Il futuro della Grecia

I complicati dettagli dell'accordo con i privati e gli ultimi dati dell'economia del paese, che non preannunciano niente di buono

Il giorno dopo l’accordo della Grecia con i creditori privati, il futuro del Paese rimane sempre molto incerto. L’uscita della Grecia dall’euro sembra un’ipotesi scongiurata, almeno nel prossimo futuro. Ma nonostante l’accordo con gran parte dei creditori privati, che prevede un haircut (taglio) del 53,5 per cento del debito greco per un valore di oltre 100 miliardi di euro e lo scambio (detto “bond swap“) dei vecchi titoli di stato del valore di almeno 197 miliardi (quasi cinque volte il default argentino) con nuovi a tassi agevolati e a scadenza allungata, i problemi per il paese rimangono. Emblematica, in questo senso, la differenza delle reazioni di Francia e Germania all’accordo: se il presidente francese Nicolas Sarkozy ha detto che “oggi il problema è risolto”, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha detto chiaramente che ora la Grecia “ha solo un’opportunità per risolvere i suoi problemi” e che la crisi non è affatto finita.

Che cosa si è deciso nell’accordo con i privati
L’accordo di ieri con i privati è stato raggiunto grazie al PSI (Private Sector Involvement), un meccanismo introdotto con il Consiglio europeo del 21 luglio 2011 che prevede la partecipazione di privati al risanamento dei paesi in grande difficoltà. Se i privati non avessero accettato l’accordo, la Grecia sarebbe fallita e loro avrebbero perso tutti i loro crediti: così invece perderanno almeno il 53,5 per cento del valore dei loro titoli nominali (ma il valore reale, con i nuovi interessi, arriverà a oltre il 70 per cento).

La cosa principale da sapere è che la Grecia aveva emesso due tipi di obbligazioni: quelle che si rifanno alla legislazione greca e quelle che si rifanno alla legislazione internazionale. L’accordo di cui si è parlato in queste ore riguarda i bond emessi sotto legislazione greca che hanno fatto scambiare alla Grecia 177 miliardi di euro di vecchi bond anche grazie alle CAC (Collective Action Clauses).

Le “CAC” e le diverse legislazioni del bond
Le CAC sono clausole di azione collettiva che hanno costretto, anche contro la propria volontà, il 95,7 per cento dei creditori ad accettare lo swap, una percentuale superiore a quella reale dell’85,8 per cento che lo aveva accettato volontariamente (bastava che oltre il 75 per cento dei creditori accettasse il piano per far scattare le CAC). L’utilizzo della CAC ha fatto scattare, tra l’altro, i risarcimenti delle “assicurazioni” CDS, ossia Credit Default Swap.

Per quanto riguarda i bond a legislazione internazionale (del valore di 29 miliardi di euro), invece, la questione è ancora aperta: in questo caso, i creditori che hanno accettato il piano di swap sono solo il 69 per cento (per interessare quindi 20 miliardi di bond su 29), quota non sufficiente ad attivare le CAC e costringere dunque un numero ben superiore di creditori ad accettare il piano. Il ministro dell Finanze greco Evangelos Venizelos ha riaperto per questo motivo i termini di negoziazione fino al 23 marzo prossimo, ma ha già fatto sapere che la Grecia “non ha fondi per pagare chi rimane fuori dallo swap“.

Il futuro della Grecia
Nonostante tutti questi sforzi, tuttavia, la Grecia non ha raggiunto la soglia dei 107 miliardi di euro che erano stati previsti dalla cosiddetta “troika” (Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) e dai creditori internazionali per avviare il risanamento. Con un haircut del 53,5% si arriverebbe a una riduzione del debito di “soli” 104,4 miliardi di euro. Tuttavia, la “troika” la settimana prossima dovrebbe dare l’ok definitivo per il secondo bailout da 130 miliardi, di cui si è finalmente saputa la quota che immetterà l’FMI, ossia 18 miliardi di euro (più 10 del primo bailout).

Nonostante questo, il futuro della Grecia rimane molto incerto. Se dopo la notizia dell’accordo greco gli interessi dei bond italiani e spagnoli sono scesi, ieri sera circolavano voci che i nuovi bond della Grecia frutterebbero ancora rendimenti tra il 15 e il 21 per cento (lunedì se ne avrà la conferma con la riapertura dei mercati). Un tasso ancora molto alto se paragonati a quello del Portogallo (altra nazione in bilico, secondo gli analisti), che si aggirano tra l’11 e il 14 per cento.

Ieri, inoltre, sono stati pubblicati i nuovi dati, pessimi, dell’economia greca: nell’ultimo trimestre del 2011 il PIL è sceso del 7,5 per cento, ben oltre le stime del 7, dunque ancora peggio del 1974, quando cadde la “dittatura dei Colonnelli” e il PIL crollò del 6,4 per cento. Sempre nel 2011 il rapporto deficit/PIL della Grecia ha raggiunto l’11,5% del PIL. La disoccupazione ha raggiunto livelli record: a dicembre è salita al 21 per cento della forza lavoro e, per la prima volta della sua storia recente, i giovani tra i 15 e i 24 anni disoccupati sono di più (51,1 per cento) di quelli che lavorano. Le agenzie di rating hanno declassato la Grecia a livello “C”, che indica “insolvenza parziale” secondo Standard & Poor’s e Fitch, e default vero e proprio per Moody’s.

Di questo passo, la riduzione del debito pubblico greco al 120 per cento del PIL entro il 2020 sembra un obiettivo molto poco realistico e questo lo aveva detto anche un rapporto segreto dell’FMI di qualche settimana fa. Non a caso, c’è chi parla della possibilità di un altro bailout (anche questa ipotesi contemplata nel report FMI già citato) alla luce delle ultime riforme in Grecia e del parziale accordo di ieri con i privati. Ma molti paesi si sono già opposti, in primo luogo l’Olanda e la Germania.

Un altro aspetto da sottolineare è che, con gli ultimi accordi, i privati deterranno in futuro solo 63 miliardi del debito greco. Il resto sarà garantito da Unione Europea, FMI e BCE e quindi, potenzialmente, dai contribuenti europei.

nella foto, il ministro della Finanze greco Evangelos Venizelos (AP/Thanassis Stavrakis)

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