• Mondo
  • lunedì 21 Gennaio 2013

Martedì si vota in Israele

Le foto della campagna elettorale, gli schieramenti, i sondaggi e le cose da sapere: Netanyahu è dato per favorito

Martedì 22 gennaio si terranno in Israele le elezioni parlamentari, anticipate rispetto alla data prevista di ottobre 2013, e annunciate lo scorso ottobre dal primo ministro Benjamin Netanyahu. I cittadini israeliani saranno chiamati a rinnovare la Knesset, il parlamento israeliano, e ad eleggere i suoi 120 membri. L’assemblea parlamentare è eletta per quattro anni con un sistema proporzionale: ogni partito ottiene i seggi in proporzione alla percentuale totale dei voti ottenuta su scala nazionale. La soglia di sbarramento prevista affinché un partito possa entrare in parlamento è del 2 per cento. In queste elezioni ci sono 34 partiti in lizza, 14 dei quali sono già attualmente rappresentati alla Knesset: si va dai partiti di sinistra all’estrema destra, da quelli laici a quelli ultra- ortodossi fino ai partiti arabi.

Secondo i sondaggi il Likud di Netanyahu, che corre in una lista unica con il partito ultranazionalista laico guidato dall’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, Yisrael Beitenu (“Israele è la nostra casa”), dovrebbe vincere le elezioni ma sarebbe costretto ad allearsi con altre formazioni per avere la maggioranza prevista di 61 seggi. La lista unica otterrebbe infatti secondo i sondaggi tra i 32 e i 34 seggi, 10 in meno rispetto a quelli ottenuti nel 2009 quando i due partiti si presentarono singolarmente (27 per il Likud e 15 per Yisrael Beitenu): otterrebbe così la maggioranza relativa in Parlamento ma non quella assoluta.

Lo slogan scelto da Netanyahu è stato “Un primo ministro forte, uno stato d’Israele forte”: la sicurezza è stata ancora una volta la questione centrale in questa campagna elettorale, con i due partiti che hanno ribadito di essere favorevoli a un intervento militare contro il programma nucleare iraniano e contrari alla creazione di uno stato palestinese, anche se Netanyahu nel 2009 aveva mostrato un’apertura in cambio della pace.

Se la lista guidata da Netanyahu dovesse ottenere tra i 32 e i 34 seggi, dovrà cercare un accordo con altri partiti per governare. Netanyahu potrebbe scegliere i partiti centristi ma è molto più probabile che cerchi un accordo con l’ultra-nazionalista Bayit Yehudi (“Casa ebraica”), che secondo i sondaggi dovrebbe passare da 3 a 13 seggi e diventare il terzo partito in Israele. Bayit Yehudi è guidato da Naftali Bennett, considerato il vero protagonista della campagna elettorale in Israele.

Naftali Bennett è un imprenditore di origini americane, è stato consigliere di Netanyahu dal 2006 al 2008, ha quarant’anni, è stato amministratore delegato di una società di prodotti tecnologici (che ha venduto per 145 milioni di dollari) e per due anni è stato direttore generale del Moatzat Yesha, organizzazione che tutela gli interessi dei coloni. Lontano dall’idea canonica di leader religioso, Bennett si rivolge soprattutto ai giovani, con proposte politiche estreme ma presentate in maniera razionale e risoluta: secondo Bennett il conflitto isreaelo-palestinese è un problema senza soluzione, non si dovrebbe parlare di “stato palestinese” e bisognerebbe continuare l’estensione delle colonie israeliane in Cisgiordania, concedendo qualche città ai palestinesi ma sempre sotto lo stretto controllo militare israeliano.

Al secondo posto nei sondaggi c’è il partito laburista, il principale partito di centro-sinistra, guidato da Shelly Yachimovich, 52 anni, ex giornalista. Il partito viene da una recente scissione, dopo che l’ex leader Ehud Barak nel 2011 accettò di entrare a far parte del governo guidato da Netanyahu e decise di fondare un proprio partito di orientamento centrista. Il partito laburista sconta l’accentuarsi dello spostamento a destra dell’elettorato israeliano dopo la crisi di novembre tra Israele e Palestina, per l’incertezza della situazione in Siria e per il pericolo iraniano. Per questo motivo il Labor ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi sociali ed economici: nonostante nel 2012 l’economia israeliana sia cresciuta del 3,3 per cento (con una crescita di oltre il 14 per cento dal 2009 al 2012) aumenta sempre di più il divario tra ricchi e poveri, con più del 20 per cento della popolazione israeliana sotto la soglia di povertà. Dal punto di vista della politica internazionale Yachimovich ha accusato Netanyahu di aver causato un crescente isolamento internazionale di Israele, a causa della politica di espansione nei territori dopo il riconoscimento della Palestina come stato non membro dell’ONU.

Kadima (“Avanti”), di centro destra e primo partito nella Knesset nel 2009 con 28 deputati, rischia di non ottenere neanche un seggio dopo aver perso parte dei suoi deputati, candidati con altre liste. Tra i partiti di centro ci sono due nuove formazioni: Yesh Atid,  partito laico diretto dal popolare ex giornalista televisivo Yair Lapid e favorevole alla ripresa dei negoziati con i palestinesi, e Hatnouah (“Il Movimento”) fondato dall’ex ministro degli Esteri ed ex leader di Kadima Tzipi Livni, a cui hanno aderito sette deputati del partito.

Tra i partiti espressamente religiosi ci sono lo Shas, partito ultra-ortodosso sotto l’autorità spirituale del rabbino novantenne Ovadia Yossef e lo United Torah Judaism, formazione ultra-ortodossa diretta da un consiglio di rabbini e che attualmente conta cinque parlamentari.

Per quanto riguarda i cittadini arabi in Israele, che hanno diritto di voto e di candidarsi, ci sono diverse liste che si presentano alle elezioni di domani, tra cui la United Arab List-Ta’al (alleanza tra i due partiti arabi Ra’am e Ta’alBalad e Hadash, che attualmente contano in tutto 11 deputati alla Knesset e che hanno deciso di correre separatamente, avallando il rischio di perdere seggi e di frammentare ulteriormente la rappresentanza araba in parlamento. A questo proposito il quotidiano Haaretz ha pubblicato qualche giorno fa un appello rivolto alla popolazione araba di Israele a partecipare attivamente al voto, dopo che un sondaggio dell’emittente araba Al-Arabiya aveva fatto emergere l’intenzione di quasi il 50 per cento degli arabi israeliani di astenersi dal voto. Meretz, il principale partito laico e socialdemocratico israeliano e favorevole alla nascita di uno stato palestinese secondo la soluzione “Due popoli, due Stati”, ha deciso di candidare un arabo israeliano nelle sue liste, Isawi Farij.

Le elezioni di domani interesseranno quasi 6 milioni di cittadini israeliani: più di 20 mila tra poliziotti, agenti della polizia di frontiera e volontari cercheranno di garantire la sicurezza nei 10.132 seggi allestiti.