Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 5 Aprile 2026

Investimenti

Sul Corriere della Sera di sabato un articolo celebrava il brand del lusso Bulgari e un altro promuoveva quello che si chiama Falconeri. L’uno l’altro avevano acquistato spazi pubblicitari sul quotidiano nei giorni precedenti.


domenica 5 Aprile 2026

Inchieste e inchieste

All’inizio di questa settimana i giornali italiani hanno scritto degli sviluppi di un’indagine giudiziaria che riguarda l’ex sottosegretario Delmastro e i suoi rapporti con un uomo condannato per attività mafiose, Mauro Caroccia. Non è noto quando fosse stata avviata l’inchiesta, ed è quindi possibile che fosse già in corso quando il Fatto ha ospitato il primo articolo di Alberto Nerazzini che ha rivelato pubblicamente gli accordi societari tra Delmastro e Caroccia, diversamente da quanto Charlie aveva ritenuto la settimana scorsa.


domenica 5 Aprile 2026

Il nuovo direttore di Politico

Dopo tre mesi di ricerche che avevano fatto contattare importanti giornalisti americani, il sito di news statunitense Politico ha scelto come nuovo direttore un “interno”, Jonathan Greenberger. Politico, che è nato nel 2007, è uno dei più longevi successi giornalistici digitali americani, sopravvissuto alle crisi di altri progetti suoi coetanei, e acquisito nel 2021 dalla multinazionale editoriale tedesca Axel Springer. Greenberger, che ha 42 anni, è a Politico dal 2024, finora con un ruolo di promozione e monetizzazione del capitale giornalistico del sito, e quindi competenze sia editoriali che commerciali.


domenica 5 Aprile 2026

Lacco Ameno Lacco Ameno

Nei quotidiani molto grandi, con tante pagine e diverse sezioni, capita che le diverse redazioni non comunichino tra loro, e che le scelte di alcuni articoli minori non siano condivise tra i responsabili: così può succedere che certe notizie appaiano due volte, perché ciascuna delle sezioni l’ha ritenuta degna di essere pubblicata per una ragione o per l’altra (spesso accade con comunicati di stampa promozionali), e non c’è stata una revisione complessiva dell’impaginato finale che se ne accorgesse.
È stato così sul Corriere della Sera venerdì, quando i nomi dei vincitori di un premio giornalistico sono stati pubblicati due volte a poche pagine di distanza, nelle Cronache e nella Cultura.


domenica 5 Aprile 2026

Zanichelli e Factanza

La società di investimenti nel digitale della casa editrice Zanichelli – che è una delle più importanti d’Italia nel campo dell’editoria scolastica – ha acquisito una quota di maggioranza del progetto di news Factanza, che diffonde i propri contenuti soprattutto attraverso i social network, rivolgendosi in particolare a un pubblico giovane.

“ZNext, la società controllata dalla casa editrice Zanichelli che investe in aziende tecnologiche nei settori della formazione, del lavoro e del benessere, ha comprato la maggioranza delle quote di Factanza Media. Quest’ultima ha detto che ZNext ha speso 5,1 milioni di euro per rilevare il 53 per cento delle quote e fare alcuni investimenti. Factanza è stata fondata nel 2020 da Bianca Arrighini e Livia Viganò: è nata come pagina di informazione su Instagram e nel tempo ha aggiunto altri prodotti di informazione come le newsletter, i podcast e i video, ma anche una scuola di formazione, con cui fa corsi ad aziende e a privati, e un’agenzia per l’organizzazione di eventi. Factanza Media ha 11 dipendenti più alcuni collaboratori.
Viganò e Arrighini hanno detto che rimarranno a guidare l’azienda e che l’investimento di ZNext è un modo per accelerare il suo processo di crescita. Nell’operazione hanno ceduto le loro quote Primo Capital e PranaVentures, che avevano inizialmente investito in Factanza Media”.


domenica 5 Aprile 2026

Un buon posto di lavoro

Il New York Times ha pubblicato un annuncio di ricerca di un nuovo direttore per un proprio apprezzato e illustre supplemento, la rivista T Magazine. Tra le altre informazioni fornite c’è quella di uno stipendio annuale tra i 260 e i 290mila dollari. A dirigere la rivista finora era Hanya Yanagihara, scrittrice famosa per l’enorme successo del suo libro Una vita come tante, che ha deciso di lasciare il ruolo nelle settimane scorse per “dedicarsi al teatro” (e che ha messo in vendita il suo appartamento di Soho).


domenica 5 Aprile 2026

Responsabili

Alcuni giornali e siti di news italiani si sono occupati questa settimana del “caso Butera”, ovvero una questione giudiziaria di responsabilità sui contenuti diffamatori pubblicati online che sembra uscita da almeno un decennio fa, quando la confusione su queste materie era molto grande. Ne ha scritto anche il Post.

“Il 10 aprile la Cassazione si pronuncerà sul caso del giornalista Fabio Butera, condannato in primo e secondo grado a pagare 33mila euro per i commenti fatti da altri sotto un suo post pubblicato su Facebook, un post che quelle stesse sentenze hanno giudicato non diffamatorio. Butera aveva criticato un articolo del Giornale di Vicenza su una vicenda che riguardava alcuni richiedenti asilo e che era stata strumentalizzata da molti politici, compreso il ministro e segretario della Lega Matteo Salvini”.


domenica 5 Aprile 2026

Meno carta per Wired

La grande società editrice americana Condé Nast, che pubblica tra gli altri VogueVanity Fair, il New Yorker, GQGlamour, e molte edizioni internazionali delle stesse testate, ha deciso di chiudere l’edizione cartacea britannica della rivista Wired, dentro un progetto di investimento sugli abbonamenti online che nell’ultimo anno è andato molto bene negli Stati Uniti.


domenica 5 Aprile 2026

Arditti

Giovedì è morto a sessant’anni il giornalista Roberto Arditti, che era stato direttore del Tempo e autore della trasmissione televisiva Porta a porta, oltre che collaboratore di diverse altre testate. Arditti aveva avuto un infarto due giorni prima, comunicato con molta approssimazione e incoscienza dalla gran parte dei siti di news che ne avevano annunciato pubblicamente la morte anzitempo ( alcuni di quei prematuri articoli sono rimasti online non corretti, anche dopo che la notizia era stata smentita).


domenica 5 Aprile 2026

Contattato dal giornale…

Il New York Times ha pubblicato i racconti e pareri di alcuni giornalisti sull’applicazione della consuetudine del giornalismo statunitense (in Italia è praticata con discontinuità) di contattare i coinvolti in un’inchiesta o in un articolo per avere una loro reazione o risposta. A volte farlo genera controindicazioni per l’efficacia e completezza dell’articolo, e bisogna saperle gestire, spiegano.


domenica 5 Aprile 2026

Qualcosa non va al Fatto

L'”assemblea di redazione del Fatto” ha pubblicato sul giornale e sul sito, venerdì, un anomalo comunicato critico nei confronti dell’azienda (il Fatto è un giornale di abituali sintonie tra redazione e azienda, di cui gli stessi direttori del giornale sono azionisti minori), abbastanza oscuro per i lettori e le lettrici del giornale: che mostrava di voler confermare un’appartenenza e condivisione dei destini del Fatto, ma anche qualche scetticismo sulla sua sostenibilità economica e sulle soluzioni previste dall’azienda. A conoscere il contesto, però, il comunicato trasmetteva alcune informazioni:
– la considerazione dell’intensa e costosa campagna per il “no” al referendum come un investimento commerciale che ha in effetti portato a dei risultati in termini di crescita degli abbonamenti, ma che ora ha naturalmente esaurito il suo potere.
– la consapevolezza dei bilanci in difficoltà dell’azienda editrice del giornale, già suggeriti da recenti comunicazioni dell’azienda stessa e dalla scelta di ridurre il numero di pagine;
– l’insoddisfazione della redazione per non essere stata informata delle decisioni sulle riduzioni del numero di pagine e sull’eliminazione di alcune sezioni;
– l’obiettivo – senza scadenze definite – di 100mila abbonamenti digitali (nell’ultima certificazione ADS erano 40mila);
– la necessità di superare una divisione ancora robusta tra giornale di carta e giornale online.

