La singola misura più efficace per ridurre il fumo
È aumentare il prezzo delle sigarette, che in Italia sono ancora economiche: c'è chi propone di farle costare 5 euro in più

Una campagna per aumentare di 5 euro il prezzo delle sigarette e dei prodotti con nicotina sta per raggiungere le 50mila firme necessarie alle proposte di legge di iniziativa popolare per essere presentate in parlamento. L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), tra i promotori, stima che porterebbe a un ricavo per lo Stato fino a 13,8 miliardi di euro l’anno, una cifra che si spiega considerando quante sono le persone in Italia che acquistano sigarette. Un adulto su quattro fuma, con una media di 12 sigarette al giorno, e fa uso di prodotti contenenti nicotina più di un adolescente su tre.
Secondo le stime dei promotori della proposta, l’aumento porterebbe a ridurre i consumi del 37 per cento: vari studi infatti indicano che rendere meno accessibili le sigarette è uno degli strumenti principali per ridurre il fumo, ma è una misura che non ha le stesse conseguenze su tutta la popolazione e per questo è discussa da tempo.
In Italia un pacchetto di sigarette costa poco: in media 6,37 euro. Il nostro paese è al quattordicesimo posto tra i paesi dell’Unione Europea. L’Irlanda è al primo con il prezzo medio per pacchetto da 20 sigarette di 18,94 euro. La Francia, la Germania e l’Austria sono sopra la media europea, che è di 7,64 euro, mentre in Spagna, Grecia e Polonia un pacchetto costa meno che in Italia.
Le sigarette più economiche d’Europa si possono acquistare in Bulgaria, dove in media un pacchetto costa 3,69 euro.
Se questi prezzi vengono ricalcolati a parità di potere d’acquisto, cioè tenendo conto di quanto costa la vita in ciascun paese in rapporto allo stipendio medio, l’Italia passa dal 14esimo al 20esimo posto. Il prezzo sulla società, però, è altissimo. Le patologie causate dal fumo provocano oltre 93mila morti ogni anno e costano all’Italia più di 26 miliardi di euro.
– Leggi anche: L’OMS è preoccupata dalle sigarette elettroniche
L’idea che aumentare il prezzo riduca il consumo di sigarette è studiata da tempo. Già nel 1999 un rapporto della World Bank aveva calcolato come un aumento di prezzo del 10 per cento a pacchetto diminuisse la domanda di sigarette del 4 per cento nei paesi ad alto reddito e di circa l’8 per cento nei paesi a basso e medio reddito. Le analisi più recenti confermano questa relazione. Una revisione del 2024 ha calcolato una riduzione dei consumi ancora maggiore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definita la singola misura più efficace contro il tabagismo.
Non è però una misura “equa”, perché è una tassa regressiva, cioè pesa di più sulle persone meno abbienti. Il prezzo di un pacchetto, infatti, è uguale per tutti, indipendentemente dal reddito. In Italia il 36 per cento di chi fuma ha difficoltà economiche, e sarebbe proprio su queste persone che peserebbe di più una tassazione in proporzione più alta. A volte, poi, il prezzo viene pagato dall’intera famiglia di chi fuma. Numerosi studi, come quello pubblicato su Scientific Reports nel 2025, hanno analizzato il crowding out, l’effetto spiazzamento. Quando i costi del tabacco sono alti, molte famiglie riducono le spese essenziali per la salute, l’istruzione, l’alloggio e l’abbigliamento per compensare la spesa più alta per le sigarette. Lo stesso fenomeno avviene anche con altre dipendenze, come quella dal gioco d’azzardo.
I tentativi di smettere hanno meno successo tra i gruppi svantaggiati. Uno studio pubblicato nel 2012 su Annals of the New York Academy of Sciences suggerisce diverse cause, come una rete sociale in cui fumare è normalizzato o anche livelli di stress più alti dovuti alle difficoltà economiche. Una spiegazione più generale è stata fornita da alcuni economisti comportamentali, che ipotizzano come la povertà consumi risorse mentali, lasciando meno spazio per progetti impegnativi come smettere di fumare.
Sendhil Mullainathan e Eldar Shafir hanno descritto in Scarcity. Perché avere poco significa tanto, un libro del 2013, come la scarsità prolungata di denaro, tempo o sicurezza possa rendere difficile fare scelte che richiedono di rinunciare a una gratificazione immediata per ottenere un beneficio futuro. Di conseguenza, per chi è più stressato dall’avere meno risorse, smettere di fumare è più difficile.
