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  • sabato 13 ottobre 2012

Un intervento militare in Mali?

Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato una risoluzione che apre la strada a un intervento per riprendere il controllo del nord del paese

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che apre la strada a un intervento militare delle organizzazioni sovranazionali africane in Mali, in particolare l’Unione Africana e la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS). In particolare, la risoluzione dà alle due organizzazioni 45 giorni di tempo per presentare i dettagli di un piano di intervento nel paese dell’Africa nordoccidentale, che da mesi è diviso in due.

La situazione in Mali è cambiata in modo decisivo a partire dallo scorso marzo, quando un colpo di stato militare ha rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré, che era in carica da dieci anni. I militari si sono ribellati anche per il cattivo equipaggiamento e la cattiva gestione della ribellione della zona più settentrionale del paese, in cui le popolazioni tuareg hanno sempre avuto desideri autonomisti e a cui, negli ultimi anni, si sono unite molte formazioni militari ispirate a movimenti fondamentalisti islamici.

La comunità degli stati africani, in particolare l’ECOWAS, ha subito condannato il colpo di stato, a cui sta seguendo ora una laboriosa fase di transizione. Nel nord la ribellione tuareg riunita nella sigla MNLA (Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad) unita ai gruppi islamici e a signori della guerra locale è riuscita a cacciare quasi del tutto l’esercito maliano. Il 6 aprile 2012, la zona settentrionale del paese ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza, con il nome di Azawad.

Questa situazione è complicata dall’estrema debolezza dello stato maliano e dagli scontri all’interno delle stesse forze che controllano il territorio dell’Azawad, con i combattenti islamici che sembrano aver preso il controllo della ribellione. I mesi di conflitto hanno causato centinaia di migliaia di profughi e diversi episodi di violenze contro i civili e violazione dei diritti umani che sono stati denunciati dalle organizzazioni internazionali. In particolare, le milizie islamiche – che hanno instaurato la sharia, la legge islamica, nei territori che controllano – sono accusate da Human Rights Watch di mutilazioni, arruolamento di bambini soldato e lapidazioni pubbliche, oltre che della distruzione di alcuni degli antichi templi in legno e sabbia caratteristici dell’architettura di Timbuctu.

Con la risoluzione di ieri, che impone anche alle parti in lotta di avviare un «credibile processo di negoziazione», il Consiglio di sicurezza ha sottolineato ancora una volta – lo aveva già fatto in una risoluzione ai primi di luglio – che il Mali deve restare unito. La risoluzione è stata approvata all’unanimità dalle 15 nazioni che compongono il Consiglio di sicurezza, sulla base di una bozza redatta dalla Francia, che ha molti interessi diplomatici, politici ed economici nella regione.

La richiesta di dettagli per un intervento militare segue la domanda formale di un intervento internazionale nel nord del paese che è stata fatta dal governo del Mali alcuni mesi fa e dovrà essere seguita da un’altra risoluzione che autorizzi l’impiego sul campo. È difficile, scrive Al Jazeera, che tutti i passaggi siano completati prima della fine dell’anno. Una delle preoccupazioni è che i soldati dell’ECOWAS (si stima l’intervento di circa 3.300 soldati) non siano adeguatamente addestrati e monitorati nella loro missione, replicando gli episodi in cui, in Somalia, i militari delle missioni africane si sono resi colpevoli a loro volta di violenze e abusi. Pochi giorni fa, le Nazioni Unite hanno nominato l’italiano Romano Prodi come inviato speciale nell’area.

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