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  • domenica 22 maggio 2011

La Spagna ci riguarda

Cose da sapere per capire la giornata elettorale e le proteste nelle piazze

«Il destino di Grecia, Portogallo, Spagna non riguarda un sottoscala del condominio ma concerne tutti gli inquilini»

di Filippomaria Pontani

Il fenomeno delle piazze spagnole è forse la migliore notizia del 2011 in Europa. Da oltre un mese, in vista di elezioni amministrative che domani sanciranno la débâcle del Partito Socialista al potere, la Spagna si sentiva schiacciata fra le misure draconiane di ristrutturazione dello Stato sociale decise da Zapatero dietro il diktat di BCE e FMI, e criticate dal Partito Popolare solo in quanto tardive, e le continue, desolanti notizie di scandali, indagini e corruzione (i casi Gürtel, Brugal etc.) a carico di una parte importante degli esponenti (e, che è peggio, dei candidati) di ambedue gli schieramenti principali, anche tra i principali collaboratori di Rajoy. Per di più, la stessa uscita di scena di Zapatero, salutata da molti come una scelta di responsabilità, ha rappresentato per i più scettici l’irresponsabile consegna del Paese a un oggettivo vuoto di potere, e la consegna del partito a una lotta di successione che è facile prevedere, a urne chiuse, asperrima.

Abbiamo dunque in sintesi i punti salienti della crisi del sistema spagnolo:

1. scarsa credibilità delle classi dirigenti
2. disoccupazione galoppante (prevista al 20% almeno fino al 2013, con aumento esponenziale dei contratti a termine e del precariato)
3. asservimento preventivo alle logiche e alle politiche imposte dai centri decisionali del capitalismo internazionale

Dinanzi a questo quadro poco consolante il Paese ha reagito con manifestazioni pacifiche e spontanee, che non si vogliono “anti-sistema”, ma che (sin dal loro manifesto) denunciano con forza – nell’intento di cambiarli – i punti di maggiore sofferenza del sistema stesso (oltre a quelli citati, la minaccia alla libertà d’informazione, l’aumento delle disuguaglianze, la titubanza nella politica energetica, la perdurante ingerenza della mano ecclesiastica nella vita civile).

Alla Puerta del Sol, centro pulsante della movida madrilena, non si sono riuniti facinorosi punkabbestia o anarchici derelitti: conformemente a una tradizione che vede mescolarsi ogni sera nei luoghi del divertimento fiumi di persone di diversa estrazione e di diversa età (c’è da chiedersi in quali città d’Italia ciò avvenga in una misura paragonabile, o semplicemente con uno spirito paragonabile), anche nel momento della protesta lo slancio è stato comune, inclusivo e non esclusivo. È anche per questo che le forze dell’ordine non sono intervenute a sgomberare (e ci si augura lo stesso avvenga quando cambierà la leadership politica); è anche per questo che non si può non guardare con favore a quella che rischia di diventare – dopo il precoce declino del movimento no-global – la prima mobilitazione di massa della gioventù degli anni Duemila.

Ma non è appunto un caso che tutto questo parta dalla Spagna: l’impressione di chi soggiorni anche episodicamente in quel Paese non è solo quella di un posto dove funziona molto bene tutto ciò che da noi stenta (i treni, i servizi, le scuole, gli ospedali: in certi casi si prova un sincero imbarazzo nel paragone, dall’internazionalizzazione delle università di Barcellona alle linee della stazione di Siviglia, dall’Hospital Virgen de la Vega di Salamanca ai mille musei di Madrid), ma anzitutto quella di una comunità dove dopo la fine del franchismo è stata creata, con fatica ma con determinazione, una coscienza condivisa. Basta guardare i muri di Badajoz, o il progetto di ampliamento del già visitatissimo Archivio generale della Guerra civile (ospitato proprio in quel di Salamanca, il centro operativo di Franco) per rendersi conto del grado di elaborazione e di consapevolezza del recente passato (mentre da noi si litiga sul 150enario, e il Museo di via Tasso a Roma è minacciato dai tagli); basta entrare per sbaglio nell’edificio antistante il monastero delle Descalzas Reales a Madrid e scoprire (for free) con quale intuito si rifletta sulla figura femminile in una splendida e affollatissima mostra dal titolo “Heroínas” (anche qui, il paragone con il bunga bunga è tanto inevitabile quanto impietoso); basta passeggiare per caso davanti all’Istituto Cervantes, e scoprirvi (pure gratuitamente) un dossier fotografico e giornalistico sulle grandi catastrofi dimenticate del pianeta, progetto guidato fra gli altri da Mario Vargas Llosa (“Testigos del olvido”). Viva Zapatero?

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