Proprio lo stesso meccanismo cognitivo, però, è quello che rende un aumento del prezzo tanto efficace sulla riduzione dei consumi. Gli economisti comportamentali Jonathan Gruber e Botond Köszegi hanno sottolineato come molti fumatori siano incoerenti temporalmente, cioè vorrebbero smettere nel lungo termine, ma nel breve, di fronte alla singola sigaretta, non resistono. Una tassa sul tabacco funziona allora come un aiuto esterno, perché un prezzo più alto rende più semplice la decisione di non comprare un nuovo pacchetto e rimanere coerenti.
A parità di aumento di prezzo, in effetti, i fumatori a basso reddito riducono i consumi più di quelli con redditi alti. Per lo stesso motivo, la riduzione del consumo dovuta all’aumento di prezzo è maggiore tra gli adolescenti, che solitamente hanno meno denaro a disposizione e sono meno dipendenti dalla nicotina. Un prezzo più alto può anche far desistere chi vorrebbe cominciare.
Ma se ci sono delle alternative che permettono di risparmiare, questo aiuto funziona meno. Un articolo del 2024 sulla rivista Addiction ha studiato come cambiano gli acquisti quando aumenta la tassazione, analizzando 68 studi condotti in 39 nazioni diverse. Le persone con i redditi più bassi passano a marchi più economici e al tabacco sfuso, mentre quelle con redditi più alti acquistano confezioni di grandi dimensioni o prodotti transfrontalieri. L’articolo fa anche una distinzione tra comportamenti leciti e illeciti, che variano molto da paese a paese.
In Francia, per esempio, l’effetto della tassazione sul mercato del contrabbando è molto discusso. Tra il 2017 e il 2023 le tasse francesi sulle sigarette sono aumentate del 61 per cento e un pacchetto di Marlboro Red da 20 sigarette oggi costa 13 euro. Il numero di sigarette legali vendute è sceso del 34 per cento e lo Stato ha guadagnato in media 2 miliardi all’anno solo dalle tasse sul tabacco. Il consumo di quelle di contrabbando, però, è cresciuto, anche se di quanto è oggetto di dibattito.
– Leggi anche: Il farmaco per smettere di fumare che ora è rimborsato dallo stato
La risposta delle industrie di tabacco all’aumento della tassazione può essere determinante sui consumi. Tra le contromisure più efficaci che adottano per conservare le proprie vendite c’è la riduzione del numero di sigarette in ogni pacchetto, che mantiene così prezzi contenuti e rimane attraente per i consumatori (la cosiddetta strategia della shrinkflation).
Le aziende possono anche controllare il prezzo finale di un pacchetto di sigarette. Il prezzo che paga il consumatore, infatti, è la somma di una componente fiscale decisa dallo Stato, del margine di guadagno per il rivenditore al dettaglio e del ricavo che va al produttore. La parte fiscale non si può modificare, ma quella del ricavo viene decisa dalle aziende. Per esempio, possono assorbire l’effetto della tassa riducendo il proprio ricavo per pacchetto temporaneamente, oppure aumentare i ricavi da alcuni prodotti per ammortizzare le perdite subite da altri.
Sui marchi premium, acquistati da consumatori che risentono di meno dei rincari, le aziende possono imporre un prezzo finale più alto per permettersi di tenere più basso il prezzo dei marchi più economici. Per l’industria, infatti, mantenere relativamente accessibili i prodotti più economici significa limitare la riduzione dei consumi proprio tra i consumatori più sensibili al prezzo, che poi sono anche i più numerosi.
Anche se è documentato come aumentare il prezzo delle sigarette ne riduca i consumi, soprattutto in passato è stata considerata una misura paternalista. Perfino John Reid, ex ministro della Sanità britannico, disse nel 2004: «Fate molta attenzione a non trattare le persone con condiscendenza, perché a volte chi proviene da contesti socio-economici svantaggiati ha pochissimi piaceri, e uno di questi è fumare». Tre anni dopo alcuni ricercatori inglesi misero alla prova questa affermazione in uno studio dal titolo Aveva ragione John Reid?. Analizzarono i dati di 9176 persone e non trovarono alcun indicatore che suggerisse che il fumo fosse associato a livelli di piacere più alti. Al contrario, portava a una qualità della vita peggiore.



