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  • martedì 19 marzo 2013

Due anni dopo in Libia

Il 19 marzo 2011 partì il primo caccia francese: ora ci sono un governo eletto democraticamente ma anche molti problemi, tra cui una montagna di armi

Il 19 marzo del 2011, due anni fa, le forze aeree francesi entrarono per la prima volta nello spazio aereo libico dopo l’imposizione di una “no fly zone” sulla Libia da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Quella risoluzione, approvata due giorni prima, era passata con 10 voti a favore e 5 astenuti (tra cui Russia e Cina, che al Consiglio di Sicurezza hanno il potere di veto): era la risposta della comunità internazionale all’avanzata delle forze del dittatore Muammar Gheddafi, che stava per lanciare l’ultimo attacco a Bengasi – nella regione orientale del paese, la Cirenaica – dopo aver riconquistato quasi tutti i centri importanti che inizialmente erano caduti nelle mani dei ribelli. La risoluzione, che era stata fortemente voluta dalla Francia, autorizzava «tutte le misure necessarie» esclusa un’invasione di terra per «proteggere i civili e le aree civili popolate sotto minaccia di attacco in Libia, compresa Bengasi».

A distanza di due anni dall’inizio dell’intervento internazionale in Libia, la situazione del paese è cambiata per molti aspetti, ma per molti altri è rimasta uguale, se non peggiorata. Gheddafi non c’è più e al suo posto, dopo un lungo periodo di governo provvisorio del Consiglio di transizione nazionale (il comitato che raggruppava le opposizioni libiche), c’è un governo nominato da un parlamento democraticamente eletto, e guidato dal primo ministro indipendente Ali Zeidan. I problemi però rimangono molti, sintetizzabili in tre punti: la grandissima diffusione delle armi tra le milizie, le continue richieste di maggiore autonomia da parte di alcune regioni del paese, tra cui la Cirenaica, e la lentezza nel far ripartire alcuni settori dell’economia libica.

Le armi e le milizie della Libia
Per capire la portata della diffusione delle armi libiche, sia in Libia che fuori, si deve fare una breve premessa sul periodo del regime. Gheddafi aveva creato un sistema di deposito delle armi in Libia molto complesso e decentralizzato: aveva ridotto all’osso le forze armate (anche per tutelarsi da eventuali colpi di stato contro di lui) e aveva creato in tutto il paese magazzini e nascondigli in cui erano state accumulate moltissime armi leggere e munizioni, ma anche armi più complessi. All’inizio della guerra civile, Gheddafi iniziò a bombardare, oltre che le città conquistate dai ribelli, anche i depositi di armi sparsi per il paese. I ribelli però riuscirono a saccheggiare parecchi depositi, entrando in possesso di moltissime armi.

Quando nell’estate del 2011, qualche mese dopo l’inizio dell’intervento internazionale in Libia, le milizie di ribelli cacciarono le forze fedeli a Gheddafi da Tripoli, iniziò una competizione molto dura, e a tratti anche violenta, tra i vari gruppi per mantenere la loro posizione di potere nella capitale. A questa lotta per il potere si aggiunsero moltissimi scontri violenti in tutto il paese, che videro le diverse fazioni, che facevano capo per lo più alle diverse tribù della Libia (circa 140), scontrarsi per il controllo del territorio.

Il 14 marzo 2013 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rivisto l’embargo sulla vendita delle armi che era stato imposto alla Libia all’inizio delle rivolte nel febbraio 2011. Il CdS ha comunque riconosciuto che da tempo moltissime armi di diverso tipo vengono trasferite dalla Libia a tutta la regione dell’Africa settentrionale, compreso il Mali. Dalla fine della guerra civile, infatti, il governo della Libia ha faticato molto a estendere la sua autorità sul territorio. Soprattutto la regione meridionale è diventata una rotta di traffico illegale di armi che raggiungono i militanti di al Qaida nel deserto del Sahara. Tutto questo è stato possibile perché le forze di sicurezza libiche sono rimaste deboli e le milizie, formate da ex ribelli combattenti, controllano ancora molte parti del territorio nazionale.

Negli ultimi mesi gli episodi di violenza in Libia sono stati moltissimi, alcuni anche piuttosto eclatanti. Il 7 marzo scorso un gruppo armato ha fatto irruzione della sede di Alassema TV, una televisione privata di Tripoli molto vicina alla coalizione liberale di Mahumud Jibril (ex capo del Consiglio nazionale di transizione), sequestrando il direttore e quattro giornalisti. Il giorno precedente un altro gruppo armato aveva sparato contro l’auto del presidente dell’Assemblea nazionale libica, Mohamed al Megaryef, a causa della discussione su una controversa legge che riguardava l’esilio politico dei collaboratori del regime di Gheddafi. L’episodio più importante rimane comunque l’attacco all’ambasciata americana dell’11 settembre 2011, durante il quale venne ucciso l’ambasciatore Christopher Stevens.

Le rivendicazioni di maggiore autonomia
Arrivano principalmente dalla regione orientale del paese, la Cirenaica, la stessa dalla quale era partita la rivolta contro Gheddafi. La Cirenaica possiede la maggior parte delle riserve di petrolio dell’intera Libia, ed è anche per questo motivo che il governo centrale finora si è opposto.

In realtà la Libia sperimentò già in passato un tipo di assetto federale, che però venne abolito con l’arrivo al potere di Gheddafi del 1969. Oggi la Cirenaica è una regione semi-autonoma, ma i federalisti reclamano un sistema in cui Tripoli abbia poteri solo nei settori della difesa e della politica estera, e nel controllo della banca centrale. Le rendite del petrolio, invece, dovrebbero essere divise a metà, a differenza di ciò che succede ora. In occasione dei festeggiamenti del secondo anniversario delle rivolte in Libia, avvenuti il 17 febbraio 2013, molti gruppi della Cirenaica hanno rivendicato di nuovo una maggiore autonomia, anche di fronte all’incapacità del Parlamento del paese di scrivere e approvare la nuova Costituzione, che dovrebbe chiarire la divisione di competenze tra il governo di Tripoli e le autonomie della Libia.

L’economia
Secondo l’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale, l’economia della Libia nel 2012 è cresciuta di oltre il 100 per cento rispetto all’anno precedente, durante il quale aveva pagato molto le conseguenze della guerra civile. Il settore energetico sta riprendendo la sua produzione e l’inflazione, che nel 2011 era salita del 16 per cento, è calata al 6 per cento nel 2012. L’economia della Libia rimane però ancora molto legata ai settori del petrolio e del gas, che rappresentano l’80 per cento del Pil del paese. La difficoltà da parte del governo di mettere in sicurezza gli impianti di produzione degli idrocarburi, però, ha già causato in passato numerosi problemi.

Per esempio, sabato 2 marzo è stato chiuso il sito di produzione gassifera di Mellitah (a ovest di Tripoli) a causa di scontri tra diverse milizie. L’azione contro Mellitah, che tra l’altro appartiene alla Mellitah Oil & Gas, una joint venture tra la società libica nazionale (Noc) e l’ENI, aveva causato l’interruzione completa della produzione e aveva costretto l’esercito ad intervenire militarmente per recuperarne il controllo. Un altro grande problema per l’economia libica è una legislazione che non favorisce gli investimenti esteri, limitando la partecipazione straniera in imprese nazionali fino solo al 49 per cento delle quote totali.

Foto: AP Photo/Mohammad Hannon, File

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