“Come tutta l’editoria italiana, anche noi facciamo i conti con la crisi del settore. L’azienda ha ridotto la foliazione e presentato con la direzione un piano di sviluppo digitale, con l’obiettivo di raggiungere i 100 mila abbonati partner, che ci metterebbero in sicurezza a fronte della trasformazione delle abitudini di lettura, con lo spostamento dalla vendita di copie in edicola a quella di abbonamenti digitali.
Gli ultimi bilanci si sono chiusi in perdita, solo marginalmente per i minori ricavi del settore editoriale, che vale tuttora due terzi del fatturato. La diversificazione delle attività non ha finora garantito i margini necessari. Infine, abbiamo appreso solo all’ultimo di decisioni che riguardano la vita e l’immagine del giornale. Questo non è accettabile, anche al di là del doveroso richiamo alle norme contrattuali che prevedono alcune comunicazioni preventive al Comitato di redazione.
Come redazione siamo molto impegnati, da sempre, allo sviluppo di un giornale che consideriamo prezioso. Per questo da anni chiediamo un piano che definisca meglio il prodotto editoriale che vogliamo fare, l’organizzazione del lavoro che solo molto lentamente sta superando l’anacronistica divisione in due redazioni per la carta e per il web, una coraggiosa strategia espansiva e politiche di prezzo coerenti, oltre che il naturale coinvolgimento della redazione.
La crescita di abbonati e copie digitali, in controtendenza con buona parte del settore, è un’ottima notizia, conferma l’attaccamento della nostra comunità di lettori e il riconoscimento del lavoro di un giornale fieramente indipendente, ma purtroppo non basta. Come non basta la consapevolezza di lavorare in un’azienda libera da condizionamenti politici e finanziari e certamente impegnata a tutelare tutti i suoi dipendenti.

Consapevoli delle potenzialità del giornale e del suo ruolo pubblico, l’assemblea dei redattori chiede alla direzione e all’azienda di dettagliare la strategia per l’integrazione digitale e di creare un tavolo di lavoro ai sensi dell’articolo 34 del Contratto nazionale, che prevede il coinvolgimento dei giornalisti, il cui apporto crediamo sia un vantaggio per tutti, nella risoluzione delle criticità” .


domenica 5 Aprile 2026

I “bundle” delle newsletter

Il sito statunitense Nieman Lab ha raccontato l’iniziativa di tre autori di newsletter giornalistiche, che hanno proposto un’offerta di “bundle” per i rispettivi abbonamenti alle newsletter: ovvero un abbonamento che iscriva alle tre diverse newsletter, con uno sconto. La proposta è interessante, perché mostra ulteriori “giornalizzazioni” delle newsletter, che in questi anni sono diventate sempre più un prodotto di informazione competitivo, per cui alcuni lettori e lettrici pagano molte iscrizioni: e anche per gli aspetti commerciali i loro autori devono fare le stesse riflessioni e gli stessi esperimenti dei siti di news.


domenica 5 Aprile 2026

Charlie, attenti a cosa desiderate

La tentazione di dichiarare un declino dei social media è forte e diffusa da diversi anni, anche tra coloro che ne fanno estesissimo uso (il rapporto è quello che c’è tra tossicodipendenti e sostanze, quando i primi arrivano a chiedere di essere incatenati o rinchiusi). Ma in effetti alcuni dati segnalano dei cambiamenti: i più rilevanti e visibili sono gli interventi proibizionisti nei confronti dei bambini, ragazzi o minori in alcuni paesi. Una recente ricerca di un ente pubblico britannico descritta dal Financial Times sostiene che nell’ultimo anno ci sia stato un sensibile calo nell’uso “attivo” dei social network (ovvero di pubblicazione, condivisione o commento), e riferisce che molti intervistati si dicono più preoccupati o spaventati di un tempo rispetto alle conseguenze dell’uso dei social network.

Che nel frattempo sono drasticamente cambiati, un po’ alla volta. Qualcuno dice che dovrebbero essere chiamati ormai “interest media” piuttosto che “social media”, in considerazione del fatto che la maggior parte dei contenuti che ci raggiungono è legata ai nostri interessi registrati dagli algoritmi piuttosto che alle relazioni e “reti sociali” che abbiamo scelto di seguire. Ma gli algoritmi stessi ci offrono anche molti contenuti pensati per crearlo, un nostro interesse, e mantenerci più a lungo sulle piattaforme relative. In questo senso, i social network stanno tornando indietro verso un funzionamento che è quello della vecchia televisione: vediamo quello che ci viene proposto, con il solo potere di cambiare rapidamente canale, e trovare qualcos’altro che ci viene proposto, ma molto più raramente quello che scegliamo noi.

Tutto è molto in cambiamento, e riguarda anche l’informazione che ci raggiunge attraverso i media in questione, che arrivi dalle testate dichiaratamente giornalistiche o da altre fonti. Le aziende editoriali tradizionali possono pure rallegrarsi di un eventuale declino dell’uso dei loro concorrenti social, ma al tempo stesso dai loro concorrenti social ricevono ancora una quota cospicua di traffico e visibilità: ulteriori cali non sarebbero benvenuti. E per quello che valgono i precedenti e i paragoni, negli scorsi decenni tante cose sono cambiate anche intorno alle tossicodipendenze e al genere di sostanze che le creano, ma di sicuro non sono sparite le tossicodipendenze.

Fine di questo prologo.


domenica 29 Marzo 2026

Coi soldi di altri

Lunedì il Fatto aveva pubblicato un nuovo articolo su Alberto Leonardis, l’imprenditore a capo della società che ha comprato il quotidiano torinese La Stampa.

“Lui ci mette la faccia e le relazioni, ma i soldi li mettono soprattutto gli altri. Alberto Leonardis, l’imprenditore nato all’Aquila nel 1965 divenuto proprietario di sei giornali locali con lo smantellamento del gruppo Gedi ad opera di John Elkann, possiede solo il 3% di Sae, la società che ha firmato il contratto preliminare per l’acquisto della Stampa. Resta però da definire un aspetto chiave: chi metterà i soldi? Perché la Sae, con i bilanci tinti di rosso e debiti in crescita, non ha le risorse per un investimento stimato intorno ai 20 milioni di euro per l’acquisto della testata torinese. Al prezzo bisogna aggiungere gli investimenti per garantire la continuità aziendale di un giornale in perdita con 178 giornalisti.

