Un siriano a Manbij, in SIria (DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images)
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  • martedì 27 Settembre 2016

Domande e risposte minime sull’ISIS

Stanotte Trump e Clinton hanno detto cose un po' imprecise: davvero l'ha creato l'America? Ed esiste da decenni?

Un siriano a Manbij, in SIria (DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images)

Durante il primo dibattito televisivo tra Hillary Clinton e Donald Trump si è parlato tra le altre cose di Stato Islamico (o ISIS), uno dei temi più discussi della politica estera dell’amministrazione Obama (qui la trascrizione del dibattito). Non si è affrontato il problema in modo approfondito e sono state dette da entrambi i candidati cose non completamente vere. Per esempio Clinton ha citato l’esistenza di “finanziamenti esteri” che avrebbero permesso allo Stato Islamico di diventare quello che è oggi; Trump ha accusato Clinton di avere combattuto per tutta la sua «vita da adulta» lo Stato Islamico, lasciando intendere che il gruppo esista da decenni. Sono cose che periodicamente entrano anche nel dibattito politico italiano e su cui molto spesso c’è confusione e approssimazione. Abbiamo messo in fila cinque domande e risposte che in molti si fanno quando si parla di guerra allo Stato Islamico e che aiutano a farsi un’idea su com’è che siamo arrivati fin qui e sulle difficoltà nel trovare una soluzione al casino in Siria e in Iraq.

1. L’ISIS si è rafforzato con i foreign fighters? E chi gli dà i soldi?
Durante il dibattito di questa notte, Clinton ha detto che gli Stati Uniti devono essere coscienti del fatto che lo Stato Islamico ha attirato sia i foreign fighters (i combattenti stranieri che volontariamente sono andati a combattere in Siria e in Iraq) sia i finanziamenti stranieri. È vero a metà, cioè per la parte dei foreign fighters. Per molto tempo lo Stato Islamico si è rafforzato con combattenti stranieri arrivati soprattutto da altri paesi arabi e da alcuni paesi europei (tra cui Francia e Belgio). Nell’ultimo anno comunque le cose sono cambiate: i foreign fighters entrati in Siria dal confine turco-siriano sono diminuiti sensibilmente, da circa 2mila ogni mese agli attuali 50 o poco meno. Questo non significa che il rischio di attentati in Europa sia diminuito, anzi: lo Stato Islamico ha invitato i suoi simpatizzanti a compiere attentati nei loro paesi di origine.

La storia dei finanziamenti stranieri invece non è vera. Come hanno dimostrato diversi studi in passato (e alcuni più recenti, PDF), lo Stato Islamico è un gruppo quasi del tutto autosufficiente, con un’economia diversificata, e i finanziamenti esterni – per lo più privati, provenienti da cittadini dei paesi del Golfo – sono una voce molto piccola delle entrate finanziarie del gruppo, quasi irrilevante. Oggi la maggior parte delle entrate arriva dalle estorsioni, seguite dai profitti derivanti dallo sfruttamento e dalla vendita di petrolio (vendita soprattutto interna: è spiegato qui).

2. Gli Stati Uniti vendono armi all’ISIS?
Non ci sono prove, ma è una teoria che circola da diverso tempo e che ha trovato sostegno con la diffusione di alcuni video che mostrano combattenti dello Stato Islamico in possesso di armi americane. Come è stato spiegato diverse volte in passato, lo Stato Islamico le ha ottenute durante la rapida avanzata in Iraq dell’estate 2014. I suoi combattenti conquistarono tra le altre cose le basi militari piene di armamenti statunitensi, che il governo iracheno aveva ottenuto dagli Stati Uniti nel decennio precedente: nel 2003 gli americani invasero l’Iraq, destituirono l’allora presidente Saddam Hussein e aiutarono il nuovo governo a ricostruire l’esercito, che era stato malamente smantellato dopo la vittoria militare. Una parte delle armi in possesso oggi dello Stato Islamico arriva da lì, da quelle basi militari conquistate. Ma non ci sono solo armi americane: uno studio del 2014 realizzato dal Conflict Armament Research (PDF), un’organizzazione britannica che si occupa di monitorare i movimenti di armi convenzionali nel mondo, ha mostrato che le armi dello Stato Islamico provengono da 21 paesi diversi, inclusi Russia e Cina.

Il problema delle armi in possesso allo Stato Islamico esiste ed è oggetto continuo di dibattito. Ed è anche il motivo per cui molti paesi – tra cui gli Stati Uniti – sono restii ad armare i ribelli: non è facile monitorare il movimento delle armi, una volta che queste sono entrate in Siria.

3. L’ISIS è stato creato dagli Stati Uniti?
Tra le teorie complottiste più diffuse c’è quella che dice che lo Stato Islamico è stato creato volutamente dagli Stati Uniti. Sul come, ci sono diverse interpretazioni: per esempio c’è chi sostiene che il governo americano abbia dato volontariamente soldi e armi al gruppo, ma non è vero. C’è chi accusa l’amministrazione Obama di essere direttamente responsabile della sua nascita (in agosto, durante un comizio in Florida, Trump disse: «Lui [Obama] è il fondatore dell’ISIS. […] E direi che il cofondatore è Hillary»).

