Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 27 Marzo 2022
I risultati dei giornali in termini di traffico online o di copie vendute, e di conseguenza anche di investimenti pubblicitari, hanno degli andamenti che vanno analizzati su periodi estesi, perché le discontinuità, gli alti-e-bassi, tra settimane o mesi, sono frequenti: tra gli altri fattori, i dati rimangono molto legati a fenomeni incontrollati e imprevisti quali sono i grandi eventi che attirano l’interesse dei lettori, un po’ come certe produzioni alimentari che sono legate alle variabili dei fenomeni meteorologici. Lo stanno dimostrando in questi anni gli ottovolanti delle due grandi catastrofi recenti, la pandemia prima e l’aggressione russa poi, che hanno creato grande domanda di informazione: la pandemia ormai con più di un picco anche in questo senso (ma è successo in scala minore anche con le attenzioni intorno all’elezione del presidente della Repubblica). E se da una parte sono fattori occasionali e puntuali, dall’altra costituiscono comunque una quota preziosa di maggiori ricavi e anche un’opportunità di trattenere e conservare parte di quei lettori occasionali.
Un’occasione meno tragica e lo stesso efficace sono i grandi eventi sportivi, soprattutto per i quotidiani specializzati: a luglio 2021, quando si è svolta la fase conclusiva dei campionati Europei di calcio vinti dalla Nazionale italiana quasi tutti i quotidiani hanno venduto più copie del mese precedente (le eccezioni sono quelli con l’attenzione minore allo sport, come Avvenire o il Sole 24 Ore ), coi quotidiani sportivi da +6% a +17%: i quali già a giugno – quando gli Europei erano iniziati – erano cresciuti tra il 5% e il 37%.
Numeri che danno un’idea delle ricadute non trascurabili dell’eliminazione della stessa Nazionale dai prossimi Mondiali di calcio, sancita questa settimana dalla sconfitta contro la Macedonia del Nord.
domenica 27 Marzo 2022
Qui c’è l’articolo del Post , ma i media americani ne hanno scritto molto: un altro buon riassunto è sulla newsletter della Columbia Journalism Review curata da Mathew Ingram.
“[Negli ultimi due anni] BuzzFeed è diventata in attivo: nei suoi risultati finanziari pubblicati martedì i ricavi della società non hanno raggiunto le previsioni di 500 milioni di dollari, ma i profitti sono cresciuti fino a quasi 30 milioni, con un aumento del 132% rispetto all’anno precedente. La sezione News , però, non è mai stata redditizia. Secondo le stime le perdite annuali di Buzzfeed News sono intorno ai dieci milioni, che significa che se BuzzFeed lo chiudesse i propri profitti potrebbero aumentare anche del 30%”.
domenica 27 Marzo 2022
La storia della settimana nelle grandi testate giornalistiche dell’Occidente è la crisi di BuzzFeed News , che si è manifestata con l’annuncio di una consistente riduzione del numero dei giornalisti nelle sue sezioni più importanti. BuzzFeed , ricordiamo , è il sito di “contenuti virali” di più spettacolare successo in questi due decenni di rivoluzioni digitali nel mondo dei media: successo che ha avuto una tale misura in termini di ricavi pubblicitari legati alla grande mole di traffico che BuzzFeed ha saputo sviluppare, da permettere al sito di creare – nel 2011 – una testata più tradizionalmente giornalistica, BuzzFeed News , capace di entrare in competizione con le grandi testate americane tradizionali, per qualità, inchieste, capacità di attrazione di giornalisti importanti, e di vincere persino un premio Pulitzer. Nell’importante, stracitato e ammirato libro di Jill Abramson (ex direttrice del New York Times , in Italia pubblicato da Sellerio), le quattro testate protagoniste del racconto tra il vecchio e il nuovo sono New York Times, Washington Post, BuzzFeed e Vice .
Nel frattempo però il modello di business legato alla pubblicità e a grandi numeri di pagine viste è andato in crisi, e BuzzFeed sta tentando da alcuni anni di raddrizzarlo: quello che sta succedendo ora, insomma, è che il progetto BuzzFeed News era stata una specie di foglia-di-fico/ vanity-project di un’azienda che andava forte e che poteva permetterselo, senza preoccuparsi delle sue perdite e della sua sostenibilità perché tanto i soldi arrivavano da un’altra parte. Ora che arrivano molto meno, e gli azionisti sono preoccupati (BuzzFeed si è nel frattempo quotata in borsa, con risultati molto deludenti), tra gli altri interventi si è deciso di tagliare sul giornalismo, che non gode di buone prospettive di profitti: per ora con incentivi all’uscita a più di un terzo dei giornalisti nelle sezioni di inchieste, politica e scienza, e due importanti responsabili che se ne sono andati; ma il resto della redazione teme riduzioni ancora maggiori e soprattutto percepisce che ci sia un ridimensionamento delle ambizioni, quindi sono in corso vivaci proteste e polemiche.
domenica 27 Marzo 2022
Il New York Times ha una sezione dedicata a raccontare scelte e funzionamenti del giornale – si chiama Insider – che questa settimana ha pubblicato una sommaria indagine sui fattori che rendono un articolo del giornale “virale” e lo fanno essere molto condiviso: il risultato delle riflessioni in questione non è particolarmente illuminante (vanno forte gli articoli che generano emozioni nei lettori, o che permettono di rafforzare la propria presenza e le proprie relazioni sociali) ma salta agli occhi l’insistenza con cui l’articolo ripete che il numero delle condivisioni sarebbe un dato su cui al giornale c’è sì curiosità e interesse, ma che non guida le scelte su cosa pubblicare.
L’insistenza si deve al fatto che la seconda scelta – “dare ai lettori ciò che vogliono” – è invece alla base della stessa esistenza di moltissimi siti di notizie nati in questo secolo, e che dedicano grande impegno a intercettare le ricerche su Google o le dinamiche dei social network; ma è anche un approccio considerato e praticato ormai dai siti di molte testate tradizionali, che ne ha spesso aumentato i numeri ma peggiorato la qualità. Farsi guidare da “ciò che funziona” non solo fa perdere senso al ruolo e alla responsabilità del giornalismo e all’autonomia nel considerare il valore del suo servizio pubblico, ma privilegia un rapporto con la quota di lettori più passeggera e meno fedele che – pur degnissima di rispetto – costituisce un capitale meno fertile per la creazione della relazione necessaria a ottenere coinvolgimento, fedeltà e quindi abbonati. Il New York Times ha capito che la gran parte dei suoi abbonati preferisce che sia il New York Times a decidere per loro: è il suo lavoro.
Fine di questo prologo.
domenica 20 Marzo 2022
Il Post ha avviato dal 2019 una serie di nuovi esperimenti di informazione in contesti e formati diversi dalla sua “sede principale”, ovvero il sito web nato dodici anni fa. Gli eventi pubblici con i primi test a Faenza e Pesaro, oltre alle presenze ormai consolidate al Circolo dei lettori a Torino e con le iniziative a Peccioli in Toscana. Poi il prodotto editoriale di carta, la rivista Cose spiegate bene , di cui uscirà il prossimo maggio il terzo numero. E la serie di lezioni online sul giornalismo avviata due anni fa con grandi partecipazioni. Tutte queste iniziative sono sia un’occasione per raggiungere e informare più persone, anche in ambiti e luoghi nuovi e diversi, sia uno strumento di comunicazione di se stesso da parte del Post , sia un elemento dei modelli di ricavo e sostenibilità del Post (più le ultime due che la prima).
Adesso il Post prosegue con gli esperimenti sull’ultimo tipo di iniziative – le lezioni online – saldandole ai contenuti della rivista, ovvero riprendendo i temi del suo primo numero (i libri, l’editoria) che avevano avuto molte attenzioni e interessi: con un ciclo di dieci incontri A proposito di libri .
domenica 20 Marzo 2022
Il responsabile commerciale del Financial Times , il quotidiano finanziario londinese che ha appena celebrato il risultato di un milione di abbonati, ha dato una interessante intervista al sito Digiday sul risultato suddetto e sulle molte cose imparate a proposito del sistema degli abbonamenti digitali. Per esempio sui nuovi abbonati incentivati dai momenti drammatici in cui c’è più richiesta di informazioni, come quello attuale di cui dicevamo sopra.