Secondo le visure camerali al 30 giugno 2025 Sae Spa ha 21 azionisti, con interessi che vanno dalle costruzioni alla finanza, dall’informatica al baratto pubblicitario con prodotti di consumo. Leonardis, che si definisce “un aggregatore di capitali”, detiene il 3% attraverso Almi, Srl con appena 10mila euro di capitale posseduta insieme alla moglie, Maria Mihaela Malinci. Alla partenza nel 2020, quando Leonardis ha comprato da Elkann Il Tirreno e le testate emiliane (Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena, La Nuova Ferrara), il 90% apparteneva a quattro soci guidati dal costruttore livornese Maurizio Berrighi e dal distributore di giornali di Grosseto M & S Srl. Ma con le successive ricapitalizzazioni la platea si è evoluta.
Il passaggio decisivo è nel 2022, quando Leonardis ha comprato da Elkann La Nuova Sardegna e ha trasferito la sede di Sae da Piombino a Sassari. Sae ha figliato una nuova Spa controllata al 51%, Sae Sardegna, nella quale Leonardis ha attirato due potenti locali, Antonello Cabras, ex Psi ed ex Pd, già presidente della Regione, e Maurizio De Pascale, imprenditore delle costruzioni e presidente della Camera di commercio di Cagliari, proprietaria dell’aeroporto. La Fondazione di Sardegna, della quale Cabras è il dominus anche senza più cariche, ha acquisito il 22% di Sae Sardegna per 1,037 milioni. Una quota analoga l’ha presa De Pascale. Cabras e De Pascale hanno forti interessi in Sardegna, in particolare nel controverso piano di concentrazione degli aeroporti in una holding regionale con soci privati come F2i e BlackRock”.


domenica 29 Marzo 2026

Uno sguardo d’insieme

Charlie ha raccontato in passato come disattenzioni o mancanza di coordinamento tra le diverse esigenze in un giornale possono portare ad accostamenti imbarazzanti e sgradevoli tra determinati articoli e determinati spazi pubblicitari. Uno di questi incidenti è avvenuto sul Corriere della Sera martedì scorso, con effetti spiacevoli per il giornale e per l’inserzionista: nelle edizioni digitali la pubblicità è stata poi rimpiazzata.


domenica 29 Marzo 2026

Bulgari e Bulgari

Delle coincidenze tra le pagine sui maggiori quotidiani comprate da inserzionisti pubblicitari e gli articoli sugli stessi quotidiani dedicati agli stessi inserzionisti abbiamo scritto meno su Charlie, negli ultimi mesi, perché i ricchi esempi mostrati erano diventati un po’ ripetitivi e la pratica era stata descritta a sufficienza. Ma ogni tanto segnaliamo il suo perdurare: venerdì per esempio Repubblica ha dedicato un articolo al brand del lusso Bulgari, che aveva comprato una pagina di pubblicità su Repubblica martedì.


domenica 29 Marzo 2026

Giambruno perde ancora

Venerdì il Manifesto ha brevemente riferito che “Andrea Giambruno perde la causa al Manifesto”.

“Lo show fuori onda trasmesso da Striscia la notizia nell’ottobre 2023 con protagonista Andrea Giambruno, allora compagno della presidente del Consiglio (e poi non più, perché per quello show Giorgia Meloni lo lasciò dando la notizia via social), costituisce fatto di «oggettiva gravità», «legittimamente criticabile» sia per «il ruolo pubblico» ricoperto da Giambruno sia «per il linguaggio e le allusioni utilizzate». Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento che Giambruno ha presentato al manifesto (così come al Corriere della Sera e al Fatto), condannando l’ex compagno della premier a pagare le spese legali ai tre quotidiani. Per la giudice di Roma, l’articolo di Alessandra Pigliaru sul manifesto costituisce libero esercizio di critica per il suo «taglio chiaramente politico culturale, con una forte impronta femminista e simbolica»”.

A differenza di altre cause per diffamazione con decisioni favorevoli al denunciante, si nota che Andrea Giambruno non sia un magistrato.


domenica 29 Marzo 2026

Il nuovo capo di BBC

L’azienda pubblica britannica di informazione e intrattenimento, BBC, ha scelto come nuovo direttore generale l’ex dirigente di Google Matt Brittin.


domenica 29 Marzo 2026

Volicchiano

Priorità simili sono naturalmente esibite con assai maggiore disinvoltura dai quotidiani di proprietà del deputato leghista Angelucci, Libero Giornale. Il direttore di Libero, la cui professione precedente è stata di portavoce della presidente del Consiglio Meloni, ha per esempio analizzato così per i suoi lettori le scelte della suddetta presidente del Consiglio nella campagna del referendum, mercoledì: “Lei, Giorgia, è stata una leonessa, ha combattuto contro la macchina della menzogna”.


domenica 29 Marzo 2026

Fiaba istituzionale

L’articolo del Corriere della Sera sull’incontro tra il presidente del Senato La Russa e i genitori dei bambini al centro del caso giudiziario cosiddetto “della famiglia nel bosco”, aveva questo romantico inizio, esemplare di uno stile giornalistico e di una quotidiana disponibilità del Corriere a dare spazio in una luce felice ai leader della maggioranza di governo e ai loro messaggi.

“Sotto le volte di Palazzo Giustiniani anche il cestino di vimini che oscilla graziosamente dal braccio di Catherine, acquista solennità. Pare, infatti, l’accessorio perfetto per raccontare la giornata più insolita del Senato, fra happening di cronisti ed emozioni sincere. L’avventura neorurale dei genitori di Palmoli diventa fiaba istituzionale, appello ufficiale a ricongiungere babbo, mamma e piccoli Trevallion. Magico il luogo, magica la giornata: una tiepida mattina di primavera nel cuore di Roma. Finirà con la lettura commossa di una lettera che è insieme abbraccio e impegno, dopo un incontro durato quaranta minuti con la seconda carica dello Stato, il presidente Ignazio La Russa”.


domenica 29 Marzo 2026

Riteniamo

L’Ordine dei giornalisti è intervenuto per criticare – piuttosto sbrigativamente e senza grandi severità – la pubblicazione su diversi siti di news del video che descriveva l’aggressione di un’insegnante da parte di un giovane studente in provincia di Bergamo.

“La pubblicazione del video da parte di molte testate, anche autorevoli, della recente aggressione ad una professoressa, è un fatto grave e ignora le norme deontologiche della professione. Riteniamo che il video dell’accoltellamento nulla aggiunga al racconto dei fatti. Quanto accaduto interpella prima di tutto i giornalisti sull’esercizio responsabile della professione e sulla necessità di non cadere nella spettacolarizzazione. Riteniamo, inoltre, che sia necessario tutelare sia i minori coinvolti che la persona gravemente colpita ed evitare il pericolo di emulazione. L’informazione di qualità si misura anche rinunciando alla caccia dei click”.

Tra le testate più note che hanno pubblicato il video ci sono RepubblicaCorriere della SeraAdnkronosStampaFanpageTgcom24.

Il Fatto ha pubblicato un breve articolo per comunicare la decisione di non mostrare il video (il Post non ha pubblicato il video).


domenica 29 Marzo 2026

Nomi e cognomi

Non è diventata solo una questione giudiziaria e politica, ma anche giornalistica, la citazione su alcuni giornali del nome di un importante parlamentare di Forza Italia, Giorgio Mulè, in relazione a una grossa inchiesta per corruzione che è diventata nota giovedì con alcuni decreti di perquisizione. Il nome di Mulè non è infatti nella documentazione giudiziaria che è stata resa pubblica e Mulè non risulta indagato, e si è molto indignato per essere stato citato: per esempio Repubblica ha scritto che uno degli indagati “rivendica rapporti anche con Giorgio Mulè”. Il Fatto assai più sostanziosamente gli dedica un articolo e sostiene che il nome sia “nelle intercettazioni”: “Dalle intercettazioni (seppur citato de relato) si scopre anche che a Mulè Spalletta si sarebbe rivolto per la nomina a generale di un militare dell’Aeronautica. Questa circostanza è da riscontrare, Mulè non è indagato, ma non è escluso che i pm possano decidere di sentirlo”. Ancora il Fatto, in un altro articolo, dice che il nome di Mulè è stato “trovato poi dai giornalisti con un loro autonomo lavoro”.
Il Manifesto l’ha messa così: “Il politico di cui si parla, riferiscono fonti giudiziarie, è Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera di Forza Italia, già sottosegretario alla difesa del governo Draghi. Il deputato, ad ogni buon conto, non è nell’elenco dei ventisei indagati emerso al momento delle perquisizioni di ieri né risulta aver ricevuto alcun avviso di garanzia”.
Il Corriere della Sera ha aggiunto la risposta di Mulè: Coppola diventerà generale, grazie anche all’«intervento di un importante esponente politico e rappresentante istituzionale» che da indiscrezioni sarebbe l’onorevole forzista Giorgio Mulè (non indagato). Ma ecco la precisazione di Mulè: «Da sottosegretario alla Difesa il ruolo mi ha portato e mi porta a fare un numero imprecisato di segnalazioni. Aver fatto uscire il mio nome che non compare negli atti di perquisizione e sequestro rappresenta uno sfregio del quale la Procura di Roma, che si è dimostrata incapace di tutelare un cittadino, sarà chiamata a dare giustificazioni”.

