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  • giovedì 29 Marzo 2012

L’improbabile golpe in Mali

Quattro capi di stato africani erano partiti verso la capitale e sono tornati indietro senza atterrare: i militari che hanno preso il potere non sembrano avere le idee molto chiare sul futuro del paese

Oggi un aeroplano doveva portare in Mali quattro capi di stato africani, per aprire i negoziati con la giunta militare che ha preso il potere pochi giorni fa nel paese. L’aeroplano è tornato indietro senza atterrare e dopo aver solamente sorvolato la pista dell’aeroporto di Bamako, la capitale del Mali. I quattro leader africani erano i presidenti della Costa d’Avorio, del Benin, del Niger e del Burkina Faso, in rappresentanza della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), un’organizzazione internazionale di 15 stati a cui appartiene anche il Mali (anche se è stato sospeso subito dopo il colpo di stato). I negoziati dovrebbero tenersi nei prossimi giorni in Costa d’Avorio, probabilmente all’aeroporto di Abidjan.

Non è chiaro perché l’aereo sia tornato indietro: un consulente del presidente ivoriano ha parlato con Associated Press di “mancanza di sicurezza”. Secondo alcuni testimoni, dice la stessa agenzia, la pista dell’aeroporto era invasa da un gruppo di manifestanti che si trovavano lì proprio per l’arrivo dei capi di stato e cantavano slogan contro l’ECOWAS. Diversi rappresentanti della giunta militare hanno sottolineato la loro volontà di indipendenza rispetto alle “potenze straniere” e alle organizzazioni internazionali.

“Un improbabile uomo forte”
L’episodio dell’aeroplano è una delle tante stranezze del colpo di stato in Mali, che ha molti aspetti di disorganizzazione e di improvvisazione. Il settimanale statunitense Time ha pubblicato ieri un’intervista al capo della giunta militare, il capitano dell’esercito Amadou Sanogo, intitolata “Intervista con un improbabile uomo forte”. Sanogo, 40 anni, vive in questi giorni in una casa a due piani nella piccola base militare dell’unità che comandava, a Kati, pochi chilometri a nord della capitale Bamako. Qui riceve i pochi rappresentanti stranieri che lo vengono a visitare, i comandanti militari e i santoni musulmani molto considerati nell’Africa occidentale, i marabutti, per avere sostegno spirituale.

La giunta militare si è data il nome di Comité national pour le redressement de la democratie et la restauration de l’Etat, o CNRDRE. La rivolta è iniziata nella guarnigione di Kati il 21 marzo, inizialmente come protesta per le condizioni di equipaggiamento dell’esercito che combatte contro la ribellione dei tuareg nel nord del paese, e sembra essersi trasformata in un colpo di stato senza molti piani per il futuro. La giunta ha imposto un coprifuoco dalle sei del pomeriggio alle sei del mattino, ma per il resto del giorno la vita quotidiana sembra ripresa a Bamako. I militari hanno preso il controllo della capitale senza grandi combattimenti: i morti accertati finora sono solamente tre.

Sanogo e gli altri membri della giunta utilizzano una retorica nazionalista e contraria a qualsiasi intervento straniero, anche perché il colpo di stato ha ricevuto immediata e decisa condanna da parte di molti governi e organizzazioni internazionali, tra cui l’Unione Europea, gli Stati Uniti (che ha minacciato di sospendere gli aiuti economici e militari), la Banca Mondiale (che ha minacciato di sospendere i finanziamenti) e l’ECOWAS (che ha minacciato di intervenire militarmente in Mali). Lo stesso Sanogo, però, è molto fiero dei suoi soggiorni negli Stati Uniti, dove ha studiato inglese in una base dell’aeronautica in Texas, ha seguito un corso dei servizi segreti in Arizona ed è stato addestrato in una base di fanteria in Georgia. Sulla sua divisa (è nell’esercito da quando aveva 18 anni) indossa anche una spilletta dei marines americani, ricordo di un breve soggiorno alla base di Quantico, in Virginia.

Sanogo e la giunta insistono che il loro primo obiettivo è stroncare la ribellione dei tuareg nel nord del paese, che prosegue da mesi, dopo che centinaia di miliziani sono tornati dalla Libia (dove avevano combattuto dalla parte di Gheddafi): la situazione nel nord del paese è però tutt’altro che tranquilla, dato che i ribelli, che sono tornati dalla Libia pesantemente armati, attaccano città e basi militari mentre i negoziati iniziati dal presidente Touré sono stati interrotti.

La giunta ha annunciato e letto in televisione una nuova costituzione, in cui è scritto esplicitamente che i membri del CNRDRE o del governo provvisorio (che deve ancora essere nominato e che dovrebbe guidare la transizione) non potranno candidarsi alle elezioni. Il governo provvisorio, che dovrebbe avere 41 membri e preparare le elezioni, avrà 15 posti garantiti ai civili. La nuova costituzione garantisce anche il diritto di manifestazione e di sciopero.

La ricomparsa dell’ex presidente
Il presidente Amadou Toumani Touré era scomparso nei giorni immediatamente successivi al colpo di stato, ma ieri la radio francese RFI ha trasmesso una sua intervista in cui dice di essere “vivo e libero nel [suo] paese”. Si dice, come riporta Time, che viva a Bamako protetto dalla sua guardia del corpo, i militari detti “Berretti rossi”, i paracadutisti addestrati dai Navy SEALs, le forze speciali della marina statunitense (quelli che uccisero bin Laden, per intenderci). Touré aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato alle elezioni, previste per il 29 aprile prossimo e che quasi certamente non si terranno. Dopo il colpo di stato c’è stata qualche manifestazione a favore del presidente deposto – che aveva a sua volta preso il potere con un colpo di stato nel 1991, aveva permesso elezioni multipartitiche nel 1992 ed era stato eletto due volte alle elezioni del 2002 e del 2007 – ma era noto che membri del suo governo avevano fatto fortuna con il commercio di armi e di droga nel nord del paese.

I militari erano da tempo scontenti del governo di Touré, e diverse loro recriminazioni sembrano fondate: nella lotta contro i guerriglieri tuareg e di al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI) erano costantemente male equipaggiati e male addestrati. L’esercito maliano usa ancora molti fucili Simonov, prodotti in Unione Sovietica, che li smise di utilizzare negli anni Cinquanta; in un caso, l’esercito abbandonò veicoli militari ai guerriglieri perché gli unici in grado di pilotarli erano morti.

foto: HABIBOU KOUYATE/AFP/Getty Images