Quest’anno in Italia il potere d’acquisto degli stipendi torna a scendere

E già eravamo tra i paesi messi peggio prima che iniziasse la guerra in Medio Oriente

Il mercato di Porta Palazzo a Torino, 20 agosto 2024 (Matteo Secci/LaPresse)
Il mercato di Porta Palazzo a Torino, 20 agosto 2024 (Matteo Secci/LaPresse)

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l’OCSE, ha calcolato che in Italia nel 2026 gli stipendi si ridurranno dello 0,9 per cento in termini reali, cioè tenendo conto delle cose che ci possiamo fare e comprare. La ragione non è che i guadagni sono diminuiti: è il costo della vita a essere aumentato più di quanto non abbiano fatto gli stipendi, per via del nuovo aumento dell’inflazione innescato dalla guerra in Medio Oriente.

È un problema condiviso da buona parte dei paesi occidentali, che si sono trovati ad avere bollette e carburanti più cari per via della chiusura dello stretto di Hormuz. In Italia però la situazione di partenza era peggiore rispetto agli altri paesi. Nel primo trimestre di quest’anno gli stipendi in termini reali erano ancora più bassi del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre del 2021, cioè poco prima del grande aumento dei prezzi dovuto alla pandemia e all’inizio della guerra in Ucraina. E doveva ancora cominciare la guerra in Medio Oriente.

Significa che non solo l’Italia deve ancora recuperare buona parte del potere d’acquisto perso negli ultimi cinque anni, ma che ne perderà ancora. Come si vede dal grafico, alla fine del primo trimestre di quest’anno l’Italia era già il paese europeo con il divario più ampio da recuperare.

Il momento peggiore è stato nel primo trimestre del 2023, quando il divario con gli stipendi di inizio 2021 era arrivato all’11 per cento. Da allora però gli stipendi avevano cominciato a risalire. Nel 2023 dell’1 per cento, nel 2024 del 2,8, e nel 2025 dell’1,1. Ricordiamo che sono dati che tengono conto del potere d’acquisto.

Gli stipendi reali risalivano perché, mentre l’aumento dei prezzi diventava meno intenso, aumentavano in misura consistente gli stipendi nominali, cioè quelli che si vedono in busta paga indipendentemente da quanto costano le cose. Il grafico mostra che rispetto al primo trimestre del 2021 nel primo trimestre di quest’anno gli stipendi nominali sono stati del 12 per cento più alti.

Tra il 2023 e il 2025 gli aumenti dati in busta paga dai datori di lavoro sono stati più alti dell’aumento del costo della vita. Nel 2026 l’OCSE prevede che questo non succederà, e che gli stipendi reali torneranno a scendere.

Il motivo è che non restano ancora molti contratti collettivi da rinnovare, e di conseguenza ci saranno pochi aumenti di stipendio. I cosiddetti Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro, anche conosciuti con l’acronimo CCNL, sono quelli che regolano la quasi totalità del lavoro dipendente. Ce n’è uno per ogni categoria e sono negoziati periodicamente dai sindacati nazionali e dalle associazioni dei datori di lavoro di riferimento, come per esempio Confindustria o Confcommercio.

Hanno una durata definita, di solito di tre anni, e quando si avvicina la scadenza sindacati e associazioni datoriali devono rinegoziare le nuove condizioni. Sono queste le occasioni in cui i sindacati cercano di ottenere retribuzioni più alte: in Italia i rinnovi dei CCNL sono il percorso principale con cui aumentano gli stipendi.

In realtà però questo meccanismo ha molti problemi. Le negoziazioni sono cronicamente in ritardo, anche a causa di una graduale perdita del potere contrattuale dei sindacati. All’inizio del 2021 lavorava con un contratto scaduto quasi l’80 per cento dei dipendenti. L’aumento generalizzato del costo della vita ha però reso i rinnovi più urgenti: il tempo medio per il quale i lavoratori hanno contratti scaduti si è ridotto a 14,9 mesi dai 22,6 mesi dell’inizio del 2021, e oggi a lavorare con un contratto scaduto è il 32 per cento dei dipendenti.

Secondo l’OCSE, al di là dei contratti già scaduti che magari sono impantanati in negoziati in stallo, non ci sono in programma rinnovi significativi tra questo e il prossimo anno. Significa che mentre gli stipendi nominali resteranno fermi, i prezzi aumenteranno e dunque la combinazione di questi due fattori darà stipendi reali in calo.

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