In seguito alle polemiche il Fatto ha scritto ancora: “Il politico forzista nemmeno in ipotesi avrebbe commesso un reato ma la sua influenza sarebbe stata millantata o trafficata per dare un’utilità da parte di Spalletta al generale. Non era possibile per la stampa dunque non citare il ruolo di Mulè. La procura di Roma, anzi, ha avuto una cautela istituzionale non inserendo il suo nome per tenerlo fuori dal decreto di perquisizione anche solo come persona citata e non indagata”.
Domenica il Fatto ha rivendicato la correttezza di riportare informazioni di cui un giornale viene in possesso (la questione discutibile sono eventualmente le violazioni grazie alle quali ne è venuto in possesso).


domenica 29 Marzo 2026

Raccontare i giornali

Edmund Lee, ex giornalista del New York Times, ha scritto sulla sua newsletter su Substack una riflessione interessante sulla mancanza di fiducia nei confronti dei giornali e dei giornalisti. La sua tesi, tra le altre cose, è che si debba soprattutto alla poca conoscenza all’esterno del lavoro giornalistico, e dell'”umanità” dei suoi processi. E al circolare di luoghi comuni superficiali e che generalizzano quel lavoro immaginandolo al servizio di un unico condiviso interesse. I giornali, dice Lee, dovrebbero raccontare di più il proprio lavoro: altrimenti le persone se ne costruiscono un’idea da soli, attingendo un po’ ai film e alle serie e un po’ alla tendenza contemporanea a vedere tutto in chiavi dietrologiche e diffidenti.

“There is no “the media.” No monthly meetings. No Star Chamber under Eighth Avenue. We’re just a supper club of hungry reporters trying to beat one another on a story. Our shared language is short: This matters and I got it. That’s all we care about. That’s the job. I know earnest mottos won’t quell the riot. You can feel it, the need for a hidden hand. Conspiracy is our new religion. It’s just easier, more legible, to believe newspapers march to the beat of an invisible drum” .

“Because no one understands how this works. The process is opaque, and, worse, counterintuitive. Reporting, editing, headlines, photo choice, social posts, video edits — all invisible to the reader. We sometimes have a secret language: headlines that read “…Is Said to…” means anonymous source. In my last job for The Times, I learned how wide the gap is. One paying subscriber thought the paper was owned by Rupert Murdoch. (He owns The Wall Street Journal and Fox News.) Others thought “bureau chief” meant government agent. This one killed me: anonymous sources are anonymous to us, that information simply drifts in and lands, unchecked, in print.

It doesn’t work that way. Reporters name their sources to editors. They explain how they know what they know. Editors push: What’s the motive? Why not on the record? Can we confirm it?
Sometimes it still doesn’t run. What makes it into print under a veil has usually survived the most scrutiny. The reader never sees that”.


domenica 29 Marzo 2026

Il nuovo sciopero di venerdì

Venerdì c’è stato uno sciopero a cui hanno aderito i giornalisti di molte testate italiane, per il rinnovo del contratto: ragione già di un precedente sciopero pochi mesi fa, e di un successivo, annunciato per il 16 aprile. Molti quotidiani non sono quindi stati pubblicati, nelle loro versioni cartacee e digitali, sabato: e diversi siti di news non sono stati aggiornati venerdì. La consuetudine prevalente è che in caso di scioperi con cospicue partecipazioni della maggioranza di una redazione, o approvati dal comitato di redazione di un giornale, la proprietà e la direzione rispettino quella scelta (anche quando ci siano giornalisti che non scioperano) e il giornale non sia pubblicato. Ma non è sempre rispettata, e capita che in alcune testate ci siano polemiche e irritazioni perché il giornale viene comunque fatto uscire malgrado le adesioni allo sciopero. Era successo a novembre col Giornale e con la Gazzetta dello Sport. Stavolta la redazione del Giornale ha accettato l’uscita del quotidiano scegliendo uno “sciopero delle firme” (chi scioperava non ha firmato i propri articoli). La Gazzetta dello Sport è di nuovo uscita malgrado l’alta partecipazione dei suoi giornalisti allo sciopero, e malgrado la scelta diversa del Corriere della Sera, appartenente alla stessa società.

Non hanno scioperato e sono usciti gli altri due quotidiani vicini alla maggioranza di destra, Libero e Verità (nel caso di Libero e del Giornale: di proprietà della maggioranza di destra), così come il Foglio. Non ha scioperato il Manifesto, spiegando la solidarietà con la protesta, e nemmeno il Post, spiegando a sua volta.

Alla vigilia dello sciopero, i due interlocutori della trattativa – FNSI e FIEG – avevano diffuso due comunicati ancora molto polemici l’uno con l’altro.


domenica 29 Marzo 2026

E infine, i greci

Lunedì è stata infine annunciata la vendita del gruppo GEDI alla società greca Antenna. Dalla vendita è scorporato il quotidiano torinese La Stampa, di cui era già stata comunicata la cessione alla società SAE: quindi Antenna acquisirà il quotidiano Repubblica, le radio di GEDI, lo HuffPost italiano, l’edizione italiana del National Geographic. L’amministratore delegato di Exor, società che possedeva GEDI, ha diffuso comunicazioni un po’ confuse e contraddittorie rispetto alla scelta di vendere. Il gruppo Antenna ha diffuso comunicazioni rituali e piuttosto sommarie sulle proprie intenzioni e aspettative. Il Comitato di redazione ha diffuso comunicazioni ancora preoccupate e diffidenti sulla poca chiarezza di quello che è successo, che sta succedendo e che succederà.
L’unica notizia è stata l’ufficializzazione della scelta della nuova amministratrice delegata, Mirja Cartia D’Asero, che era stata amministratrice delegata del Sole 24 Ore, uscendone un anno fa con qualche polemica e insoddisfazione. È stato anche confermato il direttore di Repubblica Mario Orfeo, ma in questa fase così fluida e incerta è una conferma che avrà bisogno di ulteriori conferme.

Sabato il Foglio ha pubblicato una sua sintesi delle prospettive della vendita, che fornendo alcuni dati ed elementi ripete una lettura ormai consolidata per cui l’interesse maggiore di Antenna fossero le radio del gruppo, mentre la proprietà di Repubblica potrebbe essere più complicata da gestire.

