Le donne che scelgono di partorire senza assistenza
Sono una minoranza ma stanno aumentando soprattutto a causa di un'organizzazione molto attiva online, che nega ogni rischio di questo approccio

Nell’episodio finale della seconda stagione della serie tv The Pitt, arriva al pronto soccorso una donna incinta. Nonostante stia male chiede espressamente che venga rispettata la sua scelta di avere una wild pregnancy, cioè una gravidanza non monitorata da visite o esami specialistici, e un free birth, cioè un parto senza alcun tipo di assistenza medica od ostetrica. Nella serie si assiste a come la resistenza della donna si trasformi rapidamente in un grave problema nel momento in cui le sue condizioni peggiorano e la sua vita e quella del bambino vengono messe a rischio.
Sono poche le donne che scelgono un parto non assistito – che è una cosa diversa dal parto in casa, seguito abitualmente da una o più ostetriche – ma il loro numero è in crescita, accelerato dalla pandemia e amplificato dalla visibilità sempre maggiore delle organizzazioni che lo promuovono online. Joe Sachs, produttore e consulente medico di The Pitt, ha detto che la scena era ispirata a una delle comunità più grandi, influenti e radicali che predicano questo azzardato approccio alla gravidanza, la Free Birth Society, che è anche una società americana con un valore stimato di più di 13 milioni di dollari.
Fondata nel 2017 dalla ex doula Emilee Saldaya (una doula è una figura che assiste una donna durante la gravidanza e il parto, occupandosi degli aspetti non medici), la Free Birth Society ha 132mila follower su Instagram e 27 milioni di visualizzazioni su YouTube. Il suo podcast ha più di 5 milioni di download. Insieme a un’altra ex doula, Yolande Norris-Clark, Saldaya ha prima creato un video corso da 399 dollari, e poi una scuola online da 6000 dollari per radical birth keepers, cioè assistenti al parto senza formazione medica e non qualificate per gestire le emergenze ostetriche. Il tutto corredato da cappellini con la scritta Make Birth Great Again (lo slogan del presidente statunitense Donald Trump Make America Great Again ma con “nascita” al posto di “America”).
La Free Birth Society è anche al centro di un’inchiesta del Guardian durata un anno e pubblicata lo scorso novembre. Le giornaliste Sirin Kale e Lucy Osborne hanno «esaminato centinaia di ore di podcast, video, documenti e materiali didattici, intervistato 10 ex membri e analizzato migliaia di pagine tra diari, cartelle cliniche, conversazioni e atti legali relativi ai parti delle sue seguaci». Hanno anche parlato con ostetrici ed esperti di assistenza alla nascita e con 60 delle donne che si erano informate tramite i contenuti di Saldaya e Norris-Clark.
Come ha spiegato Kale, «free birth significa partorire da sole, senza alcun aiuto da parte di medici o ostetriche. È legale nella maggior parte del mondo ed è generalmente sicuro per madri in buona salute. Ma la versione del free birth che FBS promuove è radicale: non solo niente ospedali o ostetriche, ma anche nessuna assistenza prenatale, nessun esame del sangue, nessuna ecografia, nessun piano di emergenza. Sei completamente da sola».
Anche il New York Times ha dedicato un articolo al free birth e a come questo movimento tenda a minimizzare i rischi di potenziali complicazioni di un parto. Affrontare il travaglio e il parto senza assistenza professionale è associato a un aumento dei rischi sia per la madre sia per il bambino. Il parto infatti è un evento in cui le complicazioni più gravi si sviluppano in pochissimo tempo. L’emorragia post-partum, per esempio, è una delle principali cause di mortalità secondo l’OMS e può uccidere una donna sana entro poche ore se non viene trattata.
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Per i neonati i primi minuti di vita possono essere determinanti. Le linee guida del 2025 dell’American Heart Association stimano che il 5-10 per cento dei neonati abbia bisogno di aiuto per iniziare a respirare alla nascita e che circa l’1 per cento richieda manovre di rianimazione avanzata. Questo rischio è sottovalutato e a volte anche romanticizzato dalle donne che fanno parte della Free Birth Society. Per esempio, Saldaya sostiene che i neonati «devono scegliere di reclamare il loro respiro, scegliere di vivere» e che «devono imparare a respirare da soli. Alcuni neonati possono impiegare, sai, cinque minuti, anche di più».
Nicole Garrison, intervistata dal Guardian, aveva partorito una bambina viva e in buone condizioni, ma subito dopo aveva cominciato a perdere moltissimo sangue. Secondo la Free Birth Society, però, le emorragie gravi sono rarissime e quindi Nicole aveva rifiutato la prima ambulanza chiamata dal partner. Quando infine aveva raggiunto l’ospedale, c’erano volute quattro trasfusioni di sangue prima che le sue condizioni tornassero stabili.
