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  • martedì 22 Ottobre 2013

Il testo della mozione di Gianni Cuperlo

Il testo integrale del documento congressuale presentato da Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria nazionale del Pd, in vista delle primarie del prossimo 8 dicembre. Il titolo è «Per la rivoluzione della dignità».

PER LA RIVOLUZIONE DELLA DIGNITÀ

A fine agosto abbiamo presentato le Note per il congresso del Partito Democratico. Le alleghiamo a questa piattaforma che segna il secondo passaggio del nostro cammino. Con le Note abbiamo scelto di raccontare le radici della crisi che ha investito l’Europa e l’Occidente, indicando i principi sui quali fondare una diversa cultura politica del PD, della sinistra, e descrivendo il profilo del partito che vogliamo. Con questa piattaforma entriamo nel merito dei nostri compiti dopo la destra, dopo la stagione di un leaderismo solitario e di un riformismo senza popolo. Porteremo questi documenti nei circoli, li confronteremo con movimenti e comitati, con le associazioni della legalità e del civismo, coi mondi del lavoro, le forze economiche, sociali, professionali. E innanzitutto con i giovani e le donne. Racconteremo la nostra visione del tempo e, con umiltà, ascolteremo voci e bisogni che spesso vivono fuori da noi. Alla fine usciremo da questo percorso arricchiti in ogni senso, ma soprattutto avremo raccolto i semi di quell’alternativa – di quel nuovo centrosinistra – che dovrà candidarsi a guidare l’Italia per i prossimi anni. Il nostro PD – il tuo PD per il Paese di tutti – sarà credibile perché largo, aperto, inclusivo. Sarà – questo vorremmo – il partito che abbiamo sperato, immaginato, e che adesso è tempo di costruire.

1. Per una rivoluzione della dignità

Il Partito democratico può guidare la riscossa civile, economica e morale del Paese. Riusciremo a farlo se avremo coraggio e passione per cambiare tutto ciò che oggi è da cambiare: nella politica, nello Stato, nelle responsabilità dei singoli, nelle logiche del mercato, in élite arroccate a difesa di poteri immobili e conservatori, se non opachi. A noi tocca portare al centro il valore della persona, dell’uguaglianza, del senso di comunità. Il PD deve mettersi a servizio di una rivoluzione della dignità. L’Italia, provata dalla crisi più drammatica dell’intera storia repubblicana, ritroverà la fiducia solo in un nuovo patto di cittadinanza fondato su libertà e giustizia sociale, sulla legalità, sulla coscienza di sé come nazione unita. La nostra società tornerà a crescere se contrasterà disuguaglianze immorali e se partirà dalla sfera dei diritti indivisibili – umani, sociali, civili – e dalla dignità di ciascuno per ridisegnare economia, scienza, cultura, il bene comune. Tutto ciò vorrà dire aprirsi al futuro tessendo la rete del civismo, della solidarietà, delle autonomie sociali, promuovendo comunità, che poi è il fondamento della speranza. Dalla crisi non usciremo come siamo entrati. Ma possiamo uscirne con un mondo migliore. A patto di credere che un tempo nuovo è già cominciato. Per cambiare l’Italia il PD deve cambiare se stesso. Le ragioni della sua fondazione sono più vive che mai. Da quella ambizione non si torna indietro perché è la grande opportunità per una società frammentata, in una nazione che può spezzarsi. Tuttavia, dobbiamo dirlo: dal suo battesimo, sei anni fa, abbiamo deluso le aspettative di tante e tanti. Non abbiamo avuto la capacità di un cambiamento radicale a iniziare da luoghi, strumenti e linguaggi della politica. La stessa costruzione del nuovo partito è stata segnata da un deficit di partecipazione e novità che ha penalizzato il suo radicamento e favorito un correntismo ossessivo.

Dobbiamo recuperare la nostra autonomia culturale. Non lo si fa da soli, ma alzando lo sguardo sul mondo. Sulle spinte all’emancipazione e sul desiderio di libertà che sale da angoli diversi della terra. Anche così possiamo ricollocare nel futuro i valori e le idee che sono nelle radici del progetto e che trovano l’espressione più alta nella Costituzione. La crescita assurda delle diseguaglianze che ha segnato l’ultimo ventennio non sono solo insopportabili sul piano morale, ma costituiscono una delle massime cause della crisi esplosa negli ultimi anni. L’ideologia secondo la quale il privato è sempre più efficiente del pubblico e il mercato determina da sé l’allocazione migliore delle risorse ha dilapidato una parte consistente del patrimonio industriale e produttivo del Paese, allargando la forbice tra Nord e Sud, provocando una caduta brusca della competitività e depauperando saperi, civismo, beni pubblici. La sinistra ha reagito con debolezza all’affermazione di un liberismo senza freni e vincoli, di un’economia piegata alla speculazione finanziaria, con indici di borsa divenuti più preziosi del valore sociale del lavoro e della sua dignità. In quel passaggio è maturata una sconfitta culturale prima che politica, quando le forze progressiste hanno ceduto all’idea che compito loro, e nostro, fosse temperare gli effetti sociali negativi di quel modello. Abbiamo subito, e talvolta assimilato, la personalizzazione della politica e il mito dell’uomo solo al comando, come se potesse bastare. L’effetto è stato uno svuotamento del Parlamento e delle istituzioni che ha indebolito anche la nostra capacità di rappresentare le fasce deboli e chi la crisi l’ha pagata di più sul piano morale e materiale. Alla fine quel liberismo antipolitico si è risolto in un fallimento. Ma noi non siamo nati per correggere la punteggiatura della destra. Siamo nati per cambiare l’Italia come finora nessuna classe dirigente ha saputo o potuto fare. Per tutto questo al PD ora serve uno scatto. Perché serve una sinistra autonoma e consapevole di sé, almeno se vogliamo invertire il declino. La drammaticità della crisi impone coraggio e radicalità, non per sfuggire alla responsabilità di governo. Al contrario, per guidare una trasformazione vera, per conquistare la nostra nuova frontiera. Chi pensa che basti sostituire gli attori senza cambiare lo spartito di questi vent’anni, non ha capito ciò che è accaduto e la sfida che abbiamo di fronte.

Il PD, dunque, deve cambiare il suo modo di stare tra le donne e gli uomini che sceglie di rappresentare, a cui vuole dare voce e potere. Dobbiamo parlare la nostra lingua dentro questo tempo. Piantare bene a fondo le radici sociali di una comunità che vada oltre le aree tradizionali della sinistra. La sfida è promuovere una nuova cittadinanza. Un’alleanza per la piena e buona occupazione. Un nuovo legame tra l’impresa che sceglie di rinnovarsi e investire, il lavoro che cambia, il campo vitale del no profit e di un terzo settore che incrocia volontariato e nuovi bisogni, i saperi che travolgono antichi argini. Dobbiamo guardare a una imprenditoria diffusa che da sempre è il tessuto connettivo della nostra economia. Dobbiamo offrire la certezza di riforme vere a quanti si battono sull’avamposto della creatività. Lo fanno spesso con fatica, sudando e lottando per l’apertura di una linea di credito anche di poche migliaia di euro. Lo fanno perché credono nel loro lavoro e progetto di vita e sperano di poterlo realizzare nel loro Paese. Gli avversari del cambiamento, oggi come ieri, sono rendite e corporazioni che bloccano la mobilità sociale e tengono i giovani e le ragazze – spesso le migliori – ai margini della vita democratica. Noi siamo nati per portare quelle ragazze e quei giovani al centro, con la loro domanda di futuro. Non possiamo accettare che nella crisi si formi una generazione fantasma, abbandonata tra contratti precari, atipici, sottopagati e lavori informali. Parliamo di un ‘popolo’ di oltre otto milioni di cittadini che chiedono diritti e riconoscimento, ma anche indipendenza e partecipazione. Un PD con radici più profonde nella società deve valorizzare questi nuovi soggetti. E scommettere sui talenti, deve stare dalla parte di chi rischia per innovare, deve sostenere le tante start up che aprono strade nuove nei mercati e offrono al Paese qualità e lavoro.

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