Una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico (OMAR TORRES/AFP/Getty Images)

Le compagnie petrolifere cercano di ripartire, piano

Stanno ricominciando a investire, sperando di far salire il prezzo del petrolio, ma con molta più prudenza di prima

Una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico (OMAR TORRES/AFP/Getty Images)

Dopo la crisi causata dal crollo del prezzo del petrolio nel 2014, le compagnie petrolifere internazionali hanno cominciato a fare nuovi investimenti. La situazione di stallo che si era creata negli ultimi anni – causata dalla crisi e da altri eventi indipendenti – si è sbloccata grazie anche all’ultimo accordo firmato lo scorso 30 novembre dai membri dell’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, che per la prima volta dopo otto anni si sono accordati per fare grossi tagli alla produzione petrolifera, sperando che diminuire l’offerta basti per far salire il prezzo del greggio. Le compagnie petrolifere, quindi, hanno potuto sfruttare queste condizioni per fare nuovi investimenti, anche se più cauti rispetto al passato, viste le perdite degli ultimi anni. Per avviare una gestione più oculata dei loro investimenti, inoltre, i dirigenti delle compagnie petrolifere hanno cominciato a rivolgersi ad alcuni esperti delle aziende della Silicon Valley.

Oltre all’accordo dell’OPEC, ci sono motivi più specifici dietro ai nuovi investimenti delle compagnie. Un esempio riguarda la BP, conosciuta prima come British Petroleum, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo: sei anni fa la BP rimase coinvolta in un enorme disastro ambientale nel Golfo del Messico, per il quale ha attraversato molte vicende legali e ha dovuto pagare multe per miliardi di dollari. Un altro esempio riguarda l’Iran, che per dieci anni era rimasto escluso da alcuni grossi mercati petroliferi a causa delle sanzioni internazionali che gli erano state imposte per il suo programma nucleare militare. Le sanzioni sono state rimosse quest’anno, a seguito di uno storico accordo sul nucleare raggiunto dal governo iraniano e dai paesi del cosiddetto gruppo “5+1″, cioè i cinque che hanno il potere di veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina) più la Germania.

Le nuove condizioni, unite all’accordo dell’OPEC, hanno stimolato nuovi investimenti. Il primo dicembre la BP ha annunciato un progetto di 9 miliardi di dollari per installare una nuova piattaforma di trivellazione nel suo giacimento soprannominato Mad Dog, nelle acque americane del Golfo del Messico. Il giacimento fu scoperto nel 1998 e una prima piattaforma della BP fu installata nel 2005. La BP aveva già proposto all’inizio del 2010 un progetto simile a quello attuale, cioè l’apertura di una nuova piattaforma, ma allora l’operazione era molto più costosa e nello stesso anno ci fu un incidente sulla piattaforma Deepwater Horizon di proprietà della BP nel Golfo del Messico, durante la realizzazione di un pozzo a 1.500 metri di profondità. Nell’incidente morirono 11 persone che stavano lavorando sulla piattaforma. Ci vollero tre mesi prima che si riuscisse a interrompere la fuoriuscita del greggio che si riversò in mare per un volume di circa 780 milioni di litri. Per il disastro provocato, l’azienda dovette pagare diverse multe: una da 27 miliardi di dollari per i costi di pulizia, una da 4,5 miliardi di dollari per essersi dichiarata colpevole di omicidio colposo e un’ultima di 18,7 miliardi, arrivata nel 2015 al termine del procedimento nel quale è stata condannata per “grave negligenza”.

Per quanto riguarda l’Iran, nell’ultimo periodo altre grandi aziende petrolifere, come la anglo-olandese Royal Dutch Shell e la francese Total, hanno cominciato a fare accordi preliminari per operare nel settore petrolifero iraniano. Nel gennaio 2016, infatti, sono state rimosse alcune delle sanzioni internazionali che gli Stati Uniti e l’Unione Europea avevano imposto all’Iran dieci anni fa a causa dello sviluppo del suo programma nucleare militare. L’industria petrolifera iraniana ha sfruttato immediatamente le nuove opportunità create dalla rimozione delle sanzioni: in un primo momento, ad aprile di quest’anno, il governo iraniano si era rifiutato di firmare l’accordo con i paesi dell’OPEC, perché non voleva limitare la sua produzione di petrolio. A novembre però si è trovato un accordo e la situazione è cambiata di nuovo, creando tra le altre cose nuove condizioni favorevoli per le grandi compagnie petrolifere interessate ad investire in Iran.

Arrivando da un periodo non particolarmente florido, comunque, l’approccio delle compagnie petrolifere a questo nuovo ciclo di investimenti è improntato al contenimento delle spese. Alle costose iniziative di esplorazione per lo sfruttamento di nuovi giacimenti, le compagnie stanno prediligendo investimenti di potenziamento in aree dove sono già insediate. I dirigenti delle società si stanno inoltre rivolgendo ad alcune aziende, come quelle della Silicon Valley, per ricevere delle consulenze su come diventare più efficienti allocando diversamente le risorse. In alcune parti del continente americano, per esempio, la BP ha ridotto di tre quarti il personale addetto alla sorveglianza dei pozzi, introducendo al loro posto un sistema di controllo remoto attraverso app. Altri progetti tecnologici per migliorare l’efficienza riguardano l’introduzione di fibre ottiche all’interno dei pozzi, per monitorare eventuali problemi (come le infiltrazioni di sabbia, che se bloccate per tempo evitano costosi lavori di manutenzione). Un altro suggerimento che arriva dalle società di consulenza specializzate nel settore, come la Wood Mackenzie, è quello di iniziare a investire nel gas: si produce in modo più economico ed è più facile da trovare rispetto al petrolio.