“Sappiamo che vedremo una grossa crescita di pubblico intorno a ogni grande evento e vogliamo conservare quel pubblico. Quindi la prima cosa da fare è gestire efficacemente il prezzo, in modo che quanto pagano quando si abbonano non generi uno shock enorme quando tra dodici mesi sarà il momento di rinnovare. Altrimenti, puoi star certo che li perderai”.
domenica 20 Marzo 2022
Il settimanale venduto da GEDI tra molte polemiche sta intanto continuando a uscire allegato a Repubblica e diretto dall’ex vicedirettore Lirio Abbate (ma senza firme , per protesta), in attesa che il nuovo editore concretizzi le piuttosto vaghe dichiarazioni sul suo futuro. Rispetto a una settimana fa ci sono stati lunedì un intervento severo di Corrado Augias – voce piuttosto autorevole nella storia del gruppo – e uno irritato e indignato del Comitato di redazione dell’ Espresso , che ha contraddetto i toni molto più indulgenti che aveva avuto quello del gruppo GEDI dopo aver incontrato l’amministratore delegato. Tra i due CdR, però, uno è quello che è stato venduto e l’altro è quello che è rimasto.
domenica 20 Marzo 2022
La recente popolarità del professor Alessandro Orsini, assiduo ospite delle tramissioni televisive nelle scorse settimane per via delle sue opinioni sulla guerra in Ucraina, ha attirato anche molte attenzioni su una sua dichiarazione per cui molti abbonati al Messaggero sarebbero ascrivibili alla sua presenza sul giornale. L’informazione non è verificabile e può darsi che Orsini si sia sopravvalutato come hanno commentato in molti , ma il “fandom” per singoli autori – forse di più radicata popolarità – è un incentivo interessante tra quelli che portano lettori ad abbonarsi a questa o quella testata, anche se rischioso e volatile, come l’abbandono del Messaggero da parte di Orsini (per iniziare a collaborare col Fatto , che quindi ora dovrebbe beneficiarne) dimostrerebbe, a sentire lui.
domenica 20 Marzo 2022
Vi dobbiamo chiedere scusa perché la settimana scorsa nel descrivere i più recenti dati Audiweb sul traffico dei siti di news li avevamo indicati come quelli di gennaio, ma si riferivano a dicembre (come peraltro era scritto correttamente nella tabella). Nel frattempo sono stati pubblicati i dati di gennaio, dai quali abbiamo selezionato quelli relativi agli utenti unici nel giorno medio sui siti di news “generalisti” (ovvero non quelli dedicati esclusivamente a settori specifici, come quelli di sport o cucina o meteo). Come ricordiamo sempre, le variazioni mensili sono molto suscettibili e dipendenti da fattori diversi, questo spiega le loro misure a volte discontinue: gennaio è stato comunque un mese di crescita generale per quasi tutti: tra i fattori ci sono i minori giorni festivi rispetto a dicembre, e l’attenzione prolungata sull’informazione politica intorno all’elezione del Presidente della Repubblica.
(non tutti i siti di news aderiscono alle rilevazioni Audiweb: tra le assenze più vistose c’è quella del circuito di siti di informazione locale CityNews , a cui altre rilevazioni attribuiscono il primato assoluto di traffico)

domenica 20 Marzo 2022
Il gruppo 24 Ore, ovvero l’azienda che pubblica il Sole 24 Ore oltre ad avere altre attività, ha approvato il suo bilancio di fine 2021. Quello che dice, in estrema sintesi, è che le cose sono peggiorate, ma che sono peggiorate per costi eccezionali e puntuali, mentre nell’ordinario le cose stanno migliorando. Il “risultato netto” – se non si considerano questi “oneri non ricorrenti” – è comunque negativo, ma meno negativo di un anno fa.
Più in dettaglio c’è un aumento dei ricavi pubblicitari dell’11,8%, di poco superiore a quello generale del mercato (il 2020 era stato un anno disastroso, per ragioni di pandemia, soprattutto nella sua prima parte), mentre sono in perdita dell’1% i “ricavi editoriali” (ovvero dalla vendita di giornali e prodotti editoriali) “principalmente per la contrazione dei ricavi generati dalla vendita del quotidiano cartaceo e dei periodici, in parte compensata dallo sviluppo dei ricavi derivanti da abbonamenti digitali al quotidiano, al sito www.ilsole24ore.com, ai prodotti dell’area Servizi Professionali”. Sono invece sensibilmente aumentati i ricavi legati ad attività collaterali che erano state sospese durante i mesi più intensi della pandemia.
“I ricavi diffusionali del quotidiano (carta + digitale) ammontano a 45,1 milioni di euro, in calo di 4,2 milioni di euro (-8,5%) rispetto al 2020. I ricavi diffusionali del quotidiano cartaceo ammontano a 24,2 milioni di euro, in calo di 5,4 milioni di euro (-18,3%) rispetto al 2020. I ricavi diffusionali del quotidiano digitale ammontano a 20,9 milioni di euro, in incremento di 1,2 milioni di euro (+6,3%) rispetto al precedente esercizio”.
“La diffusione (carta + digitale) del quotidiano Il Sole 24 ORE da gennaio a dicembre 2021 è complessivamente pari a 142.090 copie medie giorno (-2,3% rispetto al 2020). In particolare, la diffusione media giorno cartacea dichiarata ad ADS per il periodo gennaio – dicembre 2021 6 è pari a 53.538 copie (-10,9% rispetto al 2020). La diffusione digitale dichiarata ad ADS è pari a 88.551 copie medie giorno (+3,7% rispetto al periodo gennaio – dicembre 2020). Le vendite edicola nei mesi da gennaio a dicembre 2021 registrano un calo del 15,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con un mercato in contrazione nello stesso canale del 11,9%”.
“L’organico medio dei dipendenti, pari a 821 unità, registra un decremento di 43 unità (prevalentemente riferito a personale grafico e poligrafico) verso il precedente esercizio quando era pari a 863 unità […] In data 8 novembre 2021, a seguito degli incontri con le organizzazioni sindacali è stato loro confermato l’obiettivo strategico della riduzione del costo del lavoro da realizzarsi attraverso interventi di riduzione strutturale di costo per tutte le categorie professionali, così come previsto dal Piano Industriale 2021-2024”.
(alla pagina 3 del documento potete leggere anche una sintesi generale dello stato delle cose per tutte le imprese giornalistiche)
domenica 20 Marzo 2022
Gannett – l’editore di giornali più grande degli Stati Uniti, che pubblica il quotidiano USA Today e 250 altre testate cartacee e digitali – ha annunciato la chiusura delle versioni cartacee di un’altra ventina di questi giornali nel solo Massachusetts.
domenica 20 Marzo 2022
Sulla loro nuova proprietà ha scritto un resoconto esemplare e ricco di informazioni Giorgio Meletti, nell’ambito della serie di inchieste sull’informazione locale avviata dal quotidiano Domani .
“Leonardis si iscrive alla prima specie, quella nobile, ma c’è qualcosa nella sua avventura industriale che lo rende indecifrabile. Perché lui è davvero puro, in quanto non ha altri interessi che l’editoria e si presenta come una specie di Candide, definendosi un sognatore, un romantico socialista libertario. Solo che fa l’editore senza essere il padrone dei giornali che sta comprando in giro per l’Italia.
Lui ci mette la purezza di sguardo e di intenzioni, ma i capitali li mettono alcuni “impuri”. Fa il regista e imbastisce complesse operazioni basate sulla scommessa di tenere a bada gli impulsi impuri dei soci”.
domenica 20 Marzo 2022
Ci sono stati attacchi e polemiche intorno a un editoriale del New York Times , questa settimana: e parliamo esattamente di “un editoriale” (la definizione è spesso equivocata, da noi), ovvero di un testo firmato dal ” consiglio editoriale ” del New York Times , l’organismo di giornalisti ed esperti che è dedicato esattamente a questo tipo di articoli che “danno la linea” del giornale. L’editoriale era dedicato a quel groviglio di questioni che vanno dalla libertà d’espressione, alla “cancel culture” cosiddetta, all’aggressività sui social network, e insomma all’inestricabile confusione di libertà ed eccessi, di opportunità e limiti, creata dagli infiniti spazi di espressione online. Groviglio e confusione ormai irrisolvibili, e in cui il New York Times ha voluto stavolta attaccare il ricatto di persecuzioni più o meno censorie ed aggressive di cui può essere vittima l’espressione di un’opinione. La sostanza della polemica con chi ha contestato l’editoriale è: possono convivere i diritti di dire la propria da parte di chi ha un’opinione e quelli di chi contesta quell’opinione? E i modi e contenuti di quelle opinioni devono avere dei limiti e dei tabù? Il paradosso del benintenzionato editoriale è che finisce per predicare una “cancel culture” della “cancel culture”, ovvero una limitazione della libertà di limitare le opinioni altrui: e questo fa capire come siamo arrivati a una contraddizione poco risolvibile (“distinguere tra critica e repressione “, non suona facile), in cui si dovrebbe attribuire libertà di “cancellazione” per tutto, o per niente.
(il direttore del Post era intervenuto intorno al tema, qualche anno fa)
domenica 20 Marzo 2022
Ci sono state un po’ di novità tra le riviste di moda italiane, negli ultimi giorni: le riassume e contestualizza la giornalista Federica Salto nella sua newsletter settimanale dedicata alle cose della moda (caso tra l’altro interessante rispetto alla sostenibilità delle newsletter, che ha appena raggiunto le mille iscrizioni a 50 euro l’anno o 5 euro al mese).
