Quanto sta influendo la guerra in Medio Oriente sui prezzi al supermercato

I rincari ci sono ma per altri motivi, per ora: è questione di tempo, e soprattutto di quanto durerà la guerra

di Francesco Gaeta

Un operaio impila cassette di verdura al Centro Agroalimentare di Guidonia Montecelio, fuori Roma (AP Photo/Alessandra Tarantino)
Un operaio impila cassette di verdura al Centro Agroalimentare di Guidonia Montecelio, fuori Roma (AP Photo/Alessandra Tarantino)
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Gli effetti della guerra in Medio Oriente si stanno già vedendo sui prezzi dei prodotti al supermercato. Combustibili e carburanti, il cui prezzo sta aumentando a causa della guerra, incidono infatti su tutte le fasi della filiera agroalimentare: dal metano si ricavano i fertilizzanti azotati, i più usati nelle coltivazioni; il gasolio è indispensabile per i trattori e per il trasporto; e poi serve molta energia elettrica (che si produce anche dal gas naturale) alle serre e agli allevamenti, e alla refrigerazione di frutta, ortaggi, carni, latticini.

Sono tutti costi che nelle ultime settimane sono aumentati per chi produce, trasforma e distribuisce alimenti. Se la crisi durerà ancora, avranno effetti ancora più marcati e duraturi sulla spesa.

È già successo di recente. Secondo l’Istat, tra ottobre del 2021 e ottobre del 2025 i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati del 24,9 per cento, quasi otto punti in più rispetto alla media dei beni e servizi usati per calcolare l’inflazione, cioè l’aumento generale dei prezzi (tra cui sono compresi anche i beni alimentari). Quell’aumento era causato soprattutto dalla crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina, che aveva prodotto un andamento dei prezzi che gli esperti definiscono “rockets and feathers”: aumenti veloci come un razzo (rocket), e diminuzioni lente come una piuma (feather).

Nel 2022 in Italia l’inflazione era arrivata all’8,1 per cento, poi l’anno successivo era diminuita fino al 5,7 per cento. Ma il costo degli alimentari per chi acquistava è rimasto sempre ben al di sopra di queste soglie: +8,8 per cento nel 2022, +9,8 nel 2023. Il rincaro energetico insomma continua a influire sui prezzi degli alimenti anche quando energia e gas iniziano a costare meno.

A guardare i dati di aprile, però, questa nuova crisi energetica in Italia non è ancora nella fase del “razzo”. Ci sono rincari al supermercato, ma si devono a diversi fattori e almeno per ora solo in parte alla guerra in Medio Oriente: per ora, appunto.

Lo si vede nel caso degli ortaggi. Ad aprile il prezzo per i consumatori finali è aumentato del 6,5 per cento rispetto a un anno fa, sopra il tasso di inflazione che nello stesso mese (dato provvisorio) è stato del 2,8 per cento. I prezzi all’ingrosso, cioè quelli nei mercati intermedi prima della vendita al dettaglio e monitorati da BMTI, la società pubblica delle Camere di Commercio italiane, hanno avuto rincari analoghi e anche più elevati.

«Non sono però aumenti generalizzati, e non dipendono da un unico fattore», dice Gianluca Pesolillo, dirigente dell’area studi di BMTI. Tra fine febbraio e fine aprile ci sono stati aumenti del 60 per cento per i finocchi, e di oltre il 20 per cento per cipolle, limoni siciliani e carote. Il prezzo di altri prodotti invece nel frattempo è sceso: asparagi, fragole, lattuga.

Secondo l’ufficio studi di BMTI questo andamento dipende soprattutto dal clima, dalla stagionalità e dalla disponibilità dei prodotti, più che dai rincari dell’energia. Giampaolo Nardoni, coordinatore dell’area studi di BMTI, spiega che «a incidere sono stati fin qui il maltempo di inizio anno nel Sud, in particolare tra Sicilia, Calabria e anche alcune zone della Spagna. Sui prezzi degli ortaggi ad oggi ha fatto più danni il ciclone Harry che il caro energia».

