Il primo accordo sulla crisi di Natuzzi lascia in sospeso le questioni più importanti

Ancora non si sa cosa succederà ai 479 dipendenti considerati in esubero dall'azienda di divani

Una protesta di alcuni dipendenti di Natuzzi a Roma, nel 2023 (Cecilia Fabiano /LaPresse)
Una protesta di alcuni dipendenti di Natuzzi a Roma, nel 2023 (Cecilia Fabiano /LaPresse)
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È stato raggiunto un primo accordo al ministero delle Imprese e del Made in Italy per gestire la grave crisi di Natuzzi, storica azienda pugliese produttrice di divani che vorrebbe chiudere cinque stabilimenti e mandare via 479 dipendenti su un totale di 1.800. Hanno partecipato l’azienda e i sindacati, per ora limitandosi a risolvere gli aspetti più urgenti: fino alla fine dell’anno ci sarà un ricorso alla cassa integrazione per il 62 per cento delle ore e Natuzzi stanzierà 6 milioni di euro per programmi di dimissioni incentivate a partire dal 2027. Quali lavoratori potranno essere coinvolti è ancora oggetto di discussione tra azienda e sindacati.

Non è l’unico punto rimasto in sospeso, anzi: sono state rimandate le questioni davvero dirimenti, tanto che Natuzzi e i sindacati hanno riconosciuto che la controversia è ancora aperta e che le loro posizioni sono distanti (pur definendo questo accordo un «primo passo» per la risoluzione della crisi).

Non si sa innanzitutto cosa succederà ai lavoratori in esubero, cioè i 479 dipendenti che secondo l’azienda sono in eccesso rispetto alle sue necessità in questo momento di crisi. Per ora il loro stipendio è parzialmente al sicuro grazie alla cassa integrazione e molti probabilmente se ne andranno col piano di incentivi, ma non è chiaro se Natuzzi voglia procedere al licenziamento di chi rimarrà.

E i lavoratori in esubero non sono gli unici che rischiano: Natuzzi vorrebbe cederne altri 100 alle aziende a cui eventualmente venderà i propri impianti, e proporre ad altri 380 di partecipare a corsi di formazione con la Regione Puglia, avviandoli così verso altre professioni. In questo accordo la Regione si è effettivamente impegnata a mettere a disposizione le cosiddette “politiche attive”, cioè percorsi di riqualificazione professionale e assistenza a trovare un lavoro. Ma di più non si sa.

C’è poi ancora da discutere del piano industriale e di come l’azienda cercherà di affrontare la crisi di questi anni, provocata da un grosso calo degli ordini, da scelte strategiche sbagliate e anche dai dazi degli Stati Uniti, dove peraltro l’azienda è quotata in borsa.

Nonostante diversi piani di rilancio Natuzzi non è mai riuscita a riprendersi, neanche con i soldi che ha ricevuto in sostegno dallo Stato, tra l’utilizzo frequente di cassa integrazione e contributi pubblici a fondo perduto.

Un’ipotesi è che lo Stato possa diventarne socio tramite Invitalia, l’agenzia del governo per lo sviluppo industrialepossiede anche diverse partecipazioni in aziende italiane. I sindacati chiedono il rientro della produzione dalla Romania, dove l’azienda produce una parte dei suoi divani, a un terzo rispetto a quanto gli costerebbe in Italia.

Di tutto questo si dovrebbe parlare in un nuovo incontro al ministero il 27 maggio.

– Leggi anche: La crisi di Natuzzi ha qualcosa di simile a quella di Stellantis