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  • giovedì 5 novembre 2015

C’è della mafia, in Mafia capitale?

La polemica campagna sostenuta dal Foglio dall'inizio dell'inchiesta dice di no: oggi Giuliano Ferrara spiega perché secondo lui la distinzione è importante

I giornalisti fuori dal tribunale, durante l'inizio del processo su "Mafia Capitale", il 5 novembre 2015. (Fabio Cimaglia / LaPresse)

L’inchiesta contro un grosso numero di persone accusate di corruzione e attività criminali legate all’amministrazione pubblica di Roma – e alla gestione di cooperative di servizi – resa pubblica lo scorso dicembre fu chiamata da subito dai magistrati responsabili “Mafia capitale“: con l’evidente obiettivo di sostenere la tesi che tra le accuse potessero essere sostenute anche quelle legate alle associazioni criminali di tipo mafioso. La tesi è piuttosto coraggiosa, perché introduce quelle fattispecie di reato in una situazione che non sembra avere le caratteristiche tipiche, storiche, usuali, delle associazioni mafiose, immaginando che appunto una configurazione di reato prescinda da queste e abbia a che fare con le tipologie del reato, più che con i suoi luoghi o protagonisti o tratti tradizionali.

Tra chi ha contestato di più questa definizione – non le accuse, o i reati eventualmente commessi e la loro estensione – c’è il quotidiano il Foglio, a cominciare dal suo fondatore ed ex direttore Giuliano Ferrara, che giovedì è tornato sul tema per spiegare cosa c’è e cosa non c’è secondo lui in quest’inchiesta, e perché la distinzione gli sembri importante.

Se dici che la dizione Mafia Capitale è una bojata, senza mezze misure, ti attiri un quasi completo isolamento, la reputazione del reprobo e le querele dei magistrati inquirenti. Perché salire questo piccolo Calvario? Per amore della verità, anzi della controverità, l’unica superstite nel confusionismo del Giornalista Collettivo. Ieri, mentre le agenzie rilasciavano la notizia che il solito giudice a Berlino, il gup di Palermo, aveva assolto Calogero Mannino nel processo parallelo, stralciato, sulla trattativa stato-mafia (perché l’imputato “non ha commesso il fatto”), leggevo Giovanni Bianconi nel Corriere della Sera. Bianconi è cronista giudiziario più che Collettivo; è convinto come i suoi colleghi che quando il procuratore capo romano Guseppe Pignatone ha annunciato a un convegno del Pd romano che in fatto di criminalità mafiosa a Roma se ne sarebbero a giorni viste delle belle, e quando poi sono scattati gli arresti e le accuse e le diffusioni pilotate degli origliamenti all’insegna della parola d’ordine Mafia Capitale contro l’ex ergastolano redento Salvatore Buzzi e il Riina della pompa di benzina Massimo Carminati (non la famiglia ma un distributore Agip era la sede dirigente di questa associazione da me ribattezzata la Corleone dei cravattari), ecco, allora giustizia è stata fatta, e giustizia antimafiosa.

Oggi si apre il processone, maxiprocesso dicono, e vedremo che cosa ne verrà fuori. Il dibattimento pubblico è occasione a volte di chiarificazione. Ma questo dibattimento, come tutti quelli di argomento mafioso-antimafioso, è a regime mediatico-giudiziario un po’ speciale. La mia modesta tesi, e scandalosa, la conoscete. A Roma c’era, specie in un ambito democratico e progressivo, quello della redenzione sociale dei carcerati e del mondo cooperativo, ma con forti trasversalismi che interessano la destra di lotta e di governo, gli alemannoidi, una diffusa tendenza pratica alla corruzione di funzionari, imprenditori, manager che ruotavano intorno al bilancio pubbico del Comune: avidità, mezzi truffaldini, pubblici ufficiali e funzioni pubbliche piegate, con le buone e con qualche elemento di grottesca e vernacolare intimidazione (tipo “je do ’na martellata”), il tutto a scopi di arricchimento sociale delle cooperative, a scopi di potere e di arricchimento privato di redditi e patrimoni. Tutte cose da colpire con i rigori di una legge che pretende costituzionalmente il giusto processo, cioè l’accertamento per vie giudiziarie corrette di responsabilità penali e personali. Con l’aggiunta, sconosciuta ai codici più seri e moderni del nostro, dell’associazione per delinquere, un reato appunto associativo che spesso confonde le responsabilità e consente non giusti ma ingiusti (proceduralmente) processoni o maxiprocessi. C’è poi il discorso sulla corruttela assistenzialista e sulla spesa pubblica facilmente fuori controllo, che emerge in altri ma contigui termini anche dalla gestione siciliana dei beni confiscati ai mafiosi, con il sospetto di corruzione fin dentro la magistratura e altro. Ma non voglio sottilizzare. Diciamo che allo stato degli atti e delle intercettazioni una associazione a delinquere secondo il codice penale è ipotizzabile e non scandalizza.

Perché dunque il bollino mafioso? Perché teorizzare, tra sociologia urbana e diritto positivo, che quella romana non è delinquenza o corruzione in atti pubblici ma una forma, come riferisce il Bianconi Collettivo, “originale e originaria” di mafia con la maiuscola e il nome di Roma associato?

(continua a leggere sul sito del Foglio)

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