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  • sabato 9 Giugno 2012

L’antica Grecia

Filippomaria Pontani c'è appena stato e racconta il passato e il presente del paese alla vigilia delle nuove elezioni (e cosa c'entriamo noi)

di Filippomaria Pontani

In greco, a volte, le parole fanno miracoli. Quella più gettonata, e temuta, è di questi tempi il sostantivo refstòtita, derivato dal verbo reo, “scorrere”, che generazioni di ginnasiali hanno coniugato come paradigma del presente indicativo dei contratti: refstòtita è un perfetto bisenso che indica sia la “volatilità” dell’elettorato, sfuggente come una saponetta sotto gli usurati guantoni dei sondaggisti, sia la “liquidità” del contante che disperatamente manca alle casse dei cittadini e dello Stato. È sullo scheletro di questo bisenso che vorrei impostare le impressioni che seguono, tratte da un viaggio breve ma intenso nell’Ellade perduta, sospesa tra le elezioni del 6 maggio e quelle incombenti del 17 giugno: chi avrà la pazienza di leggere potrà saggiare da sé le analogie che legano i problemi qui descritti alla situazione del nostro Paese – in rispettoso omaggio a chi insiste da mesi sul fatto che «noi non siamo la Grecia».

1. Liquidità
Con singolare tempismo, in una lettera spedita il 24 maggio scorso al capo dello Stato Kàrolos Papulias (e resa pubblica dal giornale Vima la domenica successiva), l’ex premier Lukas Papadimos, autorevole esponente della tecnocrazia di scuola occidentale che ha traghettato il Paese verso l’attuale impasse, informava le autorità che le casse dello Stato sono vuote, anzi per la precisione che i 700 milioni ancora a disposizione basteranno fino al 18 giugno, mentre dal 20, tre giorni dopo le elezioni, s’inizierà ad andare in rosso, e dunque non si potranno pagare né stipendi né pensioni (per le spese correnti servirebbero almeno 3 miliardi al mese). Sull’evidente caratura politica di un simile allarme tornerò tra un momento: per ora consideriamone il contenuto, che è ragionevole supporre veritiero.

Tre anni di “rigore” (litòtita, si dice da queste parti, con un termine la cui storia attiene più alla sfera della miseria che non a quella della disciplina) hanno prodotto nell’economia greca degli effetti dirompenti:
– si sono operati tagli draconiani negli stipendi, nelle pensioni e nella sanità (rispettivamente 48, 25 e 14 miliardi di euro): per intenderci, un professore ordinario con 30 anni di anzianità ha perduto 700 euro al mese su 2700 (i suoi corrispettivi in Italia guadagnavano quasi il doppio, ora quasi il triplo), e ovviamente – benché abbia dovuto potentemente ristrutturare il suo train de vie – rientra ancora fra i privilegiati, anche perché a differenza di altri statali non è stato (ancora) licenziato; tagli della medesima proporzione hanno colpito stipendi e pensioni di entità assai minore, nonché i bilanci degli ospedali e di tutto il sistema sanitario nazionale, che infatti in molti casi non è in grado di garantire né gli interventi programmati né i farmaci provenienti dall’estero; per l’estate il memorandum imposto da Banca Centrale e Fondo Monetario prevede un ulteriore giro di vite pari a diversi punti di PIL;
– grazie ai suddetti tagli di spesa, vi è stata un’indubbia contrazione del deficit pubblico, con la peraltro flebile prospettiva di un avanzo primario per il 2013 (per ora siamo ancora a -2 miliardi);
– nel contempo, si è assistito a una discesa del PIL del 12,5% in tre anni, senza nessuna realistica prospettiva di miglioramento; basti pensare che in grazia della perdurante instabilità perfino il turismo, forse ormai la principale industria del Paese, subisce perdite del 30-40% rispetto all’anno scorso;
– a causa di tale contrazione, in barba al severo aumento della pressione fiscale sui patrimoni e sul reddito, vi è stata una forte riduzione delle entrate: per dare un esempio (e per capire l’allarme di Papadimos), quelle del mese di maggio sono crollate in modo verticale, sia per l’ancestrale abitudine ad allentare le riscossioni in periodo elettorale, sia – e in misura molto più significativa – perché le attività produttive si stanno ormai quasi tutte arenando;
– in conseguenza di ciò, la disoccupazione ha superato il 20%, quella giovanile il 50%;
– la spesa per interessi sui buoni del tesoro e sui prestiti, è e rimane del tutto fuori controllo nonostante la “tosatura” di qualche mese fa, e – complici le sperate iniezioni di liquidità da parte di Draghi e Lagarde (quelle cioè da cui dipendono gli stipendi di giugno) – il debito è ovviamente destinato a crescere su se stesso (in due anni FMI e BCE hanno acquistato il 35% del debito greco, che ammonta a 347 miliardi);
– in questo quadro, le quattro banche più importanti (Nazionale, Alpha, Eurobank e Pireo), che da tempo avevano perduto ogni accesso ai mercati internazionali, negli ultimi mesi hanno visto sparire miliardi di depositi, migrati verso istituti di credito di Paesi più solidi: esse sono state de facto nazionalizzate con i soldi della BCE e del Fondo di stabilità europeo, e ovviamente non hanno ormai alcun margine di manovra in termini di investimenti o di “crescita”, badando unicamente (impresa assai perigliosa) a non fallire.

Preciso che il quadro che ho sommariamente delineato non è tratto da un volantino anarchico, bensì dal più autorevole giornale greco, il Vima (rapporto sulle finanze pubbliche del 27 maggio 2012), il quale è più o meno apertamente schierato a favore del memorandum e della politica di rigore fin qui seguita.

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