“Due redesign e due nomine nel giro di qualche giorno. Vi pare poco? Non lo è, perché parliamo di un panorama veramente piccolo, quello dei giornali di moda in Italia. Dunque, martedì è uscito il nuovo Rivista Studio, ridisegnato e con una nuova guida dopo la partenza del fondatore e direttore Federico Sarica, oggi head of content di GQ Italia. Alla guida: Cristiano de Majo, direttore esecutivo, Silvia Schirinzi, fashion director, e Tommaso Garner, direttore creativo. Ci sono anche io (e sono anche una lettrice affezionata di Studio), dunque il mio giudizio non può che essere di parte ma, fidatevi, è una gran lettura. Oggi, invece, arriva il nuovo d la Repubblica, con la d minuscola, e con Emanuele Farneti, ex direttore di Vogue Italia, alla guida, un team internazionale e l’aspirazione a “farla diventare la rivista di moda e di bellezza più autorevole in Italia e la più importante testata di moda italiana all’estero”, ha detto lo stesso Farneti in un’ intervista a WWD . Infine, le nomine e, conseguentemente, altri due giornali che si rinnoveranno: Manuela Ravasio è direttore di Marie Claire e Barbara di Giglio vicedirettore di Elle. Entrambe sono cresciute in Hearst, in particolare nelle redazioni digitali e ora le aspetta la sfida di far comunicare carta, web e social, traghettando due testate super tradizionali nel panorama contemporaneo”.
domenica 20 Marzo 2022
Nel mondo delle news statunitensi continuano a esserci curiosità e attese per il nuovo progetto degli “Smiths”, come li hanno chiamati in molti: i due Smith non imparentati e di notevoli curricula nel giornalismo americano che stanno lavorando a un nuovo servizio di news con intenzioni innovative e sovversive. Le ultime nel loro lavoro di pre-promozione sono un mistero intorno al nome (“sarà una parola che si capisce e ha lo stesso significato in molte lingue”) e l’idea che non abbia senso mandare corrispondenti americani nei luoghi del mondo, quando nei luoghi del mondo ci sono persone competenti e locali in grado di scrivere e parlare in inglese. Il limite delle grandi testate americane anche molto apprezzate, secondo Justin Smith, è che continuano a essere troppo legate alle città dove hanno la sede principale e vengono percepite comunque come estranee da gran parte dei loro lettori internazionali.
domenica 20 Marzo 2022
Un’ultima cosa sui giornali italiani e la guerra: più puntuale, ma mostra questioni generali. La Stampa ha ricevuto molte critiche online, e poi anche da giornali concorrenti, per la sua prima pagina di mercoledì. La grande foto era stata fatta a Donetsk dopo un bombardamento (il poco che si sa della foto è raccontato qui ) che ha ucciso 23 persone e di cui a oggi non si sa chi sia stato il responsabile: ucraini e russi si accusano a vicenda, e malgrado Donetsk sia nel territorio ucraino occupato dai russi e sia quindi immediatamente più credibile – benché inedito – un attacco ucraino, ci sono anche analisi che sostengono che i missili provenissero dal territorio controllato dai militari russi.
La Stampa ha fatto uno strano uso della foto: non pubblicando nessuna didascalia né nessuna attribuzione, ma inserendola in un contesto e in una comunicazione che accusa estesamente la Russia delle stragi in Ucraina. Chi ha criticato la scelta sostiene che essendo aree filorusse quelle delle vittime dell’attacco raffigurato, l’uso dell’immagine falsifica la realtà e quella comunicazione, mentre l’immagine stessa smentisce che ci sia una distinzione così chiara tra aggressori e vittime. Ad attaccare la Stampa è stata anche l’ambasciata russa in Italia (che in più occasioni è stata bellicoso strumento della propaganda di Putin, in queste settimane). Il direttore della Stampa Massimo Giannini ha risposto alludendo al fatto che in effetti da nessuna parte sulla prima pagina si dicono cose diverse dal vero, che il titolo “La carneficina” è un’espressione che indica tutte le vittime a prescindere da chi siano e chi sia il carnefice, e che dell’attacco il giornale si era occupato il giorno prima, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni critici.
Risposte formalmente fondate – non c’era niente di falso in quella prima pagina -, ma nella sostanza sarebbe stato ovvio anche a Giannini che l’unico caso di un attacco tanto pesante contro i civili nelle zone controllate dalla Russia non poteva essere trattato in maniera così anonima dentro una prima pagina dedicata nella quasi totalità alle accuse contro la Russia. È quindi realistico immaginare che la scelta – di cui chi avesse avuto presente la verità su quella foto avrebbe facilmente potuto immaginare le conseguenze – sia stata fatta per sventata disattenzione attingendo alle tante immagini “simili” a portata di mano, senza consapevolezza di cosa esattamente raffigurasse. E questo è il vero tema più generale: non deliberate partigianerie truffaldine (troppo sciocche e inutili da essere davvero immaginate) , ma scarsa attenzione e accuratezza nel lavoro quotidiano di informazione, con conseguenze cattive per tutti.
domenica 20 Marzo 2022
Sui social network sono anche circolate accuse o fastidi nei confronti di alcune iniziative legate alla guerra organizzate da questa o da quella testata: in molti casi i fastidi sono sembrati eccessivi, e le accuse non tener conto delle opportunità di informazione che le testate giustamente creano per arricchire la loro offerta. È quindi vero che c’è probabilmente un’intuizione commerciale (di ricavi diretti, o di marketing del proprio brand) alla base di offerte di collane di libri sulla politica internazionale, di biografie di Putin, di eventi pubblici brandizzati dalle testate, ma si tratta comunque di iniziative con dei contenuti di informazione, non diverse da quelle che i giornali producono abitualmente su molti altri temi. Un po’ più incerta è l’offerta di contenuti nel caso della ” spilla con i colori dell’Ucraina ” che il Corriere della Sera regalerà venerdì prossimo, ma anche qui l’investimento su “prodotti collaterali” anche molto più distanti dal proprio “core business” – con uffici appositamente dedicati all’ideazione di nuovi progetti – non nasce certo oggi.
domenica 20 Marzo 2022
La guerra in Europa sovverte molto quello che avviene nei giornali e attorno ai giornali, anche. Non solo per il ruolo dell’informazione rispetto a un evento così drammatico, ma anche nei modi in cui i giornali lavorano e nel rapporto con i lettori. Jack Shafer, esperto giornalista americano che ha scritto per quasi tutte le testate maggiori e ora è a Politico , ha scritto per spiegare “perché i giornalisti amano la guerra”, elencando una serie di ragioni realistiche e inevitabili rispetto a questa espressione che suona cinica e disdicevole: il giornalismo sta alla guerra come i tergicristalli alla pioggia, dice Shafer. I suoi punti sono che: “la guerra si vende” e la domanda di informazione cresce, lo dicono i numeri; “la guerra soddisfa la richiesta di notizie negative”, che è un tic dei giornali (e anche dei lettori); “scrivere della guerra è più facile e dà molte attenzioni”, perché la mole di storie e di eccezionalità è enorme; “la guerra dà l’opportunità di sentirsi utili” ai giornalisti e di chiedere interventi di qualche tipo, anche quando ne sanno abbastanza poco; “la guerra aiuta la carriera”, con la visibilità che dà a chi la racconta; “la guerra dà senso e significato” a quello che i giornalisti fanno, mentre spesso questo senso sembra perduto nelle più volatili mansioni quotidiane dell’informazione.
A conferma del fattore principale che orienta questa attrazione – la richiesta da parte dei lettori – sono stati diffusi in questi giorni i dati delle crescite di abbonamenti di alcune testate nei giorni iniziali dell’aggressione russa in Ucraina (sono tutti dati che provengono dalle testate, senza nessuna garanzia, ricordiamo): un dirigente del Times ha detto che il giornale londinese ha avuto intorno ai mille nuovi abbonati al giorno nelle prime due settimane di guerra; lo stesso numero è stato raccolto per Repubblica in un articolo del quotidiano ItaliaOggi , mentre il Corriere della Sera cita addirittura 25mila “abbonati digitali”, senza indicare però di quali tipi di abbonamenti e prezzi si parli. Sono risultati percepiti e condivisi da diversi siti di news (il Post ha contato una media di circa 250 nuovi abbonamenti al giorno nei primi dieci giorni di guerra, rispetto a una media di circa 70 nei dieci giorni precedenti: nelle due uniche formule offerte, mensile e annuale).
domenica 20 Marzo 2022
Più o meno a metà dei quattro anni di presidenza Trump il sistema dell’informazione statunitense – la sua parte più seria – cominciò a discutere intensamente di come affrontare la questione di dover riferire le cose dette da un presidente degli Stati Uniti che erano palesemente e pericolosamente false : quello che dice un presidente degli Stati Uniti è naturalmente una notizia, ma i media possono sottrarsi alla responsabilità delle conseguenze della diffusione di notizie false, e comportarsi da “neutrali” nella trasmissione di quelle notizie e nella distinzione del falso dal vero? Il dibattito fu esteso e portò diverse testate a fare maggiore attenzione a come quelle notizie venivano proposte, associando spesso alla citazione delle parole di Trump indicazioni in uguale evidenza sulla falsità delle medesime affermazioni.
