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  • lunedì 3 Giugno 2013

Inizia il processo a Bradley Manning

Il soldato statunitense accusato di avere passato documenti riservati a WikiLeaks deve rispondere di 21 capi d'accusa, e rischia l'ergastolo

Oggi, lunedì 3 giugno, inizia il processo marziale a Bradley Manning, il soldato statunitense accusato di avere passato centinaia di migliaia di documenti e materiali riservati a WikiLeaks. Manning si presenterà di fronte alla corte militare di Fort Meade, nel Maryland, e dovrà rispondere per 21 capi di imputazione di cui è accusato. Fino a oggi Manning si è servito della procedura chiamata pleading by exceptions and substitutions (“dichiarazione attraverso eccezioni e sostituzioni”), dichiarandosi responsabile per alcune accuse minori, contenute o presupposte dai reati imputati dall’accusa, ognuna delle quali prevede una pena massima di due anni. Manning ha negato invece le accuse più gravi – tra cui l’aver «aiutato il nemico» – per cui rischia l’ergastolo senza condizionale. Il processo durerà almeno fino alla fine di agosto, scrive Reuters, e l’accusa ha già detto che chiamerà a testimoniare più di 100 persone.

Manning, 25 anni, era stato arrestato in Iraq nel maggio 2010: aveva poi passato un anno e mezzo in quasi totale isolamento in un carcere militare di massima sicurezza in Virginia, formalmente per evitare il rischio di suicidio. Le sue condizioni di detenzione generarono molte proteste nel mondo e negli Stati Uniti, causando anche le dimissioni dell’ex portavoce del Segretario di Stato P. J. Crowley a marzo 2011, dopo alcune sue affermazioni critiche nei confronti del Pentagono sulla gestione del caso.

Il 28 febbraio scorso, durante un’udienza preliminare in una corte militare del Maryland, Manning ha raccontato nei dettagli come e perché ha deciso di passare le informazioni a WikiLeaks, il sito di Julian Assange. Manning aveva avuto accesso a molti documenti riservati mentre lavorava come analista in una base dei servizi segreti dell’esercito fuori Baghdad, la capitale dell’Iraq: aveva detto di avere trafugato le informazioni che lo “irritavano” e lo “turbavano”, come il video del 2007, divenuto poi conosciuto con il nome di “Collateral murder”, che mostrava due elicotteri Apache dell’esercito statunitense sparare contro un gruppo di persone disarmate, uccidendo due reporter di Reuters e ferendo gravemente due bambini.

Poco meno di due settimane dopo l’udienza preliminare, l’organizzazione “Freedom of the Press Foundation“, che si occupa di difendere la libertà di stampa, aveva pubblicato la registrazione della dichiarazione di Manning, violando di fatto le regole della corte sulla segretezza degli atti del processo. Nella registrazione Manning spiegava di essere «una di quelle persone che vuole sempre capire come vanno le cose» e e di avere agito per far conoscere al popolo americano «il vero costo della guerra»: il suo obiettivo era quello di far nascere un dibattito nell’opinione pubblica statunitense su quanto stava succedendo nell’esercito e sulla politica estera del governo. Come aveva detto lui stesso durante l’udienza preliminare del 28 febbraio, non pensava che con la sua azione avrebbe danneggiato gli Stati Uniti, per esempio aiutando in qualche modo al Qaida, perché nel frattempo molte situazioni contenute nei documenti che aveva passato a WikiLeaks erano cambiate.

Il processo a Manning ha aperto un’ampia discussione sul tema della libertà di stampa negli Stati Uniti. Laurence Tribe, professore di Harvard considerato uno dei giuristi di sinistra più autorevoli del paese, ha detto al Guardian che il processo potrebbe essere un precedente preoccupante per casi simili futuri: «Accusare un individuo del grave capo d’imputazione di “aiutare il nemico” sulla base solo del fatto che questa persona ha diffuso informazioni riservate su Internet, quindi “dando consapevolmente informazioni di intelligence” a chiunque possa avere accesso alla rete, può significare entrare in un terreno nuovo e pericoloso». Tribe ha aggiunto che il processo potrebbe avere conseguenze molto importanti sulla libertà di parola individuale, rendendo Internet un ambiente “pericoloso”, soprattutto per la difficoltà di dimostrare fino a dove devono essere tutelati l’interesse e la sicurezza nazionale.

foto: Bradley Manning (AP Photo/Patrick Semansky)