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  • venerdì 10 febbraio 2012

La nuova manovra della Grecia

Tagli al salario minimo, liberalizzazione del mercato del lavoro, riduzione degli impiegati pubblici: senza le riforme però il fallimento è praticamente certo e il tempo è poco

I principali leader politici greci, membri della larga coalizione che sostiene il governo di unità nazionale di Lucas Papademos, hanno raggiunto ieri un accordo su una nuova serie di tagli e misure di austerità necessari a ottenere un nuovo prestito internazionale, allo scopo di evitare il fallimento del paese. Il prestito sarà garantito dalla cosiddetta troijka – Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale – e dopo il vertice di ieri sera dell’eurogruppo è ormai chiaro che prima di autorizzare il prestito il pacchetto di norme dovrà essere approvato dal parlamento greco.

Il piano prevede il taglio del 22 per cento del salario minimo (da 751 euro al mese a 600 euro al mese), la liberalizzazione del mercato del lavoro, il taglio di 150.000 lavoratori del settore pubblico entro il 2015 (15.000 subito), in totale una riduzione della spesa pubblica superiore ai tre miliardi di euro. Non si è andati lontano invece sul fronte della riforma delle pensioni, una delle richieste più importanti delle istituzioni internazionali, e non si capisce ancora da dove verranno circa 300 milioni di euro di risorse: per questo l’Unione Europea ha detto di voler aspettare l’approvazione delle misure da parte del Parlamento. Una volta approvate queste misure, la troijka garantirà un prestito da 130 miliardi di euro. Senza il prestito, la Grecia sarebbe condannata al fallimento: il 20 marzo dovrà ripagare titoli di Stato per 14,5 miliardi di euro, soldi che oggi non ha in cassa.

Evangelos Venizelos, il ministro delle Finanze greco, ha messo così la questione: “Se vediamo il nostro futuro e la nostra salvezza nell’eurozona, in Europa, allora dobbiamo fare quello che si deve fare perché il nostro piano di riforme sia definitivamente approvato. Se invece il nostro paese, il nostro popolo, dovesse preferire un’altra decisione politica, una che ci porti fuori dall’eurozona e fuori dall’integrazione europea, dobbiamo dircelo chiaramente”.

L’accordo sulle riforme e sul prestito dovrebbe facilitare l’altra trattativa in corso, quella tra la Grecia e i creditori privati sulla ristrutturazione del debito. Ieri il commissario europeo per l’economia, Olli Rehn, ha detto che l’accordo è “praticamente fatto”. L’accordo dovrebbe prevedere un’intesa da 100 miliardi di perdite nominali sul valore dei bond greci, con una svalutazione di circa il 65-70 per cento dell’investimento da parte dei creditori (banche e fondi di investimento, tra gli altri) mediante l’emissione di nuovi bond a tassi di interesse agevolati. Per i nuovi titoli di Stato, i creditori erano arrivati a offrire un tasso medio del 4 per cento circa (3,5 per quelli a breve termine, 4,6 per quelli a lungo termine). Ora, invece, come richiesto dall’Europa, sembra che abbiano accettato un tasso ancora più basso, intorno al 3,5 per cento.

In Grecia la disoccupazione è arrivata al 20,9 per cento lo scorso novembre, in crescita di due punti percentuali rispetto al mese precedente. I sindacati ieri hanno indetto un nuovo ennesimo sciopero generale.

foto: ORESTIS PANAGIOTOU/AFP/Getty Images

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