Sono una riflessione e una scelta che sarebbero probabilmente preziose per buona parte dell’informazione italiana. In generale, ma in particolare in questi tempi di propaganda di guerra in cui dichiarazioni non solo dubbie ma anche chiaramente false da parte delle parti coinvolte (ma da una soprattutto) circolano e influenzano opinioni e reazioni: proprio come accadeva allora con Trump. Nei giorni passati il semplice mettere notizie false tra virgolette, o attribuirle , ha fatto ritenere a diverse testate di potersi sottrarre alla verifica di quelle notizie e alla necessità di informare sulla loro falsità. Non è una buona idea per un giornalismo che voglia recuperare lettori e sostenibilità alle proprie imprese: i giornali americani che ci sono arrivati prima sono quelli che ora hanno abbonati più motivati.
Fine di questo prologo.
domenica 13 Marzo 2022
I rischi – enormi – di lavorare all’informazione in tempo di guerra avendo in mente chi sono gli aggressori e chi le vittime, in una serie di considerazioni del direttore del Post .
” E proprio per questo bisogna mantenere lo stesso rigore per ogni informazione che si diffonde, per ogni versione a cui si dà credito, per essere inattaccabili sul piano dei fatti e del loro racconto, ed evitare che possa succedere quello che dicevo all’inizio: perché la confusione è grande, perché la propaganda non la fanno solo gli aggressori ma anche gli aggrediti, perché anche una guerra d’aggressione non finisca nel frullatore delle “verità alternative”, e soprattutto per non dare alibi o risorse di credibilità agli aggressori”
domenica 13 Marzo 2022
Sono stati pubblicati anche i numeri di traffico certificati a dicembre dei siti che aderiscono ai conteggi di Audiweb: qui sono esposti da Prima Comunicazione , mentre quella qui sotto è un’elaborazione della classifica in cui sono selezionati i primi tra i siti di news generalisti, e poi alcuni tra gli altri brand più noti.

domenica 13 Marzo 2022
Il quotidiano vaticano Osservatore Romano ha pubblicato lunedì le opinioni di un gruppo di giovani coinvolti dal giornale a condividere con il direttore il loro rapporto con l’informazione e le loro opinioni su quello dei loro coetanei.
domenica 13 Marzo 2022
Il Reuters Institute ha pubblicato una ricerca sulla presenza delle donne nei ruoli direttivi dei giornali in dodici diversi paesi (nell’analisi non è inclusa l’Italia, e non documenta più esattamente la enorme sproporzione di genere che c’è qui, e di cui parliamo dai primi numeri di Charlie). L’analisi ha preso in considerazione 179 “top editors” delle testate online e offline più seguite, verificando una quota di solo il 21% di donne nei ruoli direttivi, dal 7% del Brasile al 50% degli Stati Uniti: passando per il 19% della Germania, il 20% della Spagna e il 38% del Regno Unito.
(il dato italiano che abbiamo citato altre volte è quello delle due direttrici sui primi 40 quotidiani per diffusione: il 5%).
domenica 13 Marzo 2022
Il Post ha raccontato un po’ di cose sulla ritornata centralità – purtroppo – degli inviati di guerra, a cui avevamo accennato la settimana scorsa.
“Altre guerre, come quella della ex Jugoslavia, hanno riportato i giornalisti al centro dei combattimenti, ma hanno anche mostrato una loro maggiore vulnerabilità. Scott Anderson, noto corrispondente di guerra americano per varie testate, spiega in una intervista per presentare il libro The War Correspondent: «A metà degli anni ’80 nella guerra sporca di El Salvador potevi scrivere “TV” con il nastro adesivo sull’auto e andare avanti e indietro tranquillo nella terra di nessuno. Sei o sette anni più tardi in Bosnia era completamente diverso. Scrivere “Press” o “TV” sulla tua auto era come disegnarci un grosso bersaglio sopra»”.
domenica 13 Marzo 2022
Il risultato di vendite del quotidiano La Verità in questo ultimo anno è interessante non solo per la sua misura, o per la sua coesistenza con un progetto editoriale di costi molto contenuti (coesistenza che rende il prodotto più promettente in termini economici rispetto a testate molto più vendute ma con costi enormemente maggiori).
Ma quello che ha fatto il giornale è anche una scelta editoriale e commerciale vincente, per quanto discutibile. Ovvero decidere di rispondere a una domanda a suo modo “antagonista” e di nicchia, ma non coperta da nessuna altra testata: prima genericamente di destra aggressiva e risentita; poi diventando il riferimento dei movimenti e degli individui contrari al Green pass e alle misure contro la pandemia, e avvicinandosi molto a quelli “no vax”; e adesso conservando le sovrapposizioni con quelle comunità rispetto alla guerra in Ucraina, e prendendo posizioni indulgenti nei confronti della Russia e critiche sulle sanzioni, sui sostegni all’Ucraina e sul suo leader . E avvicinando così sempre più lettori a cui piace ritenersi minoranza contestatrice di presunti conformismi: lettori sia nuovi che sottratti ai due concorrenti – Giornale e Libero – di cui la Verità era il “fratello minore” e che ora ha superato (e si percepisce anche dalla comparsa più frequente sulle sue pagine di inserzionisti nazionali rilevanti).
domenica 13 Marzo 2022
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani a gennaio. Ricordiamo che la “diffusione” è un dato (fornito dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di queste copie dà una cifra complessiva, che è quella usata nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il giornale specializzato Prima Comunicazione , e che trovate qui , da cui si vedono questo mese buoni risultati rispetto al mese precedente da parte del Corriere della Sera e del Fatto (ma le variazioni mensili sono sempre molto suscettibili e discontinue, e il Corriere beneficia dell’aver aggiunto questo mese ben 2800 “copie digitali scontate più del 70% del prezzo”: a proposito di quanto dicevamo sopra sugli sconti); oltre al successo della Verità (ci arriviamo); e si fa notare il calo maggiore di Avvenire .
(trascuriamo le analisi sugli andamenti degli sportivi, che sono stati su un ottovolante in questi due anni, per via delle incertezze legate allo svolgimento delle competizioni)
Più chiaro e omogeneo è il quadro se si guarda il confronto con l’anno precedente, che ancora una volta mostra solo perdite per quasi tutti salvo un piccolo guadagno per il Corriere della Sera (sempre da commisurare alla gran quota di copie scontatissime) . E poi c’è il sempre più notevole successo della Verità , che nel giro di un anno cresce del 28%, e di cui parliamo qui sotto.
A perdere di più e oltre il 10% sono ancora i quotidiani GEDI, ma anche Avvenire e il Fatto (che da qualche mese sta “restituendo” la crescita ottenuta tra il 2020 e il 2021) e soprattutto il Giornale , che ha un -28% rispetto a un anno fa (e ancora si parla di un desiderio di Mondadori e degli altri soci di venderlo).
Anche Repubblica ha aggiunto questo mese una grossa quota di “copie digitali scontate più del 70% del prezzo”, portandole da 10mila a 12mila.
Come facciamo ogni mese, vale la pena considerare un altro dato più indicativo della generica “diffusione” che abbiamo descritto qui sopra: lo si ottiene sottraendo da questi numeri quelli delle copie gratuite o scontate oltre il 70% e quelle acquistate da “terzi”, per avere un risultato relativo alla scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e pagare il giornale. Ottenendo quindi questi numeri:
Corriere della Sera 185.847 (-7%)
Repubblica 132.306 (-12%)
Stampa 87.819 (-10%)
Resto del Carlino 66.303 (-12%)
Sole 24 Ore 62.437 (-18%)
Messaggero 56.907 (-5%)
Fatto 47.911 (-16%)
Nazione 44.544 (-12%)
Gazzettino 39.056 (-8%)
Verità 33.409 (+26%)
Giornale 32.930 (-29%)
Rispetto al mese passato perdono più di tutti (oltre 3500 copie) Repubblica e Sole 24 Ore: e Repubblica e Stampa abbassano di nuovo i loro minimi storici di sempre.
Altri giornali nazionali:
Libero 20.477 (-16%)
Avvenire 17.196 (-5%)
Manifesto 12.962 (-5%)
ItaliaOggi 8.691 (-26%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS)
Quanto invece alle altre copie comunicate dalle testate come “diffusione”, le cose notevoli – che spiegano le discrepanze tra i due conti – sono:
– Corriere e Sole 24 Ore hanno una quota molto alta di copie digitali scontate oltre il 70% del prezzo: 48mila e 35mila, dietro di loro c’è Repubblica con 12mila.
