Da sinistra a destra, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, l'inviato speciale per la Siria dell'ONU Staffan de Mistura e il segretario di Stato americano John Kerry a Ginevra (FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 12 Settembre 2016

L’accordo sulla Siria è un buon accordo?

La tregua firmata da Stati Uniti e Russia è cominciata lunedì al tramonto: pochi pensano che duri, ma per molti è la cosa migliore tra quelle possibili

Da sinistra a destra, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, l'inviato speciale per la Siria dell'ONU Staffan de Mistura e il segretario di Stato americano John Kerry a Ginevra (FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

Aggiornamento martedì 13 settembre – La tregua negoziata da Stati Uniti e Russia è entrata in vigore in Siria alle 19 ora locale di lunedì. Nelle prime ore di cessate il fuoco sono già state registrate diverse violazioni: gli abitanti di Aleppo hanno detto per esempio che un elicottero governativo ha attaccato un quartiere cittadino sotto il controllo dei ribelli; nel sud della Siria, a Dara’a, un gruppo di ribelli ha detto di avere ucciso quattro soldati di Assad. Prima di mezzanotte i gruppi di opposizione hanno registrato dieci violazioni della tregua da parte delle forze governative. Nonostante gli attacchi – abbastanza normali nelle prime ore di una tregua – le violenze in Siria sembrano essersi generalmente ridotte. Stando a quanto dice l’accordo, se ci sarà una significativa riduzione della violenza nei primi sette giorni di tregua si passerà alla seconda parte del piano, quella che prevede degli attacchi coordinati di Stati Uniti e Russia contro i gruppi jihadisti dello Stato Islamico e di Jabhat Fateh al Sham (ex al Nusra).

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È entrata in vigore una nuova tregua in Siria, che dovrebbe sospendere gli scontri tra alcune delle parti che stanno combattendo la guerra e dovrebbe favorire l’arrivo degli aiuti umanitari in molte città siriane sotto assedio. La tregua è il risultato di un accordo raggiunto sabato mattina da Stati Uniti e Russia, dopo dieci mesi di faticosi negoziati. Almeno a parole, la tregua è stata accettata dal governo di Bashar al Assad e da alcuni gruppi dell’opposizione siriana, ma non da tutti: inoltre esclude due importanti fazioni, lo Stato Islamico (o ISIS) e Jabhat Fateh al Sham (prima conosciuta come Jabhat al Nusra, la divisione siriana di al Qaida).

Diversi analisti hanno espresso molti dubbi sulla possibilità che la tregua regga nel tempo, e che in generale non finisca per produrre effetti più negativi che positivi. Ma dicono anche che è un accordo importante, perché per la prima volta prevede operazioni militari coordinate di Russia e Stati Uniti contro i gruppi jihadisti che combattono nella guerra siriana; e poi perché è difficile immaginarsi qualcosa di meglio oggi in Siria. Il concetto è stato sintetizzato bene da Yury Barmin, esperto delle politiche russe in Medio Oriente, che su Twitter ha scritto: «CoH (la sigla che sta per “Cessation of Hostilities, la fine delle ostilità”) potrebbe sembrare irrealistica ma è la cosa che abbiamo più vicina alla pace in Siria».

I combattimenti sospesi e gli attacchi coordinati ai jihadisti
Premessa: Stati Uniti e Russia non combattono sullo stesso fronte nella guerra siriana, ma non sono nemmeno su fronti esattamente opposti. Gli Stati Uniti sono impegnati militarmente in Siria nella guerra contro lo Stato Islamico, che combatte soprattutto contro i ribelli e i curdi. La Russia è intervenuta in difesa del regime di Assad, che combatte soprattutto contro i ribelli.  Ma è anche vero che tra i due governi esiste una grossa differenza: gli americani vorrebbero tutelare i ribelli moderati per rafforzare il fronte anti-ISIS, i russi li vorrebbero sconfiggere per indebolire il fronte anti-Assad. In altre parole: la tregua non era così scontata e liquidarla come qualcosa che-non-servirà-sicuramente-a-niente non aiuta a capire quello che sta succedendo in Siria.

L’accordo trovato da Stati Uniti e Russia dovrebbe funzionare così (“dovrebbe” perché c’è da vedere se la tregua regge, e non è scontato per niente). A partire da lunedì le parti rispetteranno sette giorni di “massiccia riduzione della violenza” e permetteranno il passaggio degli aiuti umanitari verso tutte quelle città o parti di città che negli ultimi mesi sono rimaste forzatamente isolate, tra cui Aleppo: in pratica verranno sospesi gli assedi, la maggior parte dei quali creati dalle forze fedeli ad Assad. Se questa prima parte del piano verrà rispettata, gli Stati Uniti e la Russia stabiliranno un centro di comando congiunto che useranno per decidere gli obiettivi condivisi da colpire, appartenenti allo Stato Islamico e a Jabhat Fateh al Sham. Le parti fondamentali dell’accordo – le più difficili da realizzare – sono due: la Russia dovrà impedire ad Assad di bombardare le aree sotto il controllo delle forze di opposizione, inclusa Jabhat Fateh al Sham (e non sarà facile, come si è già visto in passato); gli Stati Uniti dovranno convincere i gruppi ribelli a separarsi da Jabhat Fateh al Sham, considerata la fazione più estremista nella guerra siriana insieme allo Stato Islamico.