Un’altra donna intervistata dal Guardian, Gabrielle Lopez, era stata avvisata che il suo bambino era molto grande e che poteva esserci un rischio di distocia di spalla, cioè una situazione in cui, dopo l’uscita della testa, una spalla del feto resta bloccata dietro il pube materno. Lei decise comunque di partorire a casa, insieme a tre amiche conosciute nella comunità della Free Birth Society. Quando suo figlio Esau rimase incastrato e lei chiese alle altre di aiutarla, le risposero che il bambino era al sicuro. Esau rimase senza ossigeno per più di un quarto d’ora e oggi convive con una grave disabilità.
L’inchiesta del Guardian ha documentato 48 casi di morti o lesioni gravi correlati alla Free Birth Society. In un post su Instagram, l’account della società si tutela dicendo che i suoi contenuti hanno finalità «educative e informative» e che non sono destinati a diagnosticare, trattare, curare o prevenire alcuna condizione medica legata alla gravidanza o al parto. Il disclaimer non corrisponde però a quello che è successo. In 18 casi le giornaliste del Guardian sono riuscite a dimostrare che la società è intervenuta direttamente nelle decisioni delle partorienti o di chi era con loro. Saldaya e Norris-Clark non hanno risposto alle domande delle giornaliste, così come cinque anni prima non avevano risposto alla giornalista di NBC News Brandy Zadrozny. Allora Zadrozny aveva già descritto i meccanismi di radicalizzazione della community, come la cancellazione di commenti che suggerivano di andare in ospedale.
In Italia, come nella maggior parte dei paesi europei, partorire senza assistenza non è di per sé un reato: il diritto di rifiutare cure mediche è garantito dalla Costituzione e dalla legge sul consenso informato del 2017. Le conseguenze penali però possono emergere in caso di gravi danni o morte del neonato, attraverso reati come l’omicidio colposo o l’omissione di soccorso.
Di donne che scelgono il free birth in Italia ce ne sono poche, anche se contarle è difficile. Secondo l’ultimo Rapporto sull’evento nascita in Italia, solo lo 0,12 per cento dei parti nel 2024 non è avvenuto in ospedale o in una casa di cura accreditata. Questo valore tiene insieme chi sceglie un parto senza assistenza, ma anche chi vuole un parto in casa assistito o chi è costretta a partorire in una situazione d’emergenza. Uno studio ha sottolineato che tra il 2018 e il 2022 il dato è cresciuto dell’87,5 per cento (quasi raddoppiato), probabilmente in risposta alla pandemia.
Nel Regno Unito e in Norvegia sono stati condotti studi qualitativi sul perché si arrivi a questa decisione. Molte donne cercano un ambiente più sicuro e rispettoso dell’ospedale. Solitamente hanno avuto esperienze di parto negative: pratiche subite senza consenso, mancanza di ascolto e altre forme di violenza ostetrica. L’indagine Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia del 2017, una delle più citate, ha trovato che il 21% delle donne dice di essere stata vittima di questo genere di abusi. Una ricerca ancora in corso coordinata dalla professoressa Lucia Ponti, psicologa e psicoterapeuta dell’Università di Urbino, ha incluso anche altre forme di violenza, come la mancanza di consenso informato, gli interventi non spiegati, le pressioni sull’epidurale o sull’allattamento. Con questa definizione, il numero di vittime supera il 76%.
Roberta, una giovane medica intervistata in un episodio del podcast Nata Libera, racconta di essere stata colpita molto negativamente da una scena a cui aveva assistito in sala parto durante il tirocinio che la portò a decidere di non partorire in quell’ospedale. Per il suo primo parto scelse una clinica privata. Per il secondo, un free birth. Aveva sentito delle storie e poi aveva approfondito online. Il libro che ha trovato più utile è Freebirth dell’ostetrica Sarah Schmid, uno dei testi di riferimento del movimento in Europa.
Quando le si sono rotte le acque, Roberta ha partorito da sola e molto velocemente. «Io in quel momento mi sono sentita l’Onnipotente. Ero felicissima. Una sensazione di potere: questo è il termine giusto per descriverla».
Chi ha avuto un free birth racconta spesso di aver provato una sensazione di potenza. Nel suo podcast Saldaya parla di uno spazio in cui le donne di tutto il mondo «rivendicano il parto come è sempre stato concepito: selvaggio, sacro e libero».
L’OMS ha riconosciuto che le cure irrispettose e umilianti sono diffuse in molti contesti e ha pubblicato le linee guida per un’esperienza di parto positiva. Affermano che ogni donna in travaglio ha diritto a cure rispettose della sua dignità, a una comunicazione chiara prima di ogni procedura e alla continuità assistenziale.



