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  • Lunedì 2 novembre 2026

Perché queste elezioni di metà mandato sono così importanti

Per la prima volta gli americani si esprimeranno sul secondo mandato di Trump: i risultati potrebbero complicare i suoi ultimi due anni da presidente

Donald Trump arriva a un comizio del Partito Repubblicano a Dallas, Texas, 9 settembre 2026 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
Donald Trump arriva a un comizio del Partito Repubblicano a Dallas, Texas, 9 settembre 2026 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
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Il 3 novembre ci sono le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Seppure indirettamente – non si vota per il presidente, che rimarrà in carica in ogni caso – saranno un primo vero giudizio politico dell’elettorato sul secondo mandato di Donald Trump. Tutti gli elettori e le elettrici degli Stati Uniti potranno esprimersi in centinaia di diverse elezioni. Più concretamente, poi, verranno rinnovati innanzitutto i 435 seggi della Camera e 35 su 100 di quelli del Senato: le nuove maggioranze al Congresso stabiliranno quanto potere avrà Trump nei prossimi due anni.

Oggi i Repubblicani controllano sia la Camera che il Senato, ma con maggioranze risicate: secondo i precedenti storici e i sondaggi, è probabile che le cose cambino. Alla Camera i Repubblicani oggi hanno 219 seggi, i Democratici 214 (due sono vacanti). I principali modelli statistici (in breve, algoritmi che aggregano sondaggi – pesandone l’affidabilità – e altri dati per fare previsioni) danno ai Democratici oltre il 95 per cento di probabilità di ottenere la maggioranza alla Camera.

Sarebbe rilevante per almeno tre motivi. Il primo è che la Camera può raccogliere documenti, convocare testimoni e condurre indagini sul presidente, sui membri della sua amministrazione e sulle agenzie federali: se i Democratici ottenessero la maggioranza diventerebbe più facile per loro indagare sui molti affari della famiglia Trump, sulle operazioni violente dell’ICE e delle altre agenzie federali anti-immigrazione, o sulle operazioni militari più spregiudicate del governo.

In secondo luogo, la Camera ha ampie competenze in tema di spesa e di bilancio – tutte le proposte su eventuali nuove tasse devono partire da lì, per esempio – e quindi i Democratici potrebbero provare a imporre le loro priorità anche su questo.

– Leggi anche: Cosa dicono i sondaggi per le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti

Inoltre, la Camera può far partire un processo di impeachment contro il presidente, che in quel caso poi dovrà essere giudicato dal Senato. La procedura non si è mai conclusa con successo nella storia statunitense. Trump è stato messo sotto impeachment due volte, nel 2019 e nel 2021, e poi sempre assolto dal Senato. Si parla già della possibilità che un’eventuale Camera a maggioranza Democratica possa metterlo sotto impeachment per la terza volta.

Sarebbe però un nuovo tentativo destinato a fallire, salvo clamorose sorprese, e non è detto che il Congresso vorrà impelagarsi in un processo così complicato mentre fa i conti con altri problemi, come l’aumento dei prezzi e lo stallo nella guerra in Medio Oriente.

Seggi elettorali al Metropolitan Museum of Art di New York, 24 ottobre 2026 (Selcuk Acar/Anadolu via Getty Images)

Al Senato, invece, oggi i Repubblicani hanno 53 seggi e i Democratici 47. Si rinnovano 35 dei seggi – il mandato dei senatori dura sei anni, ogni due si rinnova un terzo dell’aula – e si trovano in maggioranza in stati in cui i Repubblicani sono forti e reduci da vittorie nel 2024.

Fino a pochi mesi fa veniva considerato implausibile che perdessero addirittura quattro seggi, quelli che servirebbero ai Democratici per prendersi la maggioranza. Eppure, secondo i modelli statistici, i Democratici hanno qualche possibilità di ottenere anche lì la maggioranza, seppure meno di quelle per la Camera.

I senatori sono ancora più rilevanti dei deputati, perché oltre alle responsabilità legislative – in cui storicamente svolgono il ruolo più rilevante – hanno il potere di approvare o bocciare le nomine dei giudici, compresi quelli della Corte Suprema, di tutti i membri del governo, degli ambasciatori, dei direttori delle agenzie federali e di varie altre cariche scelte dal presidente. Finora Trump ha riempito la sua amministrazione di persone a lui fedelissime; se i Democratici ottenessero la maggioranza al Senato, le sue scelte dovranno tenerne conto.

Nei suoi due mandati Trump ha nominato tre giudici della Corte Suprema su nove, e ha già detto che vorrebbe nominarne altri nei prossimi due anni: con la maggioranza al Senato, i Democratici potranno impedirglielo (e forse i giudici conservatori proprio non andrebbero in pensione). La Corte Suprema è il tribunale più importante degli Stati Uniti e negli ultimi anni ha preso decisioni molto rilevanti, alcune favorevoli ai Repubblicani, come lo smantellamento del diritto all’aborto a livello nazionale, altre contrarie, come l’eliminazione dei dazi altissimi imposti da Trump nel 2025.

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Oltre a tutti questi compiti, ovviamente il Congresso dovrebbe anche proporre, discutere e approvare le leggi, per poi trasmetterle al presidente. Trump però ha quasi sempre aggirato questa procedura, mostrando un grande disinteresse per i negoziati e le diplomazie parlamentari e preferendo governare invece tramite ordini esecutivi: provvedimenti decisi da lui e che entrano immediatamente in vigore, ma che allo stesso tempo sono molto più facili da contestare a livello legale.

Nella prima metà del suo secondo mandato Trump ha emesso 292 ordini esecutivi: più di tutti quelli firmati da Barack Obama in due mandati, per esempio, e un numero molto simile ai 291 fatti da George W. Bush, sempre in due mandati.

L’ex presidente Democratico Barack Obama partecipa a un comizio in Georgia, 28 ottobre 2026 (Elijah Nouvelage/Bloomberg)

Alle elezioni di metà mandato il partito del presidente va quasi sempre male. Il contrario è successo solo due volte, dall’ultimo dopoguerra, e tre nell’ultimo secolo: nel 1934, durante la ripresa economica col New Deal del presidente Franklin Roosevelt; nel 2002, quando i Repubblicani di George W. Bush aumentarono i propri seggi grazie anche al sentimento di unità nazionale seguito agli attentati dell’11 settembