mentre il rosso più opaco, a est, indica le forze irachene. I curdi – sia siriani che iracheni – sono indicati in giallo, mentre i ribelli siriani sono in verde chiaro. In verde scuro, nel nord della Siria, sono indicati l’Esercito Libero Siriano e i loro alleati turchi (Liveuamap)

Il primo argomento, dice Winter, è che se lo Stato Islamico avesse voluto creare davvero uno stato duraturo non avrebbe stuprato, terrorizzato, massacrato le popolazioni dei territori conquistati. L’intervento militare internazionale iniziò come risposta alle terribili violenze compiute dallo Stato Islamico sulla minoranza yazida che abita alcune zone del nord dell’Iraq, e in seguito alla decapitazione in video di diversi ostaggi occidentali: come potevano pensare i leader del gruppo che la comunità internazionale non avrebbe mosso un dito di fronte a cose del genere? Probabilmente non lo pensavano, dice Winter, e in qualche maniera si aspettavano una reazione, si aspettavano di alzare il livello delle violenze e dello scontro. Questo è un punto importante, di cui si era già parlato soprattutto dopo il video dell’uccisione di Muath Kasasbeh, il pilota giordano catturato dallo Stato Islamico e bruciato vivo in una gabbia. Detto in sintesi: l’ISIS ha fatto diventare la brutalità parte della sua strategia (un concetto che è spiegato meglio qui) e i vantaggi di questa strategia hanno superato gli svantaggi. Ha perso parte dei suoi territori a causa dell’intervento militare internazionale, ma ha guadagnato caos, vuoto di potere, instabilità, terrore, tutte cose che gli hanno permesso di superare al Qaida nella gerarchia del mondo jihadista.

Winter dice però anche un’altra cosa: lo Stato Islamico sapeva che sarebbe diventato un obiettivo anche solo trasformandosi in stato, diventando visibile. Sarebbe stato possibile per l’Occidente e gli stati arabi ignorare l’esistenza di uno stato terroristico – uno stato vero, che amministra la giustizia, fa pagare le tasse, gestisce l’ordine pubblico – così grande da inglobare parte dell’Iraq e della Siria? Non sarebbe stato possibile, tanto è vero che anche un’amministrazione come quella di Barack Obama, molto riluttante a farsi coinvolgere in un altro intervento in Medio Oriente, decise alla fine del 2014 di iniziare gli attacchi aerei. Non si può nemmeno sostenere che lo Stato Islamico non avesse messo in conto di scatenare la reazione del resto della comunità internazionale, sostiene Winter. L’ISIS era nato infatti come gruppo di insurgency, cioè un gruppo che combatte contro uno Stato e ne sfrutta le debolezze per renderlo continuamente instabile. Per oltre dieci anni l’ISIS aveva ottenuto moltissimi benefici dal non essere uno Stato. Diventarlo è stata una scelta, di cui probabilmente i leader del gruppo conoscevano i rischi: questo non vuol dire che il loro obiettivo fin dall’inizio fosse perdere i territori conquistati – tant’è che hanno combattuto moltissimo per tenerseli – ma che mettevano in conto la reazione dell’Occidente e sapevano che comunque non li avrebbe privati di due grandi vittorie.

La prima è stata rendere più attraente la propria idea del jihad. L’esistenza di uno Stato, un posto idealizzato nella stessa propaganda dello Stato Islamico, ha spinto molti giovani, anche europei, a prendere un aereo per la Turchia e poi un autobus fino al confine con la Siria per entrare nel territorio del Califfato. Quello che l’ISIS ha promesso fin dall’inizio non era l’utopia di un Califfato che sarebbe nato chissà quando e solo alla fine di un lungo jihad, come invece aveva fatto al Qaida per moltissimo tempo; ma un posto dove il Califfato esisteva già, dove si poteva vivere. Il Califfato è servito anche a un’altra cosa, sostiene Winter: avere conquistato e governato città come Raqqa e Mosul per mille giorni sarà più che sufficiente ad alimentare anni di futura utopia jihadista. Lo Stato Islamico continuerà a ricordare lo-Stato-che-fu anche quando sarà tornato a essere solo un movimento di insurgency senza uno Stato: l’idea di ricostruire il Califfato – che verrà idealizzato come lo è stato fino ad ora – sarà l’obiettivo finale dell’insurgency e aiuterà il gruppo a continuare a mantenere il ruolo di supremazia nel mondo jihadista globale.

