I paesi europei potranno spendere di più per l’energia, ma non come chiedeva l’Italia

Giorgia Meloni avrebbe voluto più flessibilità per finanziare le misure di emergenza dovute alla guerra in Medio Oriente

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen a Roma, a giugno del 2025 (Roberto Monaldo/LaPresse)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen a Roma, a giugno del 2025 (Roberto Monaldo/LaPresse)
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La Commissione Europea ha annunciato la possibilità per tutti gli stati membri di spendere lo 0,3 per cento all’anno del loro Prodotto Interno Lordo in investimenti nel settore energetico, senza che questi vengano conteggiati nei vincoli di bilancio europei. Deve ancora essere approvata dal Consiglio dell’Unione Europea, ma non ci sono dubbi sul fatto che succeda ed è una deroga molto rilevante, decisa in un momento in cui i paesi europei devono ridurre la vulnerabilità del settore energetico alle crisi nel mondo, come quella causata attualmente dalla guerra in Medio Oriente.

È molto rilevante anche sul piano politico perché si fonda su una richiesta pressante del governo italiano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle scorse settimane si era molto spesa per convincere la Commissione ad allentare le rigidità delle regole europee in modo da poter finanziare misure di emergenza contro l’aumento del costo dell’energia innescato dalla guerra. Ma la decisione della Commissione è un risultato tutto sommato modesto per il governo: ha ottenuto più margini di spesa, sì, ma meno consistenti di quanto chiedeva e soprattutto non per fare cosa voleva.

Se questa misura venisse definitivamente approvata, con questo 0,3 per cento di PIL – che per l’Italia vale circa 7 miliardi di euro – gli stati potrebbero finanziare investimenti per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, come potrebbero essere per esempio nuove pale eoliche o una centrale nucleare che riducano l’uso di gas naturale, petrolio o carbone. Nelle sue intenzioni il governo italiano voleva invece avere più flessibilità per finanziare la spesa corrente in misure di emergenza, come per esempio la riduzione delle accise sui carburanti attualmente in vigore, o anche eventuali sgravi sulle bollette.

Non potrà farlo, e non solo perché non sono evidentemente investimenti, ma anche perché sono misure contro la logica che andrebbe usata in questi casi: in un momento in cui gas naturale e petrolio costano molto perché si teme che con la guerra in Medio Oriente possa non essercene abbastanza, la riduzione delle accise o gli sgravi in bolletta ne incentivano il consumo di energia.

Queste misure hanno altri due problemi: il primo è che valgono per tutti, e non solo per chi avrebbe più bisogno di un sostegno; il secondo è che incentivano il consumo di fonti fossili, contrario al piano di transizione energetica avviato dall’Unione Europea.

Nella conferenza stampa con cui la Commissione ha annunciato la nuova deroga di bilancio, il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha detto: «Insistiamo sul fatto che le misure a sostegno di famiglie e imprese debbano essere temporanee e mirate, oltre a non portare a un aumento della domanda complessiva di fonti fossili».

Anche la misura e la portata di questa deroga di bilancio sono inferiori a quanto chiesto dal governo italiano, che è sottoposto a vincoli molto rigidi di spesa per via del grande indebitamento del paese e della procedura per deficit eccessivo a cui è sottoposto: il deficit è la differenza negativa tra le entrate e le spese dello Stato, e le regole europee prevedono che non possa superare il 3 per cento del PIL. L’Italia è al 3,1 per cento ed è costretta a un piano di rientro.

In queste condizioni il governo italiano non può in sostanza spendere quanto vorrebbe per le sue misure, ed è un problema non da poco nell’anno prima delle elezioni politiche: si deve a questo la grande insistenza di Giorgia Meloni, che sta dunque cercando di spuntare qualche margine in più almeno per le spese di emergenza, cioè quelle legate alla crisi energetica.

Nei mesi scorsi il governo italiano era partito col chiedere la sospensione integrale del Patto di Stabilità, cioè le regole europee per la disciplina dei bilanci degli stati membri. La Commissione Europea ha sempre respinto la richiesta ritenendola esagerata: era stata decisa per la crisi economica provocata dalla pandemia, ben più grave di quella che si rischia adesso.

Il governo italiano aveva dunque ridimensionato le sue ambizioni. Con una lettera indirizzata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Meloni aveva chiesto l’attivazione di una deroga simile a quella prevista per l’aumento delle spese per la difesa: «oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea», scrisse Meloni, equiparando quindi la necessità del riarmo europeo alla necessità di gestire la crisi energetica in corso.

La Commissione ha accolto solo parzialmente questa richiesta, e quindi non ha acconsentito al cosiddetto «extradeficit» di cui hanno parlato molto membri del governo e giornali. La Commissione ha usato proprio la clausola di salvaguardia sulla difesa, la cosiddetta escape clause, che consente agli Stati membri di indebitarsi oltre i limiti previsti dal Patto di stabilità – il 3 per cento del PIL all’anno – fino all’1,5 per cento del PIL all’anno e per quattro anni, a patto di destinare quelle risorse a programmi di difesa. E poi ha detto che di questo 1,5 per cento lo 0,3 potrà essere dirottato verso investimenti nel settore energetico, nel triennio tra il 2026 e il 2028, con un limite complessivo nei tre anni dello 0,6 per cento del PIL.

Lo 0,3 per cento del PIL all’anno non è un numero casuale, ma è la dimensione massima di flessibilità sui conti che anche i paesi che sforano i parametri europei possono richiedere in caso di circostanze eccezionali (come appunto una crisi energetica): è però una richiesta che deve arrivare dai singoli paesi, e che la Commissione deve approvare. Per evitare di trovarsi nella condizione di approvarla per alcuni e negarla per altri, la Commissione ha stabilito che lo 0,3 per cento del PIL lo possono usare tutti i paesi per gli investimenti in energia, scalandolo da quelli per la difesa.

Il governo di Meloni non aveva richiesto la clausola di salvaguardia per la difesa, e l’aumento dei fondi per la difesa era stato invece deciso tramite un piano di spesa e investimenti da 14,9 miliardi di euro da finanziare attraverso il SAFE (Security Action for Europe), un programma europeo di prestiti agevolati per aumentare le spese militari. Ora il governo dovrà decidere se a questo punto richiedere la clausola di salvaguardia per la difesa in modo da usarla per gli investimenti nel settore dell’energia.