– il numero di copie cartacee dichiarate dal Fatto è ormai stabilmente inferiore a quello delle copie digitali (per queste ultime il Fatto è terzo dopo Corriere e Repubblica , se si tolgono quelle scontatissime).
– il Manifesto rimane ottavo per copie digitali (ne indica più del Giornale e della Gazzetta dello Sport ), pur essendo 45mo nel totale.
– Avvenire comunica ben 55mila copie “multiple pagate da terzi”, attribuibili in buona parte alla rete delle strutture cattoliche: ma ne ha perse 7mila dal mese scorso.
– anche il Sole 24 Ore ne indica una quota eccezionale, 21mila, in gran parte digitali.
– delle 21mila copie dichiarate da ItaliaOggi , metà sono copie “promozionali e omaggio” o con sconti superiori al 70%.
– gli altri quotidiani che dichiarano più copie omaggio sono ancora Avvenire , Messaggero , S
– i giornali che conteggiano oltre 5mila copie “digitali abbinate agli abbonamenti cartacei” (ovvero duplicati nel conteggio totale) sono Corriere della Sera , Sole 24 Ore, Stampa e Avvenire .
( Avvenire, Manifesto, Libero e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti)
domenica 13 Marzo 2022
Il Washington Post ha dedicato un interessante articolo a raccontare quali sono i molti fattori e variabili che concorrono alla scelta dei giornali di pubblicare immagini particolarmente impressionanti, a partire dalle cicliche discussioni che sono avvenute di nuovo questa settimana a proposito in particolare di una foto in Ucraina. Alcune questioni principali che è prezioso condividere sono:
– non ci sono regole universali, perché entrano in gioco molti elementi e condizioni peculiari. Ogni immagine è una storia in un contesto, e le ragioni da soppesare sono molte, cominciando dall’equilibrio tra il ruolo dell’informazione (informare, far capire, far “figurare” le cose e farle conoscere) e il rispetto dei destinatari delle immagini, ma con molti altri doveri e rischi che si confrontano.
– non è mai vero che un’immagine “non aggiunge niente”: ogni immagine aggiunge qualcosa alla conoscenza dei fatti, e la questione è se quello che aggiunge sia da sacrificare o no rispetto ad altri criteri. Il rispetto per le sofferenze delle persone ritratte, dei loro congiunti, dei lettori in genere.
– spesso la scelta di pubblicare viene equilibrata dal modo con cui le immagini vengono pubblicate, dalle preoccupazioni, dagli avvisi ai lettori che vogliano scegliere di non vederle.
Il Post aveva pubblicato delle considerazioni sullo stesso argomento intorno al dibattito sulla pubblicazione del video della caduta della funivia del Mottarone.
domenica 13 Marzo 2022
Una novità che ormai non lo è più nel business della pubblicità online per i giornali, rispetto a quando le inserzioni riguardavano la carta, è la molto minore tracciabilità delle inserzioni da parte degli inserzionisti. Anche per via della diffusione della pubblicità “programmatic” , oggi chi compra pubblicità riesce molto meno a sapere e capire quando e dove questa pubblicità “esca” e appaia e venga vista, e soprattutto da quanti e da chi: sono diventate quindi molto importanti la tecnologia che può dare queste informazioni e la fiducia tra i vari interlocutori che le gestiscono. In Italia il caso più clamoroso e illegale di problemi di questo genere fu la questione delle “copie gonfiate” al Sole 24 Ore , e le informazioni false che furono a lungo indicate agli inserzionisti (ma anche alle strutture pubblicitarie dell’azienda).
Adesso c’è stato un piccolo ma grave incidente negli Stati Uniti, dove Gannett – l’editore di giornali più grande del paese, che pubblica il quotidiano USA Today e 250 altre testate cartacee e digitali – ha dovuto ammettere di avere dato informazioni false agli inserzionisti che usano la sua piattaforma di acquisto e distribuzione di pubblicità, dopo un articolo del Wall Street Journal che lo aveva rivelato: in particolare i banner e le promozioni non erano stati mostrati nei siti e nelle pagine richiesti. A quanto pare, si è trattato di un errore di valutazione sul funzionamento del sistema, e non di una pratica malintenzionata (Gannett non sembra averne ricevuto benefici), ma che gli inserzionisti si sentano garantiti nell’efficacia dei loro investimenti non può essere messo a rischio per un editore.
domenica 13 Marzo 2022
Negli Stati Uniti ci sono stati interventi polemici su un articolo dell’ Atlantic (uno dei più illustri e antichi magazine americani, oggi soprattutto un popolare e florido sito di news e commenti) che ha intervistato e raccontato il principe saudita Bin Salman, che oltre a guidare una spietata dittatura è considerato responsabile dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, critico del suo regime. In particolare una columnist del Washington Post ha attaccato i toni con cui l’articolo ha presentato le versioni del principe e lo ha descritto in modi attraenti, dando spazio alle sue “ragioni” espresse in alcuni casi in modi molto sgradevoli («Se ammazzassimo gli oppositori così, Khashoggi non sarebbe stato nemmeno il millesimo della lista»). L’autore dell’articolo – Graeme Wood – si è difeso elencando le molte cose critiche e accusatorie contro Bin Salman che aveva scritto, e mostrando come il suo articolo sia stato censurato e criticato dai sauditi: e attribuendo ai suoi critici la tesi che “non vadano intervistati i dittatori”, mentre la questione è tutta nel come. Lo ha spiegato un nuovo articolo del Washington Post (di cui Khashoggi era un collaboratore), mercoledì, che ha riconosciuto a Wood la qualità del suo reportage ma ha confermato le critiche per non aver incalzato Bin Salman sull’omicidio quanto avrebbe dovuto e averne presentato ragioni insufficienti: «Evitare le domande perché pensi che l’intervistato non risponderà non è esattamente giornalismo coraggioso».
domenica 13 Marzo 2022
Lo spostamento di attenzioni dei giornali sui ricavi da abbonamenti è continuamente in evoluzione in termini di approcci, promozioni, priorità: in tutto il mondo si sono già create correnti di scelte alternative su prezzi, offerte, paywall e ogni combinazione possibile tra le tante variabili, con esperimenti e sviluppi continui. In Italia le due testate quotidiane maggiori hanno scelto di investire grandi impegni sulla crescita dei propri numeri di abbonati anche a scapito della qualità del rapporto coi lettori e dell’offerta: grandi quote di abbonati sono da una parte un capitale promozionale per gli inserzionisti e per l’immagine della testata, e dall’altra una discreta garanzia di solidità nel tempo (il tasso di persone che mantengono il proprio abbonamento anche solo per inerzia o per difficoltà nel cancellarlo è piuttosto prezioso).
Per questo gli uffici abbonamenti e marketing delle aziende giornalistiche investono grandi impegni e creatività per portare i lettori a “legarsi” con qualche tipo di abbonamento (ottenendo così tra l’altro anche dati e riferimenti utili per comunicazioni e profilazioni pubblicitarie), anche rinunciando a ricavi immediati. Le pratiche e la concorrenza cominciano a somigliare – per capirsi – a quelle delle compagnie telefoniche: grandi sconti e promozioni per portarsi in casa gli abbonati e una sorta di “dumping” dei prezzi per ottenere nuovi contratti che costituiscano un capitale per il futuro. In questo una scelta ulteriormente creativa apparsa negli ultimi giorni sugli smartphone di molti lettori è quella di Repubblica di offrire sconti eccezionali in cambio di abbonamenti molto limitati e circoscritti, che non entrino in concorrenza con le altre offerte.

domenica 13 Marzo 2022
Le cose all’ Espresso sono precipitate, dopo le avvisaglie della settimana scorsa. Quello che fu uno dei più importanti newsmagazine italiani quando i newsmagazine erano importanti, e che era rimasto – pur nella crisi dei periodici – l’unico ad avere mantenuto una credibilità e una diffusione apprezzabile (come allegato del quotidiano Repubblica ), è stato ufficialmente dichiarato venduto dal gruppo editoriale che l’ Espresso stesso aveva contribuito a creare e a cui aveva dato il nome: e che oggi si chiama GEDI.
Dopo aver fatto circolare nei mesi scorsi la propria intenzione di sbarazzarsene – nell’ambito dei grandi ripensamenti a cui l’editore sta lavorando dopo il cambio di proprietà – GEDI ha scelto di vendere a BFC Media, un piccolo gruppo editoriale che pubblica alcune testate soprattutto finanziarie, e che fa capo a un imprenditore campano pubblicamente noto soprattutto per le sue attività nella formazione online e per il suo acquisto della squadra di calcio della Salernitana. Per ora non si sa niente dei progetti della nuova proprietà sul giornale, salvo che per il momento sarà mantenuta la vendita abbinata a Repubblica (il nuovo editore ha dato diverse interviste , ma tutte piuttosto vaghe e insignificanti, senza suggerire una visione di qualche genere).
