Un secolo di vita sul pianeta Terra
Prima sul campo e poi fuori campo, David Attenborough ha inventato e reso un fenomeno mondiale i documentari moderni sugli animali

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Chi ama i documentari naturalistici e mastica l’inglese riconosce al volo, appena la sente, la voce fuori campo del più famoso divulgatore scientifico vivente. È inconfondibile per timbro, cadenza e volume: lenta e quasi sussurrata, come se provenisse da uno che ha appena scoperto qualcosa di sbalorditivo ma fragile, e trattiene lo stupore per paura di scombinare tutto. David Attenborough, che oggi compie 100 anni, ha questo approccio da sempre: fin da quando era più spesso nell’inquadratura dei suoi documentari che fuori.
Cercò di non interferire troppo anche nel 1978, quando raggiunse con la sua troupe i monti Virunga in Ruanda, a oltre tremila metri di altitudine, per avvicinarsi ai gorilla di montagna e filmarli. All’epoca aveva cinquantadue anni, era già piuttosto conosciuto nel Regno Unito e stava lavorando a Life on Earth, una serie monumentale di documentari sull’evoluzione di piante e animali sulla Terra. Dei gorilla gli aveva spiegato parecchie cose la massima esperta mondiale, la zoologa statunitense Dian Fossey, che in Ruanda li studiava da anni nel suo centro di ricerca nel cuore della foresta.
Tenete la testa bassa e non fissate i gorilla, aveva detto ad Attenborough e alla troupe. E così lui fece quando incontrò una femmina di un gruppo, rimanendo a distanza di qualche metro. Ma dopo pochi minuti fu un piccolo gorilla della stessa famiglia ad avvicinarsi e a interagire con lui, come se lo conoscesse da sempre. Aveva tre anni e si chiamava Pablo, il nome scelto per lui da Fossey e dagli altri studiosi. Sarebbe vissuto per altri trent’anni, dopo quell’incontro, diventando il maschio dominante del suo gruppo.
I filmati e le foto del giovane Pablo disteso sul suo nuovo compagno di giochi umano, sorridente e incredulo, diventarono le più famose della serie Life on Earth, trasmessa nel 1979. Circolarono moltissimo ed estesero la popolarità di Attenborough in tutto il mondo. Quell’incontro soprattutto influenzò la sua sensibilità in modo profondo, come spiega lui stesso in un recente documentario su Netflix, A Gorilla Story, girato tra i gorilla eredi di Pablo.
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«Non dimenticherò mai Pablo, né l’impatto che ha avuto su di me», dice Attenborough mentre riflette sugli inizi della sua carriera e sugli incontri con gli altri primati non umani. E alla fine aggiunge, riprendendo sue parole di quasi cinquant’anni prima: «Dico spesso che c’è più significato nello sguardo di un gorilla che in quello di qualsiasi altro animale che io conosca».
Oltre 500 scienziati e scienziate, tra cui Fossey, furono coinvolti nella produzione di Life on Earth per verificare l’affidabilità dei contenuti e tenere Attenborough aggiornato sulle ultime scoperte. La serie ebbe un successo clamoroso: fu venduta a quasi tutti i paesi del mondo (inclusa l’Italia, dove era trasmessa dalla Rai in versione doppiata col titolo La vita sulla Terra) e si stima sia stata vista da circa mezzo miliardo di spettatori. In 13 episodi girati in una trentina di paesi mostrava oltre 600 specie diverse come non erano mai state filmate prima: nell’ambiente naturale in cui vivevano.
Fu una delle tante intuizioni di Attenborough, che già a metà degli anni Cinquanta aveva proposto alla BBC il programma Zoo Quest, inventando di fatto un genere quando era un produttore televisivo di appena 26 anni. All’epoca non esistevano documentari naturalistici per come li intendiamo oggi: guardarne uno significava perlopiù guardare animali in cattività trasportati dagli zoo e filmati negli studi televisivi di Londra, come racconta nel libro del 2020 Avventure di un giovane naturalista.
Il suo programma prevedeva invece di invertire il processo: trasportare le cineprese in paesi lontani per mostrare dove e come vivevano gli animali, dal picatarte collobianco della Sierra Leone al drago di Komodo in Indonesia. E nessuno aveva mai visto in video un drago di Komodo nel suo ambiente naturale, prima di allora.
Convinto che quello fosse l’unico modo per far conoscere al pubblico come vivessero gli animali, Attenborough aveva poi rifiutato negli anni Settanta una già avviata carriera da dirigente della BBC. Era già direttore dei programmi della rete e direttore di BBC Two, ma lasciò quegli incarichi per dedicarsi a tempo pieno alla divulgazione.
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Più di ogni altro programma precedente nella storia della televisione, Life on Earth ridusse fino a farlo svanire il divario presente nell’immaginario comune tra l’umanità e il resto della natura. Non era un programma nozionistico, in cui ogni specie era presentata per le sue caratteristiche fisiche o come un mondo a sé stante. C’era un solo mondo, accomunato dagli stessi fenomeni e processi biologici in ogni sua parte.
Per la prima volta attraverso un mezzo di comunicazione di massa qualcuno descriveva gli animali come esseri capaci di provare emozioni, collaborare, imparare, prendersi cura gli uni degli altri, combattere e adattarsi. Come disse Attenborough nell’episodio dedicato ai gorilla di montagna del Ruanda, «vediamo il mondo nello stesso modo in cui lo vedono loro». E il motivo per cui quello stile era apprezzato tanto dal pubblico televisivo quanto dagli studiosi è che l’attenzione alla dimensione del racconto e all’impatto visivo delle immagini non ha mai prevalso su una pari attenzione al rigore scientifico del discorso.
È un’impostazione mantenuta da Attenborough anche in tutte le serie successive, incluse le più recenti e tecnologicamente innovative, tra cui Blue Planet e Planet Earth, o altre in cui ha continuato a prestare la sua voce, intanto che altre responsabilità dirette nella produzione andavano via via riducendosi, per motivi anagrafici.
Sono le serie che dai primi anni Duemila in poi lo hanno reso famosissimo anche a nuove generazioni di spettatori. E che più delle serie precedenti hanno fatto emergere un altro tratto oggi molto riconoscibile dello stile di Attenborough: una preoccupazione latente e continua per il ruolo e le responsabilità degli esseri umani nella storia naturale delle specie.
Ospite nel 2021 alla COP26, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite, Attenborough parlò con relativo ottimismo del futuro del pianeta in un discorso durante la cerimonia di apertura. Definì gli esseri umani «i più grandi risolutori di problemi mai esistiti sulla Terra», e concluse dicendo: «Nella mia vita ho assistito a un terribile declino. Nella vostra, potreste e dovreste assistere a una meravigliosa ripresa».
Senza mai essere catastrofista, Attenborough ha utilizzato il documentario naturalistico come un mezzo per mostrare la biodiversità del mondo e il fragile equilibrio su cui si regge, per stimolare curiosità scientifica e allo stesso tempo ispirare atteggiamenti umani protettivi.
«Quando ero bambino ho imparato la tassonomia grazie a Life on Earth, e decisi che sarei diventato un tassonomista. Sorprendentemente, sono diventato un tassonomista», ha detto al Guardian l’entomologo Gavin Broad. Lui e altri scienziati del Museo di storia naturale di Londra hanno da poco scoperto un nuovo genere di imenotteri a cui hanno dato il nome Attenboroughnculus tau. È solo il più recente di una lunga lista di animali che comprende lucertole, pipistrelli, rane, ragni, lumache, platelminti e altri, a cui gli scienziati che li hanno scoperti hanno dato nomi ispirati ad Attenborough.
Dalla biodiversità raccontata in ogni suo documentario dipende la vita di ogni specie, inclusa la nostra. Come scrive nel libro del 2020 A Life on Our Planet, «siamo arrivati fino al punto in cui siamo perché siamo le creature più intelligenti che siano mai vissute sulla Terra. Ma se vogliamo continuare a esistere, avremo bisogno di più dell’intelligenza. Avremo bisogno di saggezza».
Quel libro, dedicato all’importanza e alla necessità di imparare a gestire il nostro impatto sulla Terra, si apriva con una sua dichiarazione di profonda gratitudine.
Mentre scrivo queste righe, ho 94 anni. Ho avuto una vita straordinaria. Solo ora mi rendo conto di quanto lo sia stata. Ho avuto la fortuna di trascorrerla esplorando i luoghi selvaggi del nostro pianeta e realizzando film sulle creature che li abitano. Nel farlo, ho viaggiato molto in tutto il mondo. Ho fatto esperienza in prima persona del mondo vivente in tutta la sua varietà e meraviglia, e ho assistito ad alcuni dei suoi spettacoli più maestosi e dei suoi drammi più avvincenti. Da bambino, come tanti altri, sognavo di viaggiare in luoghi lontani e selvaggi per osservare il mondo naturale nel suo stato incontaminato e persino scoprire animali nuovi per la scienza. Ora faccio fatica a credere di essere riuscito a trascorrere gran parte della mia vita facendo esattamente questo.



























