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  • mercoledì 21 settembre 2016

Gli americani accusano i russi di aver bombardato gli aiuti dell’ONU in Siria

Sarebbe una cosa gravissima – la tregua serviva proprio a consegnare aiuti umanitari – ma la Russia nega tutte le accuse

Uno dei camion danneggiati nel bombardamento di lunedì vicino ad Aleppo, in Siria (OMAR HAJ KADOUR/AFP/Getty Images)

Martedì sera gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di avere compiuto il bombardamento aereo che il giorno precedente aveva colpito un convoglio di aiuti umanitari dell’ONU vicino ad Aleppo, uccidendo diverse persone e provocando altre gravi conseguenze. Gli americani hanno tracciato il movimento di due SU-24 russi (un tipo di cacciabombardiere) partiti da una base di Latakia – una città nell’ovest della Siria, nella zona controllata dal regime del presidente Bashar al Assad – e diretti verso il luogo dell’attacco. Due funzionari dell’intelligence statunitense hanno detto a Reuters che i due cacciabombardieri sono stati rilevati esattamente sopra il convoglio umanitario quando sono cominciati i bombardamenti. La Russia – che nella guerra in Siria è alleata del regime di Assad – ha negato tutto, dicendo che l’ONU e gli Stati Uniti non hanno prove per sostenere le accuse.

La tregua cominciata lunedì della scorsa settimana e raggiunta da Stati Uniti e Russia aveva come obiettivo più importante la consegna di aiuti umanitari alle popolazioni che da mesi o anni vivono sotto assedio dell’esercito siriano di Assad. Il problema è che nel corso dei primi sette giorni di tregua il governo siriano ha impedito il passaggio dei convogli umanitari dell’ONU, ritardando le autorizzazioni o chiedendone di speciali. Il convoglio bombardato avrebbe dovuto essere il primo a consegnare gli aiuti: era formato da 31 camion, trasportava soprattutto cibo e medicine ed era diretto a Urem al Kubra, una città a ovest di Aleppo. Il suo passaggio era stato notificato in anticipo sia al governo siriano che a quello russo, proprio per evitare attacchi o incidenti vari. Il bombardamento non sembra essere stato un errore, e nemmeno un atto casuale. È durato due ore e diversi testimoni sostengono che sia stato un cosiddetto attacco “double tap”: c’è stato un primo bombardamento, e poi, quando erano arrivati i soccorsi, ce n’è stato un altro. Reuters ha scritto che l’area è stata colpita da più di 20 missili.

La Russia ha negato qualsiasi coinvolgimento, e in un certo senso ha rilanciato. Il ministro della Difesa russo ha detto che il convoglio non è stato bombardato ma ha preso fuoco. Ha anche accusato i Caschi Bianchi – l’organizzazione civile di volontari che opera nelle zone della Siria controllate dai ribelli e che partecipava al convoglio – di essere vicini a Jabhet Fateh al Sham, il gruppo che prima era conosciuto come al Nusra ed era alleato di al Qaida. Come hanno scritto diversi esperti e giornalisti, è difficile sostenere che non sia stato un bombardamento: dalle immagini disponibili si vedono i danni provocati su auto ed edifici del posto bombardato, compatibili con quelli di un attacco.

Il bombardamento sul convoglio dell’ONU ha messo ancora più in crisi la già fragile tregua che sulla carta – ma solo sulla carta – Stati Uniti e Russia continuano a considerare valida («Ceasefire is not dead», ha detto il segretario di Stato americano John Kerry, seguito a ruota dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e dall’inviato speciale dell’ONU per la Siria Staffan de Mistura). Di fatto comunque la tregua è finita, almeno per ora, visto che da lunedì sera sono ripresi gli scontri tra governo e ribelli e i bombardamenti aerei del regime sono stati violentissimi. Gli stessi Stati Uniti sembrano comunque avere preso qualche cautela in più dopo che è venuto fuori che l’attacco contro il convoglio ONU potrebbe essere stato opera dei russi (inizialmente avevano accusato il regime di Assad). Martedì sera il portavoce del CENTCOM (il comando centrale dell’esercito americano in Medio Oriente, Nord Africa, Asia Centrale, Afghanistan e Iraq) ha detto che «ogni cooperazione con la Russia è sospesa, almeno per il momento», riferendosi alla seconda fase della tregua, che prevede una collaborazione militare tra americani e russi in Siria e di cui non si conoscono le sorti.

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