I problemi dell’accordo
Partiamo dal primo, enorme problema: come si distinguono i combattenti dei gruppi di opposizione ad Assad e quelli di Jabhat Fateh al Sham? Perché il piano di Stati Uniti e Russia prevede dei bombardamenti coordinati sui secondi, ma preserva i primi (ed è proprio questo il punto della tregua: non bombardare i ribelli). Non stiamo parlando di una guerra tradizionale, dove ci sono due eserciti armati e vestiti in maniera diversa. Si parla di gruppi che usano spesso tecniche di guerriglia, che combattono senza rendersi necessariamente riconoscibili. Il problema è che sembra improbabile che i gruppi di opposizione decidano di staccarsi da Jabhat Fateh al Sham: non tanto per affinità ideologiche, quanto perché gli ex miliziani di al Qaida sono molto forti militarmente, spesso i più forti. Rinunciare all’alleanza con loro vorrebbe dire rischiare di scomparire come forza di opposizione. Ma se non avviene la separazione il rischio è che questi gruppi diventino dei bersagli dei bombardamenti coordinati tra Russia e Stati Uniti: sarebbe una cosa auspicata dai russi, che potrebbero usare la legittimità dell’accordo con gli Stati Uniti per colpire tutti i nemici di Assad, anche i più moderati.

I ribelli potrebbero rinunciare a staccarsi da Jabhat Fateh al Sham per la scarsa fiducia che hanno nella tregua raggiunta da Stati Uniti e Russia. E qui arriviamo al secondo grosso problema: non esistono di fatto meccanismi sanzionatori per chi viola la tregua (e d’altra parte forse una tregua con meccanismi sanzionatori non sarebbe mai stata raggiunta). Gli Stati Uniti non hanno una posizione di forza tale da minacciare Russia e Assad, nel caso di violazione della tregua: e questo fa sì che il buon esito dell’accordo dipenda essenzialmente dalla buona volontà delle parti in causa.

Ci sono altre cose che il testo della tregua non cita e che sembrano essere un problema per la sua implementazione. Per esempio non dice niente sulla presenza di milizie sciite straniere in Siria, come Hezbollah, il gruppo estremista libanese sciita schierato dalla parte di Assad. Come al Qaida e lo Stato Islamico, Hezbollah è considerata dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica; ma a differenza dei primi due, non è coinvolta nella seconda fase della tregua. I gruppi di opposizione hanno protestato molto per la mancata menzione di Hezbollah e hanno sostenuto che l’accordo usa due pesi e due misure. Il rischio è che si radicalizzi ancora di più nei ribelli l’idea che l’Occidente – in particolar modo gli Stati Uniti – non abbiano davvero intenzione di costringere Assad ad allontanarsi dal potere e che sia disposto a sacrificare la causa dei ribelli siriani pur di soddisfare i propri interessi, cioè sconfiggere lo Stato Islamico e Jabhat Fateh al Sham. È un’idea piuttosto radicata nell’opposizione siriana, sviluppata dai tempi della famosa “linea rossa”, quando cioè Obama decise di non intervenire in Siria nonostante l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad.

Lo stesso Assad non sembra troppo intenzionato a rispettare la tregua ed eventualmente a farsi da parte. Lunedì mattina ha visitato Darayya, una città siriana a dieci chilometri da Damasco fino a poco tempo fa sotto il controllo dei ribelli, e ha detto: «Noi come nazione.. stiamo mandando il messaggio che lo stato siriano è determinato a recuperare tutte le regioni conquistate dai terroristi e a ripristinare la sicurezza e le infrastrutture». Anche all’interno dell’amministrazione Obama ci sono diversi scettici, tra cui il Pentagono. Il segretario della Difesa americano, Ashton Carter, è stato tra quelli che più hanno espresso dubbi sulle reali intenzioni di Assad e dei russi di rispettare il cessate il fuoco. Carter è anche preoccupato per il fatto che svolgere operazioni militari insieme ai russi potrebbe permettere loro di raccogliere informazioni su come gli americani individuano e colpiscono i loro nemici. I dubbi sono sostenuti anche da un precedente: l’ultima tregua, raggiunta tra Stati Uniti e Russia a febbraio, era collassata poche settimane dopo essere entrata in vigore, quando i russi avevano spostato l’artiglieria pesante nell’area di Aleppo per aiutare le forze di Assad e colpire i ribelli.

La stabilità dell’accordo potrebbe essere messa in discussione anche dai rapporti traballanti tra Stati Uniti e Russia. Il presidente americano Barack Obama ha detto che la tregua è stata raggiunta in un clima di “profonda diffidenza” tra i ministri degli Esteri dei due paesi, John Kerry e Sergei Lavrov. Americani e russi non si trovano solo su due fronti diversi della guerra in Siria, ma stanno anche attraversando un periodo di grandi tensioni. Negli ultimi mesi la situazione è ulteriormente peggiorata dopo che i Democratici statunitensi hanno accusato il presidente russo Vladimir Putin di voler influenzare la campagna presidenziale negli Stati Uniti, sostenendo in maniera piuttosto evidente Donald Trump, il candidato Repubblicano.

E quindi, è un buon accordo?
Non è facile rispondere a questa domanda, perché non è facile dividere la Siria in buoni e cattivi. Per esempio negli ultimi due anni in Occidente ci siamo abituati a considerare lo Stato Islamico come il nemico assoluto – e a ragione, per le terribili violenze compiute dai suoi miliziani e il totale integralismo delle sue idee – ma abbiamo messo in secondo piano la brutalità del regime di Assad, che continua a usare armi chimiche contro la popolazione civile e che insieme ai bombardamenti russi ha ucciso molte più persone di qualsiasi altro gruppo che combatte in Siria. Di certo la tregua permetterà alla popolazione siriana finora sotto assedio di ricevere aiuti umanitari, e non è poco. Il resto dipende molto da come si svilupperà la tregua, se verrà rispettata e come decideranno di muoversi i gruppi di opposizione. Charles Lister, uno dei maggiori esperti della guerra siriana, ha scritto: «Per molti aspetti, è tutta una questione di fiducia».