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  • sabato 18 maggio 2013

La Siria e la linea rossa

Perché gli Stati Uniti e la comunità internazionale non intervengono? Cosa potrebbero fare? Le armi chimiche sono il punto di non ritorno?

Le prime proteste contro il regime alawita di Bashar al Assad iniziarono in Siria il 15 marzo 2011. Quella siriana sembrava essere solo un’altra delle cosiddette “primavere arabe” che stavano costringendo diversi dittatori della regione a lasciare la guida dei loro paesi dopo decenni di potere: col passare dei mesi, tuttavia, gli scontri tra forze governative e ribelli si sono trasformati in una delle guerre civili più violente e brutali degli ultimi decenni. Con l’aumento della violenza sono aumentati anche i gruppi coinvolti nel conflitto – islamisti, estremisti islamici, rappresentanti delle diverse etnie del paese – molti dei quali mandati a combattere in Siria per sostenere gli interessi di uno o dell’altro Stato della regione.

Di fronte alle oltre 80 mila persone uccise nella guerra, stando ai dati dell’ONU, in molti hanno cominciato a chiedere alla comunità internazionale e soprattutto agli Stati Uniti di fare qualcosa per fermare le violenze, soprattutto dopo che varie fonti autorevoli hanno parlato di uso di armi chimiche nel conflitto: questo è un punto molto importante, perché  Barack Obama in passato aveva dichiarato che l’uso di armi chimiche rappresentava la “linea rossa”, superata la quale gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in Siria con la forza.

Il giornalista Dexter Filkins si è occupato sul New Yorker di raccontare cosa sta succedendo in Siria, di capire quale sia oggi la posizione dell’amministrazione Obama su un possibile intervento e quali siano le opzioni percorribili dagli Stati Uniti nella guerra siriana: sono sostanzialmente tre, e tutte molto insidiose. Prima di esaminarle, però, bisogna sapere alcune cose fondamentali per capire le difficoltà della situazione.

Chi combatte in Siria, esattamente?
Il paradosso di questi mesi di guerra in Siria è che gli Stati Uniti e gli altri stati schierati a favore dei ribelli siriani, sia occidentali che mediorientali, da ormai un anno si sono ritrovati a stare dalla stessa parte degli estremisti di al Qaida, che hanno rinforzato i ribelli. Inoltre da una parte diversi stati mediorientali, come la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar, stanno armando e finanziando alcune fazioni dei ribelli, contro la volontà degli Stati Uniti. Dall’altra parte gruppi di combattenti legati all’Iran, il più grande alleato mediorientale di Assad, si sono schierati a fianco delle milizie del regime (armate tra l’altro anche dalla Russia).

La prima difficoltà, insomma, è capire quanti gruppi stiano combattendo in Siria: secondo un articolo del marzo scorso pubblicato sul sito del National, quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, l’opposizione ad Assad è composta da circa 1000 gruppi diversi. Ogni fotografia spiega le caratteristiche di quelli considerati i gruppi principali.

La guerra in Siria ha raggiunto un livello di violenza allarmante. In rete da mesi girano video e fotografie che mostrano crimini di guerra compiuti da entrambe le parti: la diffusione crescente di questi filmati ha fatto parlare della guerra civile siriana come della prima guerra della storia su YouTube. Nonostante questo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, unico organo in grado di autorizzare un intervento internazionale, non è ancora riuscito a trovare un accordo, a causa dell’opposizione di Russia e Cina ad un possibile intervento. Da diverso tempo l’amministrazione statunitense studia delle possibili opzioni di intervento unilaterale, ma finora il presidente Obama si è mostrato riluttante a impegnare militarmente l’esercito in Siria. E qui bisogna fare un altro doloroso passo indietro.

La lezione della Bosnia
Nel maggio del 1993, quattro mesi dopo l’insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, l’amministrazione degli Stati Uniti aspirava a ridurre il suo impegno militare nel mondo. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato disse che gli Stati Uniti non avevano «i soldi per ottenere dei risultati positivi in breve tempo». L’economia degli Stati Uniti era in pessime condizioni ed erano passati solo 18 mesi da quando i soldati americani erano tornati dalla Guerra del Golfo contro l’Iraq, e questo influì molto su come gli Stati Uniti affrontarono quello che stava accadendo nei Balcani.

Quando iniziò la guerra nell’allora Jugoslavia, il governo di Washington decise di non intervenire. Anche quando l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic ordinò alle sue milizie di fare “pulizia etnica” in Bosnia Erzegovina, Clinton non cambiò idea. Fu solo dopo il massacro di Sebrenica del luglio 1995, che uccise più di 7mila civili bosniaci in un territorio formalmente sotto il controllo internazionale delle Nazioni Unite, che iniziarono i bombardamenti della NATO contro le forze serbe in Bosnia.

Quell’intervento, scrive Dexter Filkins sul New Yorker, sembra avere dato due lezioni agli americani. La prima era che gli Stati Uniti – che erano indispensabili per la comunità internazionale, almeno quando bisognava fermare un disastro umanitario delle dimensioni di quello che stava accadendo in Bosnia – non volevano più fare tutto da soli, come era successo durante la Guerra Fredda.

La seconda lezione, molto importante alla luce della situazione in Siria, la spiega bene Gary Bass, professore di Princeton che ha scritto molto sugli interventi umanitari: ogni volta che un presidente manda dei soldati all’estero per salvare delle vite rischia un disastro politico; quando ne sta fuori, anche di fronte a calamità enormi, ha poco da perdere. La reputazione di Clinton, per esempio, venne duramente colpita quando un elicottero americano fu abbattuto in Somalia durante una delle battaglie di Mogadiscio dell’ottobre 1993: l’operazione di salvataggio che ne seguì, che ispirò anche il popolare film di Ridley Scott Black Hawk Down, causò la morte di 18 soldati americani. Al contrario, la reputazione di Clinton non si deteriorò troppo (almeno negli Stati Uniti) in occasione del genocidio in Ruanda del 1994, quando l’amministrazione decise di non intervenire in un massacro che causò la morte di centinaia di migliaia di persone.

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