” BFC Media completerà l’acquisizione attraverso una nuova società chiamata L’Espresso Media srl che insieme al settimanale acquisterà anche la collana di libri Le guide de L’Espresso. BFC Media è stata fondata nel 1995 da Denis Masetti, e inizialmente si specializzò in ambito finanziario: a gennaio la maggioranza delle azioni era stata rilevata dalla IDI srl di Danilo Iervolino, imprenditore fondatore dell’Università Telematica Pegaso e da poco proprietario della squadra di calcio della Salernitana”.
La notizia della vendita (per una cifra non resa nota: qualcuno ha parlato di cinque milioni di euro, ma si era anche ipotizzata una cessione quasi gratuita) è stata accolta con un giorno di sciopero da parte della redazione di Repubblica e un comunicato di protesta da parte di quella della Stampa . Venerdì il Comitato di redazione di GEDI ha incontrato l’amministratore delegato Maurizio Scanavino e si è detto soddisfatto dalle rassicurazioni ottenute sul futuro delle altre testate (attribuendo a Scanavino una dichiarazione non convincentissima, considerati i dati certificati di cui parliamo più avanti: “sommando carta, copie replica ed abbonamenti digitali la “total circulation” di Repubblica sta crescendo ed anche la Stampa , con gli ultimi progressi fatti, si sta avvicinando a questo risultato”).
Anche l’altro newsmagazine italiano più famoso, antagonista dell’ Espresso per molti anni fino all’inizio di questo secolo – Panorama – era stato ceduto tre anni fa dal suo grande editore Mondadori a un gruppo più piccolo, quello della Verità di Maurizio Belpietro.
domenica 13 Marzo 2022
L’inclinazione verso il giornalismo “narrativo” e “letterario”, molto rivendicato da alcuni giornalisti e capace – quando praticato con sapienza – di dare ai lettori grandi pezzi di scrittura coinvolgente e indimenticabile, presenta da sempre grandi rischi di sconfinamento dalla descrizione dei fatti alla fiction. E negli scorsi decenni la celebrazione in altri ambiti della capacità di “raccontare storie”, dello “storytelling”, ha legittimato spesso eccessi in questi sconfinamenti, e tentazioni creative di riempire i vuoti con farina del proprio sacco: “non rovinare una bella storia con la verità”. Adesso una indagine americana aggiunge un pezzetto laterale di cautela a queste tentazioni: dice che quando i lettori si trovano a leggere di un giornalista che si definisce “storyteller” ne diventano più diffidenti: «Mi fa pensare a uno bravo a mentire».
Fine di questo prologo.
domenica 6 Marzo 2022
Dieci anni fa ci fu un incidente giornalistico sui giornali italiani a proposito della liberazione di una cooperante italiana, Rosella Urru, che era stata sequestrata quattro mesi prima in un campo profughi libico: il direttore del Post raccontò qui la questione, interessante rispetto al tema delle attenzioni e cautele sulla verifica delle notizie. Urru fu effettivamente liberata quattro mesi dopo.
domenica 6 Marzo 2022
Nei quotidiani italiani le cariche previste dal contratto dei giornalisti si riferiscono a mansioni e compiti di coloro a cui vengono assegnate: dal direttore in giù. In altri casi i titoli rappresentano invece degli scatti di carriera e dei riconoscimenti del ruolo dei singoli giornalisti, e non li impegnano in compiti esattamente definiti, o di coordinamento del lavoro altrui: in questo caso a volte quelle cariche vengono chiamate “ad personam”. Questa settimana due grandi quotidiani hanno fatto nomine importanti nelle vicedirezioni: il Corriere della Sera ha dato ad Aldo Cazzullo e Luciano Ferraro il titolo di vicedirettore, come “riconoscimento del valore professionale dei due colleghi nei loro settori di attività e impegno nel giornale”; la Stampa invece ha ufficializzato la nomina di Annalisa Cuzzocrea a vicedirettrice, che era stata prevista nell’accordo con cui Cuzzocrea aveva lasciato Repubblica per andare alla Stampa, tre mesi fa.
domenica 6 Marzo 2022
Il continuo e consolidato calo delle vendite dei giornali di carta ha avuto in questi anni fra i suoi effetti collaterali la crisi delle edicole (ma il rapporto tra causa ed effetto è simmetrico), aggravata anche dalla pandemia. Solo nel primo semestre del 2020, quello del primo e più duro lockdown, sono stati quasi 1500 i chioschi chiusi in Italia, su un numero complessivo di circa 15.000. Sul futuro delle edicole si sono espresse questa settimana Sinagi e Snag, due dei tre sindacati dei giornalai, per protestare contro la recente tendenza verso la vendita nelle edicole di altri beni di consumo. “Non c’è nulla di innovativo nel voler trasformare i chioschi di giornali in piccoli mini-market facendo venir meno la loro peculiarità della divulgazione dell’informazione a mezzo carta stampata e quindi di presidi della democrazia”. I sindacati, che chiedono “sostegno e aiuto dalle amministrazioni pubbliche” ritengono invece che le edicole possano ampliare le proprie entrate con servizi che salvaguardino la loro “funzione di utilità pubblica”, come quelli legati agli uffici anagrafici o pubblici.
La rappresentazione più avanzata di questa contestata evoluzione delle edicole verso nuove forme di business è oggi quella della rete di Quotidiana, società fondata a fine 2020 che ha già rilevato e rinnovato 24 chioschi a Milano, e uno a Torino. In meno di due anni Quotidiana ha investito due milioni di euro, trasformando le edicole in punti vendita non solo di prodotti editoriali, ma anche di alimentari, vini, bevande, parafarmacia e articoli per l’igiene personale. Nelle edicole si può fare la spesa e si possono prenotare servizi di babysitting e badanti o pronti interventi per riparazioni casalinghe (sul modello di una catena di edicole di Parigi). Edoardo Scarpellini, amministratore delegato di Quotidiana, dice: «È ormai chiaro che la sola vendita dei giornali non può portare a una sostenibilità delle edicole, nemmeno con conduzione familiare. Noi ne proponiamo un’evoluzione, ma abbiamo passato un primo anno tempestoso, lottando per superare le resistenze a questa visione, anche da parte dei rappresentanti del settore». Quotidiana punta ad arrivare a 50 edicole, espandendosi anche fuori Milano entro la fine dell’anno, con un ulteriore investimento di due milioni; ha in ballo un accordo con un importante marchio della grande distribuzione e ritiene di poter chiudere il primo bilancio in attivo nel 2023. Gli edicolanti lavorano su turni come dipendenti e per oltre la metà sono giovani under 25 e donne over 50, o provengono da categorie “svantaggiate” (grazie a collaborazioni con enti non profit). Per quel che riguarda i giornali, secondo Scarpellini, “abbiamo salvaguardato i livelli di vendita del passato, in alcuni casi incrementandoli”.
domenica 6 Marzo 2022
Negli ultimi giorni il Corriere della Sera ha intensificato le promozioni e le offerte di “viaggi con i giornalisti del Corriere“, approfittando delle apparenti buone prospettive del ritorno alla possibilità di viaggiare. Ne avevamo parlato, come modello di business accessorio, due anni fa.
“È un altro creativo esempio della necessità di cui sopra di arricchire le opportunità di ricavo sfruttando il capitale di contenuti o di competenze e visibilità delle testate. In RCS l’idea è nata dall’esistenza di un’agenzia di viaggi che è una società interna al gruppo, il “Dove Club”: e che permette di gestire tutti gli aspetti di un viaggio che altri giornali che vogliano fare la stessa cosa devono appaltare all’esterno (il Giornale, per esempio). La testata ci mette la presenza di un suo giornalista e la sua capacità di costruire programmi di viaggio interessanti in forza delle sue relazioni e opportunità (lo fanno lo stesso mensile Dove, il Corriere e IoDonna). Ed è un business che funziona: i gruppi sono di 20-30 persone (età media di solito alta, come quella dei lettori del Corriere e per via della possibilità di spesa), i prezzi non economici, ma la domanda c’è”.
domenica 6 Marzo 2022
Il Financial Times è un quotidiano britannico di lunga e autorevole storia (fu fondato nel 1888) che è il secondo quotidiano dedicato a economia e finanza più importante del mondo, insieme al newyorkese Wall Street Journal. Da sette anni è di proprietà della grande società di informazione economica giapponese Nikkei e ha sofferto meno – come altre testate del suo settore, capaci di mantenere ruoli competitivi e lettori e inserzionisti con potere di spesa – la crisi mondiale del business dell’informazione: oggi dichiara circa 110mila copie di diffusione (ma con una quota cospicua di copie gratuite). Da due anni la sua direttrice è Roula Khalaf, che lavora al giornale dal 1995. Questa settimana il Financial Times ha annunciato di avere raggiunto il milione di abbonamenti alle sue edizioni digitali, di cui oltre la metà fuori dal Regno Unito.
domenica 6 Marzo 2022
Le notizie e le analisi che citiamo qui intorno alle crisi delle economie giornalistiche si riferiscono naturalmente all’Italia, per prioritario interesse di noi che leggiamo in questa lingua, e molto ai paesi “dell’Occidente” a cui – per similitudini storiche, culturali, economiche – solitamente associamo e paragoniamo l’Italia: quello che succede in quei paesi è più interessante visto da qui, perché i contesti si somigliano. E ancora più in particolare sono interessanti il contesto americano e anche quello britannico in cui le sperimentazioni e i cambiamenti sono di solito più precoci.