“La situazione di Repubblica è più difficile non solo per la perdita di copie e pubblicità degli ultimi anni, ma per ragioni più strategiche. In dieci anni il giornale ha perso circa tre quarti delle copie vendute e addirittura, secondo gli ultimi Ads di gennaio 2026, vende solo 55mila copie stampate, con un tasso di reso vicino al 50 per cento, cui vanno sommate 15 mila abbonamenti digitali venduti ad almeno il 30 per cento del prezzo pieno. La redazione ha ancora oltre 250 giornalisti, mentre con questi numeri ne potrebbe sostenere meno di cento. Ma immaginando una riduzione del genere, come fare per realizzare con meno risorse un giornale con ambizioni nazionali?
Repubblica è sempre stato un quotidiano poco radicato territorialmente, all’inizio perché nasce come secondo quotidiano d’opinione, un po’ perché quando nasce non ci sono piazze libere in cui radicarsi. Per cui si è sviluppato con molte edizioni locali, ma allo stesso tempo senza essere leader in nessuna città importante. Sia a Milano sia a Roma è secondo, ma con un quarto delle copie del Corriere e metà del Messaggero. A Bologna è secondo, ma con un quarto di copie rispetto al Carlino e a Torino è quarto con un decimo delle copie della Stampa.
Quando il mercato pubblicitario era florido e le diffusioni erano più consistenti, questa mancanza di radicamento territoriale è stata un punto di forza perché Repubblica era il più nazionale dei quotidiani e pubblicitariamente era appetibile anche da solo, ma le copie di oggi sono troppo poche per qualsiasi campagna di taglio nazionale e l’assenza di primati locali è un problema”.


domenica 29 Marzo 2026

Charlie, un buon lavoro

Il guaio che ha portato alle dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro merita di essere segnalato per il raro e ammirevole percorso giornalistico che lo ha rivelato. Percorso quasi da manuale, ma è un manuale raramente applicato nelle pratiche giornalistiche italiane, un po’ per cultura e un po’ per limitatezza di risorse: e quindi la consuetudine è che le pochissime volte in cui degli articoli giornalistici generano qualche conseguenza politica, la genesi reale siano delle iniziative giudiziarie già avviate di cui viene informato un giornalista, e il suo giornale le rivela.
Stavolta è successa una cosa diversa: non ancora una lunga indagine strutturata che sia stata pubblicata al momento in cui aveva raccolto tutti gli elementi e una ricostruzione completa, come succede nei film. Ma i film sono film, e qui le circostanze erano diverse. Alberto Nerazzini stava lavorando su un libro a proposito di argomenti su cui ha antiche attenzioni e competenze, e studiando le fonti accessibili ha progressivamente scoperto e messo insieme i pezzi della relazione tra un noto condannato per reati legati ad attività mafiose e un sottosegretario alla Giustizia. Ha fatto le verifiche del caso, ha proposto la storia al Fatto, al Fatto hanno riconosciuto il valore di quello che Nerazzini aveva scoperto, studiando e indagando, e hanno pubblicato la sua storia.
Il fatto che ci potessero ancora essere cose da scoprire (le fotografie diffuse su altre testate nei giorni successivi), tra l’altro, ha finito per contribuire a indebolire ulteriormente la posizione e la credibilità di Delmastro, che era precipitosamente intervenuto con spiegazioni dimostrate poi false.
Le dimissioni di Delmastro sono la sanzione puntuale e vistosa della bontà del lavoro di Nerazzini e del Fatto, ma non sono le dimissioni di un sottosegretario l’obiettivo di una buona inchiesta giornalistica: è il rivelare e far comprendere elementi della realtà, che in questo caso sono connessioni di rilevanti esponenti della maggioranza di destra con attività illegali e mafiose, oppure “leggerezze” irresponsabili e pericolose da parte di inadeguati responsabili delle istituzioni (campo in cui gli esempi di questo tipo cominciano ad abbondare). Oppure entrambe le cose.

Fine di questo prologo.


domenica 22 Marzo 2026

Nel weekend

La rassegna stampa pubblica del Post, “I giornali spiegati bene”, il prossimo weekend ha un doppio appuntamento all’interno del festival Pensavo Peccioli in Toscana. Sabato 28 e domenica 29 marzo Luca Sofri, Francesco Costa e Luca Misculin racconteranno cose contigue a quelle di cui parla ogni settimana questa newsletter.


domenica 22 Marzo 2026

Uno sbaglio

Domenica scorsa avevamo scritto in una parentesi che il contributo pubblico straordinario per i giornali cartacei si somma per alcuni richiedenti a quello annuale consueto previsto dal “fondo per il pluralismo”: ma era un errore. Le testate che ricevono quest’ultima sovvenzione erano infatti escluse dal fondo straordinario (con effetti paradossali per cui diverse testate hanno ricevuto contributi molto più ricchi “straordinariamente” di quelli che “ordinariamente” ricevono quelle che ne hanno titolo secondo la legge sui contributi pubblici).


domenica 22 Marzo 2026

Aiuta

Il Corriere della Sera ha pubblicato giovedì – come disposto dalla sentenza stessa – un estratto della sentenza dello scorso gennaio che ha condannato per diffamazione il Giornale, il suo giornalista Felice Manti e il suo ex direttore Alessandro Sallusti, imponendo loro il pagamento di un risarcimento di circa 40mila euro e delle spese processuali. La causa era stata promossa da un magistrato, Emilio Sirianni: categoria professionale che, sicuramente con fondate ragioni, vede accolte dai propri colleghi le richieste di questo genere con maggiore frequenza.


domenica 22 Marzo 2026

Breaker prova a dirlo con tutta la gentilezza possibile

Non prendetela sul personale, abbonati e abbonate del Post a cui siamo riconoscenti, e nemmeno voi amici e amiche degli abbonati e abbonate. Ma lo raccontiamo perché è un cruccio di diversi progetti di informazione che devono la loro sostenibilità alle newsletter a pagamento, e soprattutto di quelli che sono essenzialmente delle newsletter a pagamento: il cruccio lo ha espresso l’autore della newsletter americana Breaker, dedicata ai media (che abbiamo citato in passato su Charlie), ed è costituito dall’inoltro della newsletter a destinatari non paganti, che quindi non compensano il lavoro giornalistico di cui godono.
Lachlan Cartwright ha spiegato su un’altra newsletter, A Media Operator, che l’ultimo invio di Breaker, che ospitava lo scoop di alcune foto della festa di compleanno del famoso editore Rupert Murdoch, ha registrato 3.200 aperture da un singolo lettore: che ha quindi generato direttamente o indirettamente un numero di inoltri eccezionale. E Cartwright ha raccontato ai propri abbonati cosa significa per il proprio lavoro che così tante persone ne approfittino gratuitamente senza contribuire ai suoi costi: cercando di essere chiaro e fermo, e al tempo stesso di coinvolgerli nel condividere la questione, che è la difficoltà di comunicazione maggiore per chi fonda il proprio business su un rapporto di fiducia e complicità con i propri lettori e lettrici.

“It has been suggested to Cartwright that he name and shame excessive forwarders in the newsletter, but he doesn’t want to violate people’s trust. He has no delusions that this will end the problem entirely but will make good on enforcing the agreement.
That said, he’s going to give it some time after yesterday’s announcement to sink in, “but in the background, I am monitoring, as I have always been, as any good business person would. I am monitoring open rates and seeing activity that is in line with a mass forwarding of emails, and we are tracking that.”
If the behavior continues, expect a call from Cartwright who hopes that people “will do the right thing, but if they decide not to take me up on that offer, and if they continue this, then yes, they will get a first warning, and that will be like, Look, we’re trying to run a business here, and what you’re doing is detrimental to that. And then if they continue it a second time, there’s a second warning, and then you have three strikes, and you’re out.”
“I’m investing a lot of time and resources into creating this original, enterprise reporting and journalism and I have to ensure that the people are paying for it. And it’s also unfair to the users of the subscribers that are doing the right thing””.


