(David McNew/Getty Images)

I produttori di petrolio non hanno trovato un accordo

Un'attesa riunione in Qatar che doveva stabilire dei limiti alla produzione è saltata per le tensioni politiche tra Arabia Saudita e Iran

(David McNew/Getty Images)

Domenica c’è stata una riunione dei principali paesi produttori di petrolio al mondo a Doha, la capitale del Qatar, organizzata per cercare di risolvere il problema del calo del prezzo del petrolio, sceso fino al 70 per cento rispetto alla metà del 2014. La riunione si è conclusa senza un accordo, e questo ha provocato un netto calo del prezzo del greggio.

L’obiettivo era limitare la produzione di petrolio a un livello stabilito, in quello che sarebbe stato il primo accordo globale sul petrolio in 15 anni, scrive il Financial Times: la diminuzione della produzione (cioè dell’offerta) avrebbe dovuto far risalire il prezzo, in calo da mesi. Secondo le ricostruzioni dei media internazionali, l’accordo è saltato per l’opposizione dell’Arabia Saudita, dovuta alle tensioni politiche con l’Iran. L’esito inconcludente della riunione ha provocato un ulteriore calo del prezzo del greggio, cioè il petrolio non raffinato, che lunedì mattina in Asia – dove aprono i primi mercati, per ragioni di fuso orario – è sceso del 7 per cento, per poi recuperare in parte nelle ore successive e arrivare a 40,97 dollari al barile. Nella scorsa settimana il prezzo del petrolio, che a gennaio era sceso sotto i 30 dollari al barile, era salito fino ai 45 dollari, per un moderato ottimismo verso la possibilità che la riunione a Doha si concludesse con un accordo.

La bozza dell’accordo prevedeva che i paesi produttori di petrolio limitassero le esportazioni ai livelli di gennaio 2016 fino al prossimo ottobre, per contrastare la grande superiorità dell’offerta di greggio rispetto alla domanda del mercato, e provocare uno smaltimento delle scorte di petrolio. I delegati dell’Arabia Saudita hanno però chiesto che anche l’Iran firmasse l’accordo: l’Iran, che non era rappresentato nella riunione, si era però rifiutato di limitare le esportazioni, perché vuole approfittare della fine delle sanzioni economiche. Iran e Arabia Saudita sostengono fazioni opposte nella guerra civile siriana e in quella in Yemen. Secondo gli analisti economici, il mancato accordo ha minato la credibilità dell’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Lo scorso febbraio Arabia Saudita e Russia erano arrivate a un accordo autonomo per limitare le esportazioni.

Quello del calo del prezzo del petrolio è un problema che ormai va avanti dalla fine del 2014, e ha delle ragioni piuttosto note. C’entra sostanzialmente la domanda e offerta del petrolio: dal lato dell’offerta, il boom del cosiddetto “petrolio di scisto” degli Stati Uniti – cioè quello ricavato dalle immense miniere americane di scisto bituminoso – ha aumentato considerevolmente la quantità di petrolio in circolazione. Dal lato della domanda, la frenata dell’economia cinese e di molte altre economie in via di sviluppo ha diminuito la richiesta di materie prime energetiche. Anche la ripresa molto timida dell’Europa ha influito negativamente: le economie sviluppate fra l’altro utilizzano i carburante fossili in maniera sempre più efficiente, indebolendo così ulteriormente la domanda. A questa e ad altre ragioni collaterali, va aggiunto il fatto che molti investitori sono convinti che i prezzi continueranno a scendere e quindi “scommettono” su un ulteriore calo di fatto contribuendo ad alimentare pessimismo attorno al petrolio, realizzando un classico caso di profezia che si auto-avvera.

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