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  • venerdì 15 novembre 2013

Il Guardian, raccontato dal New Yorker

La storia, le inchieste recenti e il futuro di un illustre quotidiano britannico che è diventato uno dei maggiori siti di news mondiali

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

«Il primo ministro, il vice primo ministro, il ministro degli Esteri, il ministro della Giustizia e altri funzionari di governo sono estremamente preoccupati per quello che state facendo», disse Jeremy Heywood al direttore del Guardian, Alan Rusbridger, il 21 giugno scorso.

Jeremy Heywood è il capo di gabinetto del governo del Regno Unito. Craig Oliver, invece, è lo spin doctor del primo ministro David Cameron: il 21 giugno 2013, alle otto e trenta del mattino, si trovavano entrambi nell’ufficio di Alain Rusbridger, dal 1995 direttore del Guardian, insieme con il vicedirettore Paul Johnson. Da due settimane il Guardian – uno dei quotidiani britannici indipendenti più letti e più longevi del Regno Unito, e il terzo sito di news in inglese più visitato al mondo – stava pubblicando informazioni riservate fornite da un ex analista statunitense, Edward Snowden, riguardo a un programma di sorveglianza internazionale della National Security Agency (NSA), l’agenzia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Del racconto – originale e avvincente – di quelle giornate concitate, della tensione all’interno della redazione del Guardian, delle pressioni del governo britannico, si è occupato di recente uno dei più navigati e apprezzati giornalisti del New Yorker, Ken Auletta, in un lungo articolo che – prima di ripercorrere quei momenti – riprende la storia del Guardian e del suo direttore, Alan Rusbridger, insieme a una serie di temi da tempo al centro del grande dibattito sul futuro del giornalismo.

Chi è Alan Rusbridger
Rusbridger è nato nel 1953 in Africa, a Lusaka, allora parte della colonia britannica della Rhodesia del Nord e oggi capitale dello Zambia: suo padre era un ex missionario inglese, vice responsabile dell’istruzione nell’amministrazione coloniale, e sua madre lavorò per un po’ di tempo come infermiera. A Londra – dove la famiglia si trasferì quando Rusbridger aveva cinque anni – frequentò il Magdalene College di Cambridge, dove studiò letteratura inglese: lavorò all’Evening News, il quotidiano principale di Cambridge, per qualche anno dopo il diploma, prima di essere assunto direttamente dal Guardian, nel 1979. Lì conobbe Lindsay Mackie, che all’epoca lavorava al Guardian e che tre anni più tardi sarebbe diventata sua moglie. Oggi vivono in un quartiere di Kentish Town, nella zona nordovest di Londra.

Il direttore del Financial Times Lionel Barber ha raccontato al New Yorker un aneddoto che dice molto della tenacia di Alan Rusbridger. Nel 2010, quando il Guardian si stava occupando di un’altra storia grossa e delicata, quella su Bradley Manning e i documenti di Wikileaks, Rusbridger – che suona il pianoforte da dilettante e ne ha uno in casa – si mise in testa di imparare a suonare integralmente la ballata n. 1 in Sol minore di Chopin, nonostante i suoi numerosi impegni. Ci riuscì in circa un anno, prendendo lezioni e dedicando ogni giorno almeno una ventina di minuti allo studio dello spartito.

«È una mente molto acuta», ha detto Barber al New Yorker, «ed è molto significativo che abbia imparato a suonare quel pezzo di Chopin, come a dire “sono pronto a passare ore e ore a imparare Chopin, sono pronto a passare ore e ore per avere quell’articolo”». Familiari, amici e colleghi descrivono Rusbridger come un tipo molto pacato, imperscrutabile ma ostinato, uno che parla a voce bassa. Di lui l’ex giornalista del Guardian David Leigh – peraltro cognato dello stesso Rusbridger – dice: «è come un’anatra: la vedi scivolare elegantemente sull’acqua, ma intanto si affanna furiosamente con le zampe sotto la superficie».

Alcuni collaboratori di Rusbridger raccontano anche un altro episodio significativo, risalente a quando diventò direttore del Guardian nel 1995. Fu lui a decidere di cambiare il formato di stampa del giornale e passare dal cosiddetto “lenzuolo” (broadsheet in inglese) al “berlinese” (lo stesso di Le Monde in Francia o Repubblica in Italia), che era un formato originale rispetto al resto delle pubblicazioni quotidiane nel Regno Unito, in larga parte in formato tabloid. Sebbene quasi tutti in redazione ritenessero che il tabloid fosse la soluzione migliore – ha raccontato un ex redattore al New Yorker – a un certo punto della riunione in cui avrebbero dovuto prendere una decisione Rusbridger disse: «questa conversazione è finita, non stamperemo in formato tabloid».

La prima esperienza negli Stati Uniti
Nel 1986 Rusbridger lasciò il Guardian e accettò un lavoro come corrispondente da Washington per un nuovo quotidiano inglese – il Daily News, fondato da Robert Maxwell, allora già proprietario del tabloid Daily Mirror – e quindi si trasferì con tutta la famiglia negli Stati Uniti. «Scoprii il giornalismo americano», disse in seguito Rusbridger: «non avevo mai letto il New York Times o il Washington Post: contenevano dibattiti di natura etica, cose che noi non avevamo nel Regno Unito, e mi piacque la serietà della stampa americana».

L’impresa di Maxwell finì male e il Daily News chiuse pochi mesi dopo. Rusbridger tornò a lavorare a Londra per il Guardian, che gli affidò la redazione di un supplemento del weekend in cui Rusbridger – nonostante le perplessità di alcuni colleghi – iniziò a pubblicare articoli di costume e trattare anche argomenti più leggeri: le vendite dei weekend raddoppiarono. Il Guardian gli affidò quindi una sezione fissa sul quotidiano, chiamata “G2”. Nel 1994, in occasione della morte di Kurt Cobain, leader e cantante dei Nirvana, la sezione trattò approfonditamente la notizia: «i colleghi più attempati – ha raccontato Rusbridger al New Yorker – vennero da me a chiedermi “ma perché ce ne stiamo occupando?”, e io gli risposi “perché le nostre figlie stanno piangendo, ecco perché”».

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