domenica 22 Marzo 2026

Palantir e la Svizzera

La grande azienda tecnologica americana Palantir – specializzata nello studio e analisi di “big data” e i cui servizi sono molto usati per fini militari da diversi paesi – sta ricevendo ulteriori critiche in Svizzera per avere avviato un’azione legale contro una rivista locale, Republik.
Republik aveva pubblicato un’inchiesta secondo la quale Palantir – che ha insediato in Svizzera molte attività e uffici – avrebbe ricevuto ripetute diffidenze e rifiuti dalle istituzioni svizzere a cui avrebbe cercato di vendere i propri prodotti. Palantir ha contestato questa versione – che implicherebbe un giudizio negativo dei prodotti in questione – chiedendo che fosse pubblicata su Republik una sua diversa versione: Republik sostiene che il testo inviato fosse troppo lungo e si allontanasse dal merito della questione e ha rifiutato di pubblicarlo, e ora Palantir ha fatto causa per vedere applicato il “diritto di replica”, ma molti giudicano la causa un’intimidazione nei confronti del giornale promossa con le forze sproporzionate dell’azienda.


domenica 22 Marzo 2026

Allucinazioni

Il gruppo editoriale belga Mediahuis, che possiede testate giornalistiche in diversi paesi europei ma soprattutto in Belgio e in Irlanda, ha sospeso un suo conosciuto giornalista, che era stato a capo di tutte le sue operazioni irlandesi, Peter Vandermeersch. La sospensione è stata decisa dopo che Vandermeersch aveva ammesso di avere usato nella sua newsletter una serie di virgolettati inventati e attribuiti a diverse persone, risultato di informazioni prodotte da ChatGPT e non verificate.


domenica 22 Marzo 2026

Washington post Washington Post

L’imprenditore Robert Allbritton fu tra le altre cose il primo finanziatore del sito statunitense Politico, divenuto e rimasto uno dei prodotti giornalistici digitali più solidi e importanti nell’informazione americana. Negli ultimi anni ha ripreso a finanziare progetti nuovi, e ora si sta parlando di un suo progetto di occupare parte dello spazio lasciato libero dal Washington Post soprattutto sulla copertura della città di Washington e della sua politica. Nel 2024 Allbritton aveva creato un nuovo giornale online, Notus, che adesso sta aggregando nuovi collaboratori in questo senso: nei giorni scorsi ha annunciato la sua partecipazione ai nuovi progetti Dana Milbank, finora noto e visibile giornalista politico del Washington Post.
(un articolo in italiano sui progetti di Allbritton è stato pubblicato dal Foglio sabato)


domenica 22 Marzo 2026

Un altro giudice contro Trump e compagnia

Un giudice federale statunitense ha dichiarato incostituzionali alcune delle limitazioni che il ministero della Difesa aveva imposto alla copertura giornalistica delle proprie attività, all’interno delle estese e varie repressioni attuate dall’amministrazione Trump nei confronti del lavoro dei giornali. Il ricorso in gran parte accolto era stato presentato dal New York Times: il giudice ha ordinato che siano restituite le credenziali d’accesso ai giornalisti a cui erano state tolte, sostenendo che in particolare in questi agitati tempi di confronti militari internazionali che coinvolgono gli Stati Uniti sia necessario che l’informazione sia aperta e completa.


domenica 22 Marzo 2026

BuzzFeed fa ancora notizia, ma per i suoi guai

BuzzFeed è un sito americano che fu protagonista di una temporanea rivoluzione nei prodotti giornalistici online, tra dieci e vent’anni fa, mescolando contenuti “virali” e di informazione, e precorrendo tendenze che oggi sono diventate consuete o che sono state inglobate dentro il nostro quotidiano rapporto con i contenuti online. Per un periodo sembrò l’esempio del prevalere di nuovi progetti digitali sulle aziende giornalistiche tradizionali, poi il suo potere e la sua originalità si diluirono, e le maggiori testate tradizionali seppero riadattarsi e rispondere a una domanda di qualità sopravvissuta. Oggi BuzzFeed è tornato a essere praticamente inesistente nell’influenzare tendenze e opinioni e nel dibattito informativo (questa stessa newsletter non lo citava ormai da due anni), e la sua crisi è arrivata a un’ipotesi di fallimento. Questa settimana i suoi dirigenti hanno annunciato una “mancanza di liquidità” e una difficoltà a pagare i debiti che mettono in dubbio la sua sopravvivenza al 2026.


domenica 22 Marzo 2026

La CBS News di Bari Weiss

CBS News, la testata giornalistica del network televisivo americano CBS, ha annunciato venerdì il licenziamento del 6% dei suoi dipendenti, ovvero diverse decine di persone. La prospettiva era nota da diversi giorni – e anzi le ipotesi erano di riduzioni anche maggiori – ed è un nuovo sviluppo dei grossi cambiamenti di CBS News che hanno avuto il loro apice nella nomina a capo dell’azienda di Bari Weiss, popolare e discussa giornalista coinvolta dalla proprietà in uno schema generale di maggiore indulgenza verso l’amministrazione Trump. Gli interventi annunciati comprendono la chiusura di CBS News Radio.


domenica 22 Marzo 2026

I soliti soldi pubblici dati male

Sono state comunicate, come ogni sei mesi, le quote di contributi pubblici destinate a diversi giornali italiani sulla base della legge che attinge al cosiddetto “fondo per il pluralismo”. La legge prevede che possano richiedere i contributi i giornali che sono destinati a minoranze linguistiche o posseduti da organizzazioni non profit o da cooperative: questi ultimi criteri sono in molti casi sfruttati da gruppi editoriali che costituiscono formalmente le proprietà in questo senso, pur avendo di fatto dei proprietari reali, quasi sempre imprenditori di cospicue fortune economiche (o istituzioni religiose di una certa solidità finanziaria). La legge crea così anche delle distorisoni della concorrenza tra testate che ricevono i finanziamenti e testate che non li ricevono, pur trattandosi di prodotti equivalenti.

Queste sono le prime quindici testate per contributo totale assegnato per l’anno 2024:

Dolomiten 6.176.996,03 euro
Famiglia Cristiana 6.000.000,00 euro
Avvenire 5.545.649,27 euro
Libero 5.407.119,97 euro
ItaliaOggi 4.062.533,95 euro
Il Quotidiano del Sud 3.696.160,87 euro
Libertà 3.518.184,92 euro
Gazzetta del Sud 3.314.913,71 euro
Il manifesto 3.257.867,63 euro
La Gazzetta del Mezzogiorno 2.432.845,24 euro
Corriere Romagna 2.218.356,97 euro
CronacaQui.it 2.207.300,07 euro
Il Foglio 2.090.200,90 euro
Primorski dnevnik 1.682.992,49 euro
L’identità 1.770.500,59 euro


domenica 22 Marzo 2026

Il nuovo socio dell’Economist

Un miliardario canadese che ha costruito le proprie ricchezze nelle proprietà bancarie e assicurative, Stephen Smith, ha comprato circa un quarto delle quote della società che pubblica il settimanale britannico Economist. Avevamo scritto della vendita lo scorso autunno.

“L’Economist è un illustre e noto settimanale britannico, l’unico magazine di un altro paese a competere internazionalmente a livello di diffusione e autorevolezza con le più famose riviste americane. Esiste da 182 anni e la sua maggioranza è di proprietà della multinazionale Exor, ovvero il gruppo controllato dalla famiglia Agnelli Elkann che ha tra le sue proprietà la società automobilistica Stellantis, l’azienda Ferrari, la squadra calcistica della Juventus, e – tramite la società GEDI – diverse testate giornalistiche italiane (StampaRepubblicaHuffPost) assieme a Radio Deejay e Radio Capital. Exor ha acquistato dieci anni fa il 43% dell’Economist, mentre le restanti quote sono divise tra altri azionisti maggiori e decine di piccoli azionisti, tra cui molti dipendenti ed ex dipendenti. Il 21% è della famiglia Rothschild, che ha antiche relazioni con la testata ma che ora – attraverso la titolare Lynn Forester de Rothschild, vedova americana del discendente diretto della famiglia che fu presidente della società nel secolo scorso – ha deciso di vendere la sua partecipazione. Secondo Bloomberg il valore potrebbe essere tra i 200 e i 400 milioni di sterline. L’Economist è una società con altre attività oltre alla pubblicazione della rivista, e nell’ultimo anno ha avuto profitti per 48 milioni di sterline”.


domenica 22 Marzo 2026

La svolta di Wired

“In meno di tre anni Ms. Drummond, che ha 40 anni, ha trasformato Wired da una rivista e sito in declino in un vivace brand che è diventato un’oasi felice per Condé Nast, il gigante dell’editoria più noto per pubblicare VogueVanity Fair e il New Yorker“. È un breve estratto del ritratto della direttrice di Wired pubblicato martedì dal New York Times, che è stato assai ripreso tra gli addetti ai lavori del giornalismo, soprattutto per la drastica sintesi con cui Katie Drummond ha risposto ai critici del fatto che Wired – storica testata delle rivoluzioni digitali dell’ultimo quarantennio – abbia preso a occuparsi con frequenza di argomenti meno legati alla tecnologia: «Chi non ha ancora capito perché Wired si occupi di politica, o è deliberatamente ignorante o è un idiota completo». Molti storici lettori del giornale sono scandalizzati dai nuovi approcci aggressivi sul mondo del business tecnologico californiano (lo stesso storico ex direttore Chris Anderson ha definito l’ultima copertina “imbarazzante”), ma a quanto dice Drummond Wired avrebbe guadagnato ben 200mila abbonati nel 2025, arrivando a un totale di 500mila.


domenica 22 Marzo 2026

“Schiena dritta” e “fare la propria parte”

I maggiori quotidiani italiani (e i loro siti) hanno pubblicato sabato due comunicati opposti della Federazione della Stampa (FNSI, il sindacato dei giornalisti) e della Federazione degli Editori (FIEG), ancora relativi all’annosa questione del rinnovo del contratto giornalistico. Entrambi i comunicati hanno toni tuttora molto battaglieri che non mostrano grandi avvicinamenti (la FNSI vuole maggiori tutele e garanzie, la FIEG vuole maggiori libertà e minori costi): la FNSI ha annunciato due scioperi, per il 27 marzo e per il 16 aprile.


domenica 22 Marzo 2026

Charlie, indipendenti

Le polemiche genovesi sulle ingerenze della Regione Liguria nei confronti del lavoro del quotidiano Secolo XIX sono utili ad affrontare uno dei tanti equivoci radicati nella percezione comune del lavoro dei giornali. Quella che possiamo chiamare richiesta di “par condicio” sui giornali (in questo caso si trattava della richiesta di una parte in campagna elettorale di avere riconoscimenti equivalenti a quelli destinati all’altra parte).
I giornali sono aziende commerciali private, e per quanto possano svolgere un prezioso servizio pubblico, niente li vincola a un’equidistanza (molte testate lo dimostrano quotidianamente) o a dare spazi a questa o a quella rivendicazione: sia che arrivi dai politici che dai lettori. Lettori e lettrici possono decidere di non leggerli, o anche di criticarli, ma l’indice e le priorità di un giornale li decide un giornale autonomamente, ed è nel suo ovvio diritto. Nessun giornale è tenuto a riferire di questa o quella iniziativa, di questa o quella manifestazione, di questa o quella comunicazione. Il presidente della regione Liguria può avere le proprie ragioni di scontentezza per quello a cui il 
Secolo XIX dà o non dà spazio, ma è come avere ragioni di scontentezza per non essere invitati a una festa dai vicini. Decide il padrone di casa, decide il giornale. E lo stesso vale per le ragioni di scontentezza di lettori o lettrici se non trovano su un giornale le cose in cui si riconoscono, le iniziative che sentono proprie, quello di cui credono “sia giusto parlare”: il loro strumento di reazione è smettere eventualmente di pagare per quel giornale (se lo fanno), strumento forte. Maggiori pretese, no. I giornali non sono arbitri, sono di chi li possiede e di chi li fa, ed è anche quella un’indipendenza.

Fine di questo prologo.


domenica 15 Marzo 2026

Sull’accuratezza delle fonti

Il sito Bellingcat, invece, ha svelato come una foto pubblicata dal grande quotidiano olandese Telegraaf fosse inaccurata e probabilmente costruita usando un software di intelligenza artificiale, e il Telegraaf l’ha successivamente rimossa spiegando che “non corrispondeva ai nostri standard”. La foto mostrava una donna in un apparente appartamento di Dubai, descritta come la fonte dell’informazione per cui alcuni cittadini olandesi avevano pagato 1600 euro di tasca propria per lasciare Dubai senza nessun aiuto da parte del loro governo. Il Telegraaf ha mantenuto l’informazione nel suo articolo, ma Bellingcat non è riuscito a verificare se il nome citato corrisponda davvero a una persona attendibile.
Bellingcat è un sito di news americano diventato noto soprattutto per le proprie capacità di indagine sui documenti digitali disponibili in rete.
La cifra di 1600 euro per dei voli charter che permettessero agli stranieri di lasciare Dubai all’inizio della guerra era stata citata anche in alcuni articoli di giornali italiani.


domenica 15 Marzo 2026

Folle che lo erano

Il New York Times ha respinto le accuse che erano state pubblicate su alcuni social network rispetto alla credibilità di una foto che mostrava una folla radunatasi a Teheran in sostegno alla nuova “Guida suprema” Mojtaba Khamenei. Gli accusatori principali hanno risposto ammettendo la possibilità di inaccuratezze nella loro verifica (e un po’ cambiando discorso).


domenica 15 Marzo 2026

Trasparenza

Il Corriere della Sera ha ospitato sabato due pagine di articoli dedicati a iniziative dell’Unione Europea, prodotte in seguito a un accordo economico con il parlamento europeo. La genesi delle pagine era correttamente e chiaramente esplicitata in una breve didascalia, a differenza da quanto avviene abitualmente con simili progetti sponsorizzati comprati da inserzionisti privati.


domenica 15 Marzo 2026

I licenziamenti a Citynews

Ci sono tensioni tra azienda e redazioni anche a Citynews, il network di testate online locali che da diversi anni detiene il primato di traffico complessivo tra i siti italiani. Quattro giornalisti sono stati licenziati e a sedici sono state imposte modifiche contrattuali, ha spiegato protestando il Comitato di redazione, che ha poi annunciato l’ipotesi di dieci giorni di sciopero.

“Tempi e modalità dell’azione lasciano sconcertati. Giornalisti anche con oltre 10 anni di appartenenza si sono visti arrivare la comunicazione via mail, sono stati immediatamente rimossi dal gestionale e i loro profili cancellati. Il tutto succede dopo che in un incontro con l’azienda, lo scorso 24 febbraio, la stessa aveva comunicato al Cdr che il piano di risparmio in corso, legato a questioni di bilancio e alla multa Inps, non prevedeva riduzioni del corpo giornalisti”.

Altre proteste ci sono state soprattutto a Palermo (due dei giornalisti licenziati appartengono alla redazione di PalermoToday). La “multa Inps” a cui fa riferimento il comunicato era quella di cui si era parlato qualche settimana fa, spiegata qui.

(Disclaimer: Citynews è la concessionaria pubblicitaria del Post, che pubblica questa newsletter)


domenica 15 Marzo 2026

La7 sciopererà

I giornalisti della rete televisiva La7 hanno deciso uno sciopero per protestare contro “l’atteggiamento sconcertante dell’editore che, nell’ultimo incontro con il Comitato di redazione, ha ribadito di non voler rispettare il pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione sulla corretta retribuzione delle domeniche e si ostina a non voler riconoscere ai colleghi assunti negli ultimi anni la corretta applicazione del contratto collettivo nazionale e degli accordi integrativi aziendali”. L’editore è Urbano Cairo, socio di maggioranza anche delle società che pubblicano il Corriere della Sera, la Gazzetta dello Sport e diverse riviste settimanali e mensili.


domenica 15 Marzo 2026

Dalle stalle alle stelle

USA Today è uno dei quattro quotidiani “nazionali” degli Stati Uniti, quello meno noto e meno citato internazionalmente perché meno rilevante sul piano delle posizioni e dell’autorevolezza rispetto agli altri (New York TimesWall Street JournalWashington Post), più popolare e “largo” presso il pubblico interno. Da alcuni anni fatica a trovare un nuovo ruolo, dopo un periodo di successi alla sua nascita quarant’anni fa. Il giornale ha sostituito diversi direttori negli scorsi anni, e questa settimana ha nominato come nuova direttrice (con l’anomalia di indicarla “Vicepresidente per le news” piuttosto che il consueto “Editor in chief”) Jamie Stockwell, 49 anni, che era stata appena licenziata dal Washington Post (dove era vicecapa della redazione) nell’ambito dei drastici ridimensionamenti di quel giornale.


domenica 15 Marzo 2026

Transizione

A proposito della vendita della Stampa al gruppo SAE, e delle implicazioni generate dal distacco della Stampa dal resto del gruppo GEDI, di cui avevamo parlato la settimana scorsa: nell’accordo per la vendita sarebbe previsto un anno di transizione in cui le attività digitali della Stampa sarebbero ancora garantite da GEDI, per dare a SAE il tempo di costruirle una propria autonomia (e una ripresa per esempio dell’investimento sui podcast, progressivamente smantellato negli ultimi tempi).


domenica 15 Marzo 2026

I quotidiani a gennaio

Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di gennaio 2026. I dati sono la diffusione media giornaliera “individuale pagata”*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.

Corriere della Sera 148.064 (-5%)
Repubblica 71.660 (-16%)
Stampa 51.829 (-11%)
Sole 24 Ore 46.750 (-6%)
Resto del Carlino 41.680 (-10%)
Messaggero 37.145 (-9%)
Gazzettino 28.996 (-6%)
Nazione 26.786 (-12%)
Dolomiten 24.915 (-5%)

Giornale 24.093 (-3%)
Fatto 22.833 (-6%)
Messaggero Veneto 21.648 (-2%)
Unione Sarda 19.066 (-12%)

Eco di Bergamo 17.926 (-8%)
Verità 17.273 (-12%)
Giornale di Brescia 17.000 (-8%)
Secolo XIX 16.643 (-11%)
Adige 15.957 (-2%)

Manifesto 15.821 (+16%)
Altri giornali nazionali:
Libero 14.818 (-15%)
Avvenire 13.348 (-5%)
ItaliaOggi 4.977 (-16%)

(il Foglio Domani non sono certificati da ADS).

La media dei cali percentuali anno su anno delle prime quindici testate a dicembre è dell’8,3%, vicina a quella dei tre mesi precedenti: un declino minore in confronto a quando aveva superato il dieci per cento. Rispetto a questo, tra i nazionali, continuano quindi ad andare meglio il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore, come accade da molto: ma per il terzo mese anche il Giornale, e a gennaio anche il Fatto. Invece sono di nuovo molto gravi il calo di Repubblica (il peggiore tra i primi cinquanta quotidiani), e quello di Libero, la cui diffusione perde altre posizioni e – come avevamo ipotizzato il mese scorso – lo fa superare dal Manifesto: la cui crescita costante a gennaio ha avuto un’ulteriore eccezionale accelerazione.
Le uniche altre crescite sono quella (assai cospicua) del quotidiano pugliese L’Edicola – che ha frequenti alti e bassi legati a operazioni promozionali -, dell’ Alto Adige di Bolzano e del Corriere delle Alpi di Belluno (per il secondo mese consecutivo).
Il Tirreno di Livorno, di cui si è parlato in queste settimane come esempio negativo dei risultati della società SAE (che sta comprando la Stampa), ha di nuovo un declino sostanzioso: -13% (ma anche gli altri quotidiani SAE hanno perdite tra l’8% e il 14%). In cinque anni la diffusione pagata individuale del Tirreno è passata da quasi 30mila copie a quasi 13mila copie.

Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che come diciamo sempre dovrebbero essere “la direzione del futuro” – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 41mila, il Sole 24 Ore più di 31mila, il Fatto più di 33mila, Repubblica più di 18mila). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, e quelle tra parentesi sono invece le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto.

Corriere della Sera 45.953, +0,6% (-8%)
Sole 24 Ore 21.566, -1,5% (-5,1%)
Repubblica 15.515, -29% (+22,7%)
Manifesto 9.242, +31,6% (non offre abbonamenti superscontati)
Stampa 6.669, -0,3% (-6,3%)
Fatto 6.439, +4,1% (+22%)
Gazzettino 5.649, +0,3% (-1,5%)
Messaggero 5.390, -0,8% (-1,6%)

I dati qui continuano a essere piuttosto deludenti rispetto alle necessità e opportunità di crescita di questa fonte di ricavo: che è invece la più promettente tra le testate internazionali negli ultimi anni. E gli andamenti diversi dalle variazioni minime sono piuttosto discontinui, di mese in mese. Quello che si nota è ancora l’invidiabile risultato del Manifesto, e il grosso calo degli abbonamenti più remunerativi per Repubblica: mentre Repubblica Fatto continuano ad aumentare la propria quota di abbonamenti molto scontati.
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente ancora più economici – ai contenuti dei loro siti web.

(AvvenireManifestoLibero, Dolomiten ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)

*Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.

Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore più grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione, e che trovate qui.


domenica 15 Marzo 2026

61 milioni

Il decreto di cui sopra, che lunedì scorso ha accolto le richieste presentate alla fine del 2025 per un “contributo straordinario” di 10 centesimi a copia cartacea venduta nel 2023, elenca tutti i soggetti editori coinvolti a cui saranno destinati complessivi 61 milioni di euro di finanziamento pubblico.
I maggiori beneficiari sono RCS (editrice di Corriere della Sera Gazzetta dello Sport, tra i quotidiani) con quasi 12 milioni di euro, GEDI (Repubblica Stampa) con quasi 7 milioni di euro, Cairo Editore con 5 milioni e mezzo (appartente allo stesso gruppo di RCS), Editoriale Nazionale ( NazioneGiornoResto del Carlino) con quasi 4milioni, Mondadori con 3 milioni e 300mila, NEM con 2 milioni.
Trattandosi di un contributo basato soltanto sulle diffusioni comunicate, le quote maggiori sono state quindi offerte alle società già più forti e ricche, a prescindere dalle reali necessità e prospettive (e a prescindere dal valore informativo del prodotto, naturalmente): sono insomma sostegni legittimati solo dalla protezione dell’occupazione, come in qualunque altro comparto, ma indipendenti dall’eventuale utilità pubblica del servizio.

Un interesse di questi dati è dato dal fatto che forniscono implicitamente la diffusione dichiarata (cartacea, del 2023) di alcune testate che non la certificano abitualmente nei dati ADS. La società editrice del quotidiano Domani riceverà per esempio circa 130mila euro: se ne deduce una diffusione quotidiana di circa 3500 copie. La quota ricevuta dell’editore del Riformista e dell’Unità suggerisce invece una diffusione cartacea quotidiana complessiva di 1400 copie. Il settimanale The Post Internazionale ha ottenuto circa 4.200 euro, implicando una diffusione dichiarata di 800 copie circa.