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  • lunedì 13 Febbraio 2012

Di Grecia, Spagna e tutto quanto

Filippomaria Pontani spiega cosa succede intorno al Mediterraneo, e perché non gli piace

di Filippomaria Pontani

“Dovunque viaggio la Grecia m’accora”

(Giorgio Seferis, Alla maniera di G. S., 1938)

Prendiamola alla lontana: il Mediterraneo è uno.
Chi voglia guardare negli occhi la Spagna di oggi la troverà nello sguardo perso della sposa delle Bodas de Bergantiños, il capolavoro del “regionalista” Fernando Alvares de Sotomayor (1917) esposto nell’Accademia di San Fernando, a metà strada tra la Puerta del Sol e la sede centrale del Banco de España. Un Paese dinamico, capace negli ultimi vent’anni di una crescita e di un ammodernamento senza confronti nel Vecchio Continente, aperto sotto Zapatero a esperimenti avanzati di condivisione d’idee e di cultura, assiste con aria spaesata al repentino ritorno dei suoi vecchi fantasmi: la corruzione, la disoccupazione, l’oscurantismo.

A quella sposa, da domani o dopodomani, il ministro della giustizia Alberto Ruiz Gallardón permetterà di divorziare davanti a un notaio (privandola dunque della tutela del giudice nei casi di maltrattamenti o di affido di minori), ma non consentirà più di abortire liberamente e segretamente, come era lecito sotto Zapatero perfino alle sedicenni: nel furore demolitorio del nuovo governo spiccano i provvedimenti “eticamente sensibili” volti a propugnare, in omaggio ai dettami della Chiesa cattolica, una nuova immagine della donna, e a riportare sotto controllo le fasi salienti della sua vita, dal matrimonio alla concezione, dalla procreazione al divorzio. Ma la rivisitazione ideologica non si ferma qui, e investe anzitutto quello che Josep Ramoneda chiama il “peccato originale” della democrazia iberica: una Spagna perplessa assiste allo sdoganamento di Francisco Franco (“leader autoritario, non totalitario”, dall’alto valore militare) nel Dizionario Biografico compilato dalla Real Academia de Historia, nel quale peraltro si condanna il comunista Santiago Carrillo come un terrorista, e si decantano le esperienze mistiche di José María Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei. Forse il paradosso più bruciante è che per ascoltare per la prima volta in un tribunale spagnolo (come sta accadendo in queste settimane) le terribili testimonianze degli orrori e delle brutalità del franchismo, si sia dovuto attendere un processo nel quale è imputato proprio il giudice che per primo le aveva prese sul serio, in barba alle forzose amnistie del passato: Baltasar Garzón.

“I leoni erano scomparsi da tempo / non se ne trovava uno in tutta la Grecia / o forse uno, solitario, braccato / si era nascosto da qualche parte nel Peloponneso, non minacciava più nessuno / finché Eracle uccise anche quello. / Tuttavia il ricordo dei leoni / non smise mai di incutere terrore: / spaventava la loro immagine sugli scuri e gli stemmi, / spaventava il loro emblema / sui monumenti delle battaglie, spaventava il loro bassorilievo / sull’architrave di pietra della porta. / Spaventa sempre il nostro grave passato, / spaventa il racconto degli eventi / nella scritta incisa sull’architrave / della porta che attraversiamo tutti i giorni”

(Titos Patrikios, La porta dei leoni, 2002).

La Spagna assiste all’interdizione dagli uffici giudiziari comminata al medesimo Garzón per aver compiuto intercettazioni illegali (la stessa accusa che da noi si sta muovendo a, si parva licet, Luigi De Magistris) ai danni di politici indagati per corruzione: mentre quegli stessi politici nel frattempo si addottorano in legge (come l’ineffabile sig. Camps, già presidente della Generalitat Valenciana, subissato di fischi in occasione della sua proclamazione all’università di Elche) nella speranza di far dimenticare i controversi affari in cui erano rimasti impaniati. E questo anche dinanzi a eventi cataclismatici come il crac di Spanair, asmatica compagnia aerea catalana nata e foraggiata tramite studiati maneggi della Generalitat a fini propagandistici, o come la criminosa dissipazione dei fondi statali per lo sviluppo dell’Andalusia, centinaia di milioni di euro distribuiti a pioggia tra amici, parenti e conoscenti di governatori e consiglieri della locale Junta. Chissà cosa accadrà, in questo rispetto, ora che il governo toglierà i vincoli sulle coste, e si potrà tornare a edificare allegramente a Marbella e a Formentera per “valorizzare il turismo”.

Nelle Nozze di Bergantiños, il giovane sposo è visto di profilo: in fondo al tavolo, su cui riposano le stoviglie del dì di festa e il cibo povero ma dignitoso dei contadini, siede il suocero, assorto nella sua minestra, apparentemente lontano dalle generazioni che ora tengono la scena. Tra questi due mondi – i vecchi e i giovani – si staglia ora uno spartiacque, ovvero la riforma del lavoro concepita dal ministro Luís de Guindos e presentata venerdì da due donne poco inclini alle lacrime, la vicepresidente Saenz de Santamaría e la ministra Fátima Báñez. Essa fonda la lotta alla disoccupazione galoppante (il paro, giunto ormai al 50% tra i giovani) su un deciso inasprimento dei medesimi strumenti esperiti senza successo dall’ultimo Zapatero: oltre ad agevolazioni di dubbia efficacia per promuovere l’impiego degli under 30 e degli over 45, il nocciolo della riforma prevede una maggiore facilità e un minor costo del licenziamento (soprattutto per le imprese in difficoltà), il depotenziamento o l’abbandono degli accordi sindacali nazionali in favore di quelli aziendali, la privatizzazione delle agenzie di collocamento, e la licenza per il datore di lavoro di modulare arbitrariamente il salario a seconda delle “esigenze di competitività o produttività” (con un preavviso di 15 giorni, e ben poche garanzie o risarcimenti per il lavoratore che non accetti il mutamento). L’apparente impulso alle assunzioni a tempo indeterminato è bilanciato dalla facilità dei licenziamenti, soprattutto durante il primo anno di prova, o in caso di prolungata difficoltà economica: contrariamente a quanto Rajoy prometteva in campagna elettorale, si sposa qui la nota linea liberista che lega la facilità di licenziamento all’aumento dell’occupazione stabile. E per incrementare l’occupazione giovanile si ricorre agli stessi slogan di buoni propositi che popolano – sempre uguali, come ha denunciato Xavier Vidal-Folch sul País di domenica scorsa – i documenti dei vertici europei dal 1997 a oggi.

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