Ma anche in paesi più “diversi” accadono cose peculiari notevoli e illuminanti, sia quando sono simili che quando sono diverse a quelle che vediamo qui. E in Giappone, ha raccontato un articolo del Post, ci sono sia quelle molto diverse che quelle molto simili.
“Con diversi anni di ritardo rispetto al resto del mondo, la crisi del business dei giornali è diventata attuale anche in Giappone, paese che continua ad avere i quotidiani con la più alta tiratura al mondo e un tasso di fedeltà dei lettori all’edizione cartacea molto alto. Yomiuri Shimbun e Asahi Shimbun restano i due quotidiani con maggiore diffusione al mondo con ampio distacco e nel 2021 le copie dei quotidiani vendute giornalmente erano oltre 33 milioni. I numeri e le proporzioni (319 copie ogni 1000 persone) sono ancora invidiabili: in Italia, che ha quasi la metà degli abitanti del Giappone, le vendite dei quotidiani certificate nel 2021 non arrivavano a 1 milione e 400 mila (circa 23 copie ogni 1000 persone).”
domenica 6 Marzo 2022
Da diverse settimane circolano ipotesi sulla possibile vendita del settimanale L’Espresso da parte del suo editore GEDI: ipotesi confermate da fonti interne, e rese credibili e realistiche dal fatto che l’azienda ha mostrato – da quando è cambiata la sua proprietà – di volersi liberare di molte delle sue testate meno rilevanti o più laterali. E l’Espresso è da molti anni tra le vittime della crisi dei settimanali, per quanto la sua attuale diffusione come allegato a Repubblica gli abbia restituito dei numeri non insignificanti. Ma al tempo stesso si tratta dell’Espresso, ovvero della testata che è stata così rilevante nella storia di quel gruppo da avergli dato persino il nome: si chiamava “gruppo Espresso” prima di diventare GEDI. E un brand ancora forte (meno screditato e indebolito di quello che un tempo fu il suo concorrente, Panorama, ceduto da Mondadori al gruppo della Verità), su cui ci sono interessi e curiosità: attenuati in parte dai suoi debiti e costi, compresa la quindicina di dipendenti.
Venerdì è diventata più esplicita l’ipotesi che riguarda la società BFC Media, che pubblica la versione italiana di Forbes e alcune altre piccole testate: e il Comitato di redazione dell’Espresso ha protestato e annunciato una serie di giorni di sciopero.
“Siamo preoccupati per il destino del nostro settimanale e di tutte le testate giornalistiche di un editore che non si è fatto scrupolo a definire “non coerente con le strategie del gruppo” il primo newsmagazine di inchiesta italiano”.
Poche ore dopo, con toni ancora più severi, il direttore Marco Damilano ha annunciato le sue dimissioni.
“Gedi è nel cuore di questa crisi. In un gruppo che aveva sempre fatto della solidità, della stabilità e della continuità aziendale e editoriale il suo modo di essere, soltanto durante la mia direzione si sono alternati due gruppi proprietari, due presidenti, tre amministratori delegati, tre direttori di Repubblica. E ora si vuole far pagare al solo Espresso l’assenza di strategia complessiva.
Ho appreso della decisione di vendere L’Espresso da un tweet di un giornalista, due giorni fa, mercoledì pomeriggio. Ho chiesto immediati chiarimenti all’amministratore delegato Maurizio Scanavino, come ho sempre fatto in questi mesi.
Mesi di stillicidio continuo, di notizie non smentite, di voci che sono circolate indisturbate e che hanno provocato un grave danno alla testata.
Non mi sono mai nascosto le difficoltà. Ho più volte offerto la mia disponibilità in prima persona a trovare una soluzione per L’Espresso, anche esterna al gruppo Gedi, che offrisse la garanzia che questo patrimonio non fosse disperso. Ma le trattative sono proseguite senza condivisione di un percorso, fino ad arrivare a oggi, alla violazione del più elementare obbligo di lealtà e di fiducia.
La cessione dell’Espresso, in questo modo e in questo momento, rappresenta un grave indebolimento del primo gruppo editoriale italiano.
È una decisione che recide la radice da cui è cresciuto l’intero albero e che mette a rischio la tenuta dell’intero gruppo.
[…]
Mi è stata offerta la possibilità di restare, ringrazio, ma non posso accettare per elementari ragioni di dignità personale e professionale. Non è una questione privata, spero che tutto questo serva almeno a garantire all’Espresso un futuro e ad aprire un dibattito serio sul ruolo dell’informazione nel nostro Paese.
Ho cercato sempre di fermare una decisione che ritengo scellerata. Mi sono battuto in ogni modo, fino all’ultimo giorno, all’ultima ora. Ma quando il tempo è scaduto e lo spettacolo si è fatto insostenibile, c’è bisogno che qualcuno faccia un gesto, pagando anche in prima persona”.
GEDI ha immediatamente assegnato al vicedirettore Lirio Abbate il ruolo di direttore: scelta e tempi che sembrano coerenti con un approccio non particolarmente costruttivo e progettuale da parte dell’azienda, e priorità di cessione per quanto riguarda l’Espresso.
domenica 6 Marzo 2022
Dopo essere stati il formato più innovativo e diffuso della nuova informazione digitale tra la fine del secolo scorso e il primo decennio di questo, i blog sono stati soppiantati dai social network, che ne hanno di fatto elaborato e arricchito la costruzione e l’uso. Ma la loro eredità sopravvive anche nell’uso del termine “liveblog” per definire il tipo di articoli, frequenti e tuttora centrali nella produzione dei siti di news internazionali, che viene aggiornato in diretta con successivi sviluppi pubblicati in ordine cronologico che seguono eventi importanti e in evoluzione. E questo formato ha ormai tutta una sua scienza sia per quanto riguarda le opportunità formali e tecnologiche, sia per la scelta dei contenuti. Il Reuters Institute ne ha parlato in un’interessante intervista con il capo dell’innovazione editoriale del Guardian.
domenica 6 Marzo 2022
Il lavoro dei giornalisti all’estero e “sul campo” ha perso molte risorse e rilievo, negli anni passati, per due ragioni principali. Una è quella che riguarda molti impegni tradizionali delle aziende giornalistiche, ovvero la riduzione dei ricavi e il taglio di molti investimenti: corrispondenti e inviati costano – anche avendo ridotto molte delle condizioni privilegiate che i grandi giornali potevano offrire loro un tempo – e oggi si ricorre con maggiore frequenza a rapporti con freelance o a soluzioni temporanee. L’altra ragione è che internet ha offerto l’accesso con grande facilità a un’enorme quantità di informazioni che prima era molto più difficile ottenere senza fonti dirette, e ha creato un sistema di condivisione delle notizie che non si era mai visto (per quanto con rilevanti rischi in termini di controllo o verifica).
La ragione per cui in queste drammatiche settimane stiamo assistendo a un ritorno di centralità degli inviati è una evidente eccezione a queste due condizioni: la guerra in Europa. Che crea un enorme interesse da parte dei lettori, per cui i giornali si dispongono a investimenti eccezionali (con gli inviati in guerra ci sono anche dei cospicui costi di assicurazioni), e che determina una necessità altrettanto eccezionale di informazioni dirette – la propaganda agisce da tutte le parti – e di “raffigurazione” per i lettori delle cose che succedono sul posto: racconto che non esaurisce la comprensione delle vicende e degli sviluppi (“sul posto” sfuggono altrettanti elementi e fattori preziosi più generali) ma la arricchisce di una parte importante.
Lo stiamo vedendo sulle maggiori testate italiane, che stanno impegnando diverse persone a fare un gran lavoro – pur con scelte di narrazione diverse, che vanno dal rigoroso all’enfatico – e lo stanno notando anche in altri paesi: CNN, di cui avevamo appena finito di raccontare le traversie e il calo del credito, riceve in questi giorni grandi apprezzamenti per la sua imbattibilità nell’esserci in forze in situazioni di questo genere. Il giornalismo migliore oggi è fatto sia di cose nuove che di cose che già c’erano.