Vale la pena chiarire alcune cose. Lo Stato Islamico non è nato nel 2014, anche se il mondo si è accorto della sua esistenza con i video delle decapitazioni degli ostaggi occidentali. Fu fondato all’inizio degli anni Duemila in Iraq da Abu Musab al Zarqawi, un terrorista giordano che era stato uno dei rivali di Osama bin Laden all’interno del movimento dei mujaheddin, in Afghanistan. Nel 2003 Zarqawi annunciò la sua affiliazione con al Qaida: da allora, e per diversi anni, gli Stati Uniti combatterono lo Stato Islamico (che prima si chiamava in altri modi) prima in Iraq e poi in Siria. Quindi gli americani non hanno creato volontariamente lo Stato Islamico (hanno delle responsabilità grosse, ma ci arriviamo) e Obama non ha tratto vantaggi dalla guerra allo Stato Islamico: ne ha ricavato solo guai e ha ricevuto una montagna di critiche per la sua strategia, che in molti hanno definito inefficace e dannosa.

4. Sì, ma che responsabilità ha l’Occidente nella nascita e nello sviluppo dell’ISIS?
Il fatto che gli Stati Uniti e l’Occidente in generale non abbiano voluto direttamente la nascita dello Stato Islamico non significa che non abbiano responsabilità, anche gravi. Una delle decisioni che più hanno influito sulla crescita dello Stato Islamico fu lo smantellamento dell’esercito iracheno dopo l’invasione americana in Iraq nel 2003, la conseguente guerriglia e la marginalizzazione degli iracheni sunniti da parte del governo dominato dagli sciiti. Un altro fattore determinante è stata la legge per “de-baathizzare” l’Iraq promulgata dallo statunitense Paul Bremer nel 2003 (il partito Baath era il partito di Saddam Hussein): da un giorno all’altro circa 400mila membri dello sconfitto esercito iracheno furono esclusi da incarichi militari, fu negata loro la pensione ma poterono tenere le armi. Molti degli ex funzionari baathisti decisero così di dare appoggio tattico ad al Qaida in Iraq, il gruppo che sarebbe poi diventato lo Stato Islamico. Altra cosa: negli stessi anni gli americani misero in piedi in Iraq delle prigioni dove rinchiusero i sospetti jihadisti che combattevano contro il governo iracheno e contro i soldati americani: diverse inchieste giornalistiche hanno poi mostrato che queste prigioni permisero a molti estremisti di conoscersi ed elaborare nuove strategie del jihad. Lo stesso Abu Bakr al Baghdadi, oggi leader dello Stato Islamico, trascorse un periodo in una di queste prigioni, a Camp Bucca.

In molti criticano anche le politiche adottate da Obama contro lo Stato Islamico: lo accusano tra le altre cose di essere intervenuto troppo tardi, di non avere dato sufficiente appoggio ai gruppi che lo combattono, come i curdi, e di avere portato avanti dei piani che si sono rivelati fallimentari, come quello di addestramento dei ribelli finanziato dal Congresso.

5. La soluzione per sconfiggere il terrorismo in Siria è allearsi con la Russia?
È una soluzione che era stata progettata con la tregua in Siria entrata in vigore due settimane fa e firmata da Russia e Stati Uniti. Stando all’accordo, dopo una settimana di «riduzione significativa delle violenze» russi e americani avrebbero dovuto collaborare militarmente per colpire lo Stato Islamico e Jabhat Fateh al Sham (il gruppo che fino a poco tempo fa si chiamava Jabhat an Nusra e che era la divisione siriana di al Qaida), due gruppi considerati “terroristi”. Alla seconda settimana però non ci siamo nemmeno arrivati. A causa di diversi episodi – tra cui il bombardamento americano su alcuni soldati di Assad a Deir Ezzor, nell’est della Siria, e il bombardamento russo o siriano su un convoglio umanitario dell’ONU diretto ad Aleppo – la diffidenza tra americani e russi ha raggiunto nuovi livelli. Il piano di collaborazione militare tra Stati Uniti e Russia – già criticato moltissimo al momento della sua presentazione, anche da importanti fette dell’amministrazione Obama – sembra destinato a non avere alcun seguito.

Quando si parla di una possibile collaborazione tra americani e russi contro il terrorismo ci sono due cose da considerare. La prima è che i due governi non sono schierati dalla stessa parte nella guerra in Siria: gli americani sono intervenuti contro lo Stato Islamico, i russi in difesa di Assad. È difficile mettere d’accordo due paesi che hanno obiettivi così diversi, soprattutto se si considera il momento di generale tensione tra Obama e Putin. La seconda è che Stati Uniti e Russia non sono proprio d’accordo su chi sia da definire “terrorista”: per gli americani i terroristi sono i miliziani dello Stato Islamico e di Jabhat Fateh al Sham, per i russi la definizione è molto più ampia e include anche diversi gruppi ribelli che combattono Assad. E per raggiungere il proprio obiettivo in Siria – sostenere Assad – finora la Russia ha bombardato molto, molto di più i ribelli che non lo Stato Islamico.