Il fondo di Trump per Gaza è senza soldi
Quasi nessuno dei paesi del Consiglio di pace ha inviato i fondi promessi, neppure gli Stati Uniti

Il fondo con cui il “Consiglio di pace” voluto da Donald Trump dovrebbe finanziare la ricostruzione della Striscia di Gaza è rimasto praticamente vuoto. Il Consiglio di pace è l’organo che in teoria dovrebbe gestire la transizione a Gaza, ma è soprattutto uno strumento di influenza per Trump: hanno aderito una ventina di leader, spesso autoritari e accomunati dal desiderio di compiacerlo.
Un’inchiesta del Financial Times ha scoperto che, dei nove paesi che a gennaio si erano impegnati a stanziare 7 miliardi di dollari, solo Marocco ed Emirati Arabi Uniti hanno trasferito una parte dei soldi, ma comunque molto meno di quanto inizialmente annunciato: in tutto 120 milioni di dollari in due. Gli Stati Uniti avevano promesso di aggiungere 10 miliardi di dollari, ma finora non lo hanno fatto.
Sono cifre di gran lunga insufficienti per una vera ricostruzione, dopo la devastazione da parte delle forze armate israeliane: le Nazioni Unite stimano che serviranno almeno 70 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Gli Stati Uniti hanno sostenuto di non avere ancora contribuito perché stanno aspettando che il Consiglio – cioè un organo creato da loro, che funziona come vogliono loro – istituisca un sistema di controlli e garanzie sui fondi.
A metà maggio, in una comunicazione alle Nazioni Unite, il Consiglio stesso aveva motivato i ritardi attribuendoli al rifiuto di Hamas di disarmarsi, come sarebbe previsto dalla fase due del cessate il fuoco iniziato sette mesi fa. In realtà i negoziati sono fermi e neppure Israele ha rispettato gli accordi, ostacolando ogni progresso ed espandendo l’occupazione militare della Striscia oltre la linea pattuita, invece di ritirarsi.
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La situazione precaria a Gaza, con lo stallo dei negoziati e la prosecuzione dei bombardamenti israeliani (seppure più contenuti rispetto a prima dell’accordo), è una delle principali ragioni per cui i paesi del Consiglio hanno esitato a mandare finanziamenti. Temono che la ricostruzione, anche se effettivamente partisse, potrebbe venire vanificata dalla ripresa dei combattimenti.
Ci sono anche questioni formali. Il Financial Times scrive che, invece di utilizzare un conto gestito dalla Banca mondiale come consigliavano le Nazioni Unite, il Consiglio ne ha attivato uno di JPMorgan per ricevere le donazioni dai paesi membri. JPMorgan è una banca privata, che a differenza della Banca mondiale non deve rispondere a osservatori istituzionali né a organi di controllo indipendenti.
C’è infine una questione di credibilità. Il Consiglio ha disatteso le ambizioni grandiose con cui Trump lo aveva presentato a gennaio, e già allora ritenute eccessive: non ha sostituito le Nazioni Unite (cosa fin da subito ritenuta assai improbabile) e non ci sono state sue iniziative degne di nota dopo una prima e molto coreografica riunione a febbraio. L’esperto di cooperazione internazionale Moath al-Amoudi ha detto ad Al Jazeera che il Consiglio finora è somigliato più a un talk show che a un autentico sforzo umanitario.



