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  • mercoledì 11 febbraio 2015

La brutalità dell’ISIS, spiegata

Lo Stato Islamico è noto per le sue violenze, usate per reclutare combattenti e per amplificare l'effetto deterrente di una nuova teoria del jihad

Una delle cose per cui è più noto lo Stato Islamico (o ISIS) è la violenza e la brutalità delle sue azioni. L’ultimo caso di cui si è parlato molto è stato il video diffuso dall’ISIS sull’uccisione di Muath Kasasbeh – il pilota giordano bruciato vivo in una gabbia. In molti hanno ricominciato a chiedersi: perché l’IS è così brutale? Già in passato lo Stato Islamico aveva diffuso video molto violenti e aveva pubblicizzato le punizioni riservate a chi compie un reato, tra cui le crocifissioni e le amputazioni delle mani. Alcuni giornalisti, come William Saletan di Slate, hanno scritto che le “atrocità dell’ISIS provocheranno la distruzione del gruppo”, perché le reazioni dei paesi arabi saranno dure e intense. Alcuni analisti che si occupano di ISIS da diversi anni la pensano però in modo diverso. Credono che ci sia una logica dietro quella violenza, cercata e voluta dai miliziani e da cui dipende la sopravvivenza stessa dello Stato Islamico.

Hassan Hassan, esperto di ISIS e co-autore insieme a Michael Weiss del libro “ISIS: Inside the Army of Terror”, ha scritto un articolo sul Guardian per spiegare il motivo per cui si può dire che la brutalità dello Stato Islamico sia accuratamente pensata. Hassan crede che lo Stato Islamico stia cercando di cambiare l’intero concetto di jihad, la guerra santa, e di separarlo da altri concetti religiosi. Uno dei riferimenti teorici più importanti per lo Stato Islamico è il testo di un ideologo jihadista di cui non si conosce la reale identità ma che si fa chiamare Abu Bakr Naji. Il testo si chiama “La gestione della brutalità”: dice chiaramente che jihad e Islam sono concetti separati e che non vanno confusi.

«La pericolosità dell’ISIS si basa sugli sforzi del gruppo di trasformare il concetto di jihad non attraverso singole fatwa, come fa al Qaida giustificando gli attacchi suicidi nelle aree abitate da civili, ma attraverso un’ideologia ampiamente sviluppata. Nel farlo, l’ISIS usa pezzi della storia islamica e testi moderni jihadisti per cambiare il paradigma di come capire e fare il jihad»

Semplificando molto, si può riformulare il concetto così: lo Stato Islamico non sta cercando giustificazioni delle sue azioni violente all’interno dell’Islam, per esempio con delle fatwa “puntuali”. Sta cercando di sviluppare una teoria di jihad separata dai concetti base dell’islam. Questa teoria, basata sul concetto della “deterrenza”, include l’idea di una lotta costante tramite azioni particolarmente brutali – anche contro musulmani – per arrivare alla “purificazione del mondo musulmano”.

Nella pratica l’idea del jihad secondo l’ISIS – così come l’aveva messa in pratica Abu Musab al Zarqawi, il fondatore dell’antenato dell’ISIS (al Qaida in Iraq) ucciso da una bomba americana nel 2006 – significa creare delle “regioni della violenza” in cui le forze statali si ritirino sfinite dagli attacchi e in cui la popolazione locale si sottometta alle forze islamiste occupanti. Tra fine maggio e inizio giugno, nelle settimane della grande avanzata dell’ISIS in Iraq, la violenza degli attacchi era stata spiegata con l’intenzione di mantenersi stretti gli alleati delle tribù sunnite irachene nella guerra contro il regime sciita di Baghdad. Alleanze di questo genere e con una forte diversità di obiettivi tra i gruppi che le formano, aveva scritto l’analista Charles Lister, non possono stare insieme a lungo, a meno che non si mantenga un clima di contrapposizione totale.

Anche oggi la violenza viene usata dall’ISIS per raggiungere specifici obiettivi politici. L’uccisione così brutale del pilota giordano, scrive Hassan, ha avuto l’obiettivo di umiliare la coalizione internazionale, mettendo in una posizione molto difficile il governo giordano con quello giapponese (l’intera questione è spiegata qui). Diversi giornalisti, tra cui William Saletan di Slate, si sono concentrati sulla forte reazione che la Giordania ha avuto dopo la diffusione del video, compresi gli attacchi aerei sulle postazioni dello Stato Islamico in Siria. Saletan ha scritto che l’ISIS è fondamentalmente un gruppo suicida, perché ha bruciato vivo un uomo, gesto considerato “blasfemo” (sul fatto che sia blasfemo o meno c’è un ampio dibattito in corso). Questo perché l’ISIS, scrive Hassan, è disposto a scambiare una più bassa popolarità tra i musulmani dei paesi arabi con gli effetti della deterrenza provocati dagli atti di violenza (deterrenza almeno nel lungo periodo).

C’è poi un’altra considerazione da fare. Lo Stato Islamico sta competendo con al Qaida per la supremazia del mondo jihadista. La competizione tra i due gruppi si svolge soprattutto sul piano del reclutamento e l’ISIS fino ad ora ha dimostrato di riuscire ad attrarre un numero di jihadisti dai paesi occidentali senza precedenti. L’esperto di jihadismo J. M. Berger ha scritto:

«Quando l’ISIS pubblicizza le sue azioni brutali, il suo obiettivo è far infuriare e suscitare orrore nei suoi nemici, creare divisioni all’interno della coalizione che lo combatte e di coinvolgere sempre più paesi nella guerra. La frase “questa volta sono andati oltre” può essere rassicurante in una certa maniera, ma è pericolosa. Non dovremmo congratularci con noi stessi per avere la reazione alla propaganda dell’ISIS che lo stesso ISIS si aspetta da noi»

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