Secondo Hassan Hassan, tutti questi pensieri erano già nella testa dei leader dello Stato Islamico almeno un anno e mezzo fa. Nel maggio 2016 l’allora portavoce del gruppo, Abu Muhammad al Adnani, diffuse il suo ultimo discorso prima di essere ucciso da un drone americano. Descrisse crescita e caduta dello Stato Islamico come parte di un flusso storico; la perdita del territorio, disse Adnani, doveva essere l’inizio di una nuova fase nella lotta contro il nemico. Già allora, quindi, la perdita del territorio era un’eventualità considerata dallo Stato Islamico, a cui si cercavano soluzioni. Secondo Hassan, inoltre, negli ultimi tre anni lo Stato Islamico ha lavorato molto per estendere la propria influenza in altri paesi fuori dall’Iraq e dalla Siria, creando le cosiddette “province” e convincendo i gruppi locali ad abbandonare le precedenti alleanze con al Qaida per unirsi all’ISIS. Di nuovo, la priorità è sembrata essere eclissare i suoi rivali, invece che di preoccuparsi di usare le risorse e le energie per garantirsi l’integrità del territorio del Califfato nel lungo periodo.

La foto di Mosul liberata

Il discorso della supremazia nel mondo jihadista globale potrebbe sembrare sfuggente visto da qui, ma è meno astratto di quello che si pensi. Negli ultimi anni al Qaida e Stato Islamico si sono fatti la guerra in Siria e si sono accusati reciprocamente di avere “deviato” dal jihadismo più puro. Una cosa interessante, e che si conosce poco, è che lo Stato Islamico ha cercato di presentare se stesso come vero erede dell’al Qaida di Osama bin Laden, l’erede più “puro”, in contrapposizione con l’al Qaida di Ayman al Zawahiri, successore di bin Laden che lo Stato Islamico considera un’organizzazione “deviata”, per l’appunto. Hassan Hassan ha scritto che gli attentati dello scorso giugno a Teheran, in Iran, sono stati un tentativo dell’ISIS di fare una cosa che al Qaida non aveva mai fatto: colpire gli sciiti, che sono anch’essi musulmani ma che appartengono a un ramo dell’Islam diverso da quello delle principali organizzazioni terroristiche globali, cioè il sunnismo. L’obiettivo era togliere credibilità ad al Qaida.

Tornando al tema iniziale: la sconfitta dello Stato Islamico a Mosul, e probabilmente tra qualche mese anche a Raqqa, non segnerà la fine dell’ISIS ma solo una sua trasformazione. La perdita del territorio, e quindi di uno Stato che può essere governato, è certamente un bruttissimo colpo per lo Stato Islamico, che però sembra essersi preparato a questa eventualità da molto tempo. Sembra che i vertici del gruppo abbiano deciso di usare l’immediata creazione di un Califfato per rendersi più attraenti agli occhi dei simpatizzanti jihadisti, di modo da prendersi un vantaggio su al Qaida, pur sapendo che questa situazione non sarebbe durata. Lo Stato Islamico proverà comunque a usare quel vantaggio anche nei prossimi anni, quando non potrà più disporre di un territorio da governare ma potrà alimentare il mito dello stato-che-fu. Il problema – e su questo sono d’accordo praticamente tutti gli analisti – è che l’unico modo per sconfiggere definitivamente lo Stato Islamico è eliminare le cause della sua ascesa: violenze settarie, governi deboli e instabili, discriminazioni verso minoranze etniche o religiose, e presenza di forze straniere viste come potenze occupanti; tutti problemi che al momento sembrano ben lontani dall’essere risolti.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.