C’è invece un legame più diretto con energia e carburanti nel settore ittico: rispetto a fine febbraio, l’orata italiana di allevamento è salita del 16,8 per cento e il branzino italiano del 9,2. Qui le ragioni sono due: l’energia degli impianti di allevamento e, per il pescato, il gasolio dei pescherecci, il cui prezzo è aumentato al punto da costringere molti pescatori a fermarsi.

È diverso il discorso sulle carni, generalmente una delle spese maggiori al supermercato: per l’Istat incide per quasi un quinto sulla spesa alimentare di chi vive in Italia, e ogni aumento viene percepito molto dai consumatori. Ad aprile la carne al supermercato è aumentata del 5,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche i prezzi all’ingrosso restano molto alti, con rincari tra il 7 e il 10 per cento a seconda del tipo di carne. Sono aumenti iniziati molto prima della guerra in Medio Oriente e si devono soprattutto alla minore disponibilità di capi “da ristallo”, cioè quelli che vengono allevati in posti diversi da quelli in cui sono stati svezzati: in questo caso sono soprattutto giovani bovini provenienti dalla Francia, acquistati dagli allevatori italiani per essere ingrassati e poi macellati.

Da questi numeri emerge che i prezzi all’ingrosso sono aumentati più di quelli al dettaglio. È normale che i rincari si vedano con un certo ritardo sulle vendite finali (è il cosiddetto “effetto frusta”: gli esperti hanno trovato una denominazione anche a questo). In parte si deve anche al fatto che per ora il rincaro è stato assorbito dalla distribuzione, supermercati o negozi al dettaglio, che non ha aumentato i prezzi alla vendita in misura lineare rispetto all’ingrosso per evitare cali troppo marcati nelle vendite. Le cose potrebbero però cambiare se la guerra e con essa il rincaro di carburanti ed energia durassero ancora.

Claudio Mazzini, direttore dei prodotti “freschissimi” di Coop Italia, la seconda catena di grande distribuzione in Italia, dice che «lo spartiacque secondo noi sarà la fine di giugno»: se la guerra dovesse protrarsi fino a quel punto, «gli aumenti sarebbero più ampi e generalizzati».

Il primo motivo è che per agricoltori e allevatori ammortizzare i rincari di energia, gasolio e fertilizzanti azotati diventerà sempre più difficile: sono tre fattori che secondo Coldiretti, la più grande associazione di rappresentanza dell’agricoltura italiana, incidono per circa il 25 per cento sui costi del settore. Nelle filiere economicamente più deboli, come ortofrutta e zootecnia, gli aumenti sono scaricati su agricoltori e allevatori, che nella maggior parte dei casi non hanno la forza contrattuale per adeguare rapidamente i prezzi. Coldiretti stima che le aziende stiano già pagando fino a 250 euro in più a ettaro.

Tra i costi che sono più aumentati c’è soprattutto quello dei fertilizzanti. L’urea, che è essenziale per coltivare mais, grano e riso, costa ormai 870 euro a tonnellata, il 46 per cento in più rispetto al 27 febbraio, il giorno precedente all’inizio della guerra. Si ricava dal metano: la minore disponibilità della quota proveniente dal Qatar, primo produttore al mondo, sta influendo sulle quotazioni internazionali. Un minore uso di fertilizzanti potrebbe portare a raccolti più contenuti, quindi a un prodotto più scarso e più costoso.

Vitaliano Fiorillo, direttore di AgriLab Bocconi, centro di ricerca sull’economia del settore agroalimentare dell’università Bocconi di Milano, spiega che «occorre attendere qualche mese per valutare le conseguenze: l’effetto sul prezzo di materie prime come il grano può essere calmierato dalla presenza di scorte e da contratti a lungo termine». Non è così per i prodotti freschi. Nel settore dell’ortofrutta, che vale 17 miliardi di euro all’anno, cioè un quarto dell’agroalimentare italiano, «i contratti sono a breve termine, e gli aumenti si trasferiscono subito da monte a valle».

Al rincaro sulle materie prime si aggiunge quello delle materie plastiche usate per gli imballaggi, che si ricavano dagli idrocarburi: ad aprile il polietilene è aumentato del 55 per cento rispetto a febbraio, il polipropilene del 47 per cento, il PET del 37 per cento. Significano costi più alti per vaschette, bottiglie, imballaggi flessibili (cioè quelli per avvolgere le cose).