Fine di questo prologo.
domenica 27 Febbraio 2022
Un problema imprevisto per i siti di news dei giornali, una ventina d’anni fa, fu il realizzare che l’accostamento tra i loro articoli e i banner e le inserzioni pubblicitarie era assai meno controllabile che sulla carta, e che poteva generare effetti controproducenti, prossimità comiche, e contraddizioni in particolare tra il tono drammatico di certe notizie e la leggerezza di alcune pubblicità. Malgrado l’applicazione di alcuni filtri e regole – efficaci fino a un certo punto – le cose sono si sono poi ulteriormente complicate con la pubblicità “programmatic“, che si adegua più alla navigazione del singolo utente che alla pagina che la ospita, e quindi il suo rapporto con quest’ultima è incontrollabile.
Ma ancora nei giorni scorsi anche sui siti italiani si sono notate incongruenze o eccessive congruenze, con la gravità delle notizie ucraine.
E più in generale, il problema stavolta ha riguardato molto alcuni quotidiani di carta: l’attacco russo all’Ucraina è arrivato sui giornali nei giorni delle sfilate di moda milanesi, quelli in cui uno dei settori più importanti di investimento pubblicitario sui giornali acquista più spazi e offre loro preziosi ricavi per i loro bilanci in difficoltà. Sarebbe stato molto difficile e costoso rifiutarli (se ci pensate, c’è qualche similitudine con la questione delle sanzioni: cosa sacrificare del proprio benessere economico rispetto a un bene più largo ma meno prioritario per il proprio interesse): ma la scelta si è fatta notare qui, qui, qui, qui e qui, per esempio.
domenica 27 Febbraio 2022
Le puntate della settimana passata del podcast Morning, la rassegna stampa quotidiana di Francesco Costa destinata agli abbonati del Post, sono aperte all’ascolto per tutti: sia per offrire la possibilità a chi non lo conosce di farsene un’idea e verificare se vale l’abbonamento al Post, sia per la ricchezza di informazioni di contesto dedicate alla guerra in Ucraina, utili per tutti. Le puntate si possono ascoltare scaricando l’app del Post, senza bisogno di registrazione, o sul sito.
domenica 27 Febbraio 2022
Presto il Post aggiornerà in maggiore dettaglio, come ogni anno, sui suoi conti relativi all’anno passato: ma intanto può condividere alcuni numeri su una delle iniziative accessorie di maggior successo (di gradimento ma anche in ricadute economiche) sperimentate nel 2021 e già consolidate: la rivista/libro Cose spiegate bene ha venduto finora rispettivamente – secondo i dati ufficiali delle vendite online e in libreria, sommati a quelli delle vendite attraverso il sito del Post – circa 19mila copie del primo numero e circa 15mila del secondo, con ulteriori aumenti che procedono tuttora per entrambe.
domenica 27 Febbraio 2022
La guerra in Ucraina ha riportato grandi attenzioni sull’imponente opera di propaganda del governo russo in tutto il mondo. Nel campo dei giornali online uno dei suoi principali strumenti è il sito Sputnik, fondato nel 2014 (dopo l’annessione della Crimea) e erede della Rossiya Segodnya, principale agenzia di stampa del governo di Mosca. Sputnik ha versioni in 30 diverse lingue, compreso l’italiano: ha una sede centrale a Mosca, ma collaboratori sul territorio. Sputnik Italia ha un sito aggiornato quotidianamente e con un gran numero di articoli, non solo traduzioni di edizioni internazionali. La produzione originale di giornalisti con sede a Roma segue cronaca, politica e attualità in genere. Non è possibile risalire alla dimensione del suo pubblico e gli oltre 420 mila follower sui social vanno considerati in un contesto che vede la Russia come nota “creatrice” di profili falsi. In questi giorni Sputnik Italia presenta la guerra seguendo la narrazione ufficiale del Governo russo e riproponendo anche le sue “fake news”, come la richiesta di tregua dell’Ucraina e poi l’abbandono delle trattative degli stessi. Nei giorni precedenti all’invasione, definita sul sito “operazione speciale”, raccoglieva le smentite di Mosca e ospitava anche vignette che ridicolizzavano “l’ossessione americana”. In una intitolata “Aspetta e spera” un disperato Biden di fronte al calendario si chiedeva “Perché non hanno ancora attaccato?”.
domenica 27 Febbraio 2022
Il quotidiano Domani ha pubblicato una nuova puntata della sua serie di inchieste sulle proprietà dei media locali in Italia, stavolta dedicata alla regione Lazio.
“Il gruppo editoriale Giornalisti indipendenti controlla tre diverse testate: Latina Oggi, Ciociaria Oggi e Qui magazine, per un totale di 35 dipendenti secondo i documenti depositati presso la Camera di commercio. Il gruppo, che diffonde circa ventimila copie giornaliere e registra centomila visitatori unici sul web, riceve generosi finanziamenti dal dipartimento per l’editoria: solo nel 2020 ha incassato 1.629.932 euro, mentre sono circa 747mila euro quelli ottenuti nel 2019.
A dispetto del nome, però, l’editore è stato recentemente criticato da cittadini e colleghi per aver trattato in maniera superficiale uno scandalo sui rifiuti che coinvolge la regione Lazio e Valter Lozza, un imprenditore che si occupa di rifiuti. Lozza è anche azionista di Iniziative editoriali, la concessionaria esclusiva delle pubblicità per le testate di Giornalisti indipendenti.
Nel marzo del 2021 il tribunale di Roma ha disposto i domiciliari, poi revocati, per Lozza e la dirigente della regione Lazio Flaminia Tosini, accusati di corruzione e turbata libertà di procedimento di scelta del contraente in merito ad alcuni provvedimenti adottati dalla regione nella gestione dei rifiuti.”
domenica 27 Febbraio 2022
Due video di giornalisti televisivi in onda hanno circolato molto sui social network la settimana scorsa. Uno l’avrete probabilmente visto, è stato citato un po’ ovunque con ammirazione, ed è quello del giornalista di Associated Press capace di riferire da Kiev in sei lingue diverse, e con eccezionali sicurezza e preparazione.
L’altro invece racconta una cosa che molti lettori spesso sembrano non considerare (soprattutto nelle loro aspettative), ovvero che gli stessi giornalisti sono anche persone normali come tutte, e può capitare loro di trovarsi in imbarazzo perché la loro mamma vuole salutarli mentre lavorano.
domenica 27 Febbraio 2022
Il sito Professione Reporter ha riferito di discussioni all’interno della redazione del Corriere della Sera rispetto alla richiesta della direzione che i giornalisti tornino a lavorare a tempo pieno nella sede di via Solferino (al momento vige ancora una forma poco regolamentata di “smart working”).
“Al Corriere della Sera si è avviato un dibattito serrato. Il Comitato di redazione ha promosso un sondaggio e il risultato è stato sorprendente: stragrande maggioranza a favore della continuazione del lavoro da casa. Il Cdr ha chiesto un incontro al direttore sul tema e Luciano Fontana ha risposto: “Credo che la priorità in questo momento sia seguire l’andamento della pandemia e prepararci al rientro di tutti i colleghi in presenza, dopo la fine dello stato di emergenza sanitaria. Organizzato in sicurezza il ritorno, potremo discutere dell’utilità organizzativa dello smart working nella, speriamo riconquistata al più presto, situazione di normalità””.
domenica 27 Febbraio 2022
Due importanti e diversi periodici statunitensi hanno fatto due nomine altrettanto importanti. People è il settimanale più popolare degli Stati Uniti: è una rivista di argomenti molto “larghi”, soprattutto dedicata a celebrities, a personaggi dello spettacolo e a storie di “persone comuni”, e che si vende tantissimo nei supermercati (ha una diffusione di oltre tre milioni di copie). Nacque nel 1974 come una sorta di costola più accessibile del magazine Time ed ebbe immediatamente un grande successo. L’editore che ha rilevato People pochi mesi fa (e che la settimana scorsa aveva annunciato la chiusura delle edizioni cartacee di altre testate famose) ha scelto come nuova direttrice Liz Vaccariello, che era finora direttrice di Real Simple, un mensile dello stesso editore dedicato a consigli domestici, di grande diffusione.
The Nation è pure un settimanale, ma ha un secolo di più (è il più antico degli Stati Uniti) e si occupa invece soprattutto di politica, con posizioni di sinistra (sostenne Bernie Sanders alle ultime due primarie democratiche) e un ruolo tuttora non estinto nel dibattito e nell’informazione americani, malgrado il cospicuo calo di copie (oggi ha una diffusione di poco sotto le 100mila copie). The Nation ha nominato un nuovo presidente, Bhaskar Sunkara, che è stato fondatore ed era finora direttore della rivista molto di sinistra Jacobin, protagonista di un discreto successo editoriale negli scorsi anni (anche con un’edizione italiana).