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  • martedì 30 luglio 2013

Il verdetto del processo Manning

È stato assolto dall'accusa più grave di aiuto al nemico ma condannato per molti altri capi di imputazione: rischia più di 100 anni di carcere

Bradley Manning è stato dichiarato non colpevole dell’accusa più grave nei suoi confronti, “aiuto del nemico”, nel processo che riguardava il suo aver fornito a Wikileaks informazioni riservate riguardanti la sicurezza degli Stati Uniti (informazioni e documenti che vennero pubblicate su internet). Manning è stato invece dichiarato colpevole per altri 19 capi di imputazione per cui rischia una condanna fino a 136 anni di carcere (la pena sarà valutata da domani). Il verdetto è stato pronunciato dal giudice Denise Lind della Corte militare di Fort Meade, nel Maryland.

Durante il processo Manning è stato accusato di 22 crimini, tra i quali aiuto del nemico, possesso non autorizzato di materiali di intelligence, furto e violazione delle regole sull’utilizzo dei dati informatici dell’esercito. Ha ammesso di avere diffuso i documenti, riconoscendosi quindi colpevole di alcuni crimini, mentre ha respinto le accuse più gravi come quelle di avere favorito il nemico. Complessivamente Manning ha ammesso la responsabilità per 10 dei 22 capi di imputazione, e per questo motivo potrebbe essere condannato al carcere a vita. Il suo processo presso la Corte marziale di Fort Meade è iniziato nei primi giorni di giugno ed è andato avanti rapidamente.

Secondo l’accusa, guidata dal maggiore Ashden Fein, Manning avrebbe fornito sistematicamente centinaia di migliaia di documenti segreti a Wikileaks. Da analista di intelligence per l’esercito, ha sostenuto Fein in aula, Manning doveva sapere che le sue azioni avrebbero potuto favorire organizzazioni terroristiche come al Qaida. Per Fein la diffusione dei documenti ha danneggiato la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha messo in pericolo le vite degli statunitensi, e quelle degli agenti dei servizi all’estero e delle loro fonti. Secondo l’accusa, alcuni dei testi secretati forniti da Manning sarebbero finiti anche nelle mani di Osama bin Laden, l’ex leader di al Qaida.

Questo tipo di accuse erano state fermamente respinte dalla difesa di Manning. Il suo avvocato lo ha definito un informatore benintenzionato, rimasto con una forte disillusione dopo essere stato assegnato in una delle unità dell’esercito statunitense in Iraq nel 2009. Manning non ebbe alcuna intenzione malvagia e per questo motivo non si può dire che cercò di aiutare il nemico, ha detto l’avvocato della difesa durante la fase finale del processo.

Bradley Manning ha 25 anni ed è stato arrestato in Iraq nel maggio del 2010, con l’accusa di avere passato informazioni di intelligence segrete. Oltre a molti documenti, fornì a Wikileaks il video di un elicottero Apache dell’esercito statunitense impegnato in un’azione a Bagdad nel 2007, in cui morirono 12 persone. Manning girò al sito di Julian Assange oltre 470mila rapporti su azioni di guerra eseguite in Iraq e Afghanistan e 250mila cablogrammi tra il Dipartimento di stato e centinaia di ambasciate statunitensi in tutto il mondo.

Dopo l’arresto fu tenuto in isolamento per quasi un anno e mezzo in un carcere militare di massima sicurezza in Virginia, formalmente per evitare il rischio di suicidio. La sua detenzione fece molto discutere e causò proteste negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, causando anche le dimissioni dell’ex portavoce del Segretario di Stato P. J. Crowley nel 2011, dopo alcune affermazioni critiche nei confronti del Pentagono per come stava gestendo il caso.

Manning aveva raccontato la sua versione dei fatti per la prima volta lo scorso febbraio, durante un’udienza preliminare alla Corte marziale di Fort Meade. Disse che aveva avuto accesso ai documenti riservati mentre lavorava come analisti in una base dei servizi segreti dell’esercito fuori Bagdad, in Iraq. Disse di essere entrato in possesso di informazioni che lo avevano turbato e irritato, come il video dell’Apache, e che per questo decise di diffonderle. Voleva far conoscere al popolo americano “il vero costo della guerra”, contribuendo a far crescere un dibattito nell’opinione pubblica sul ruolo dell’esercito e sulle scelte di politica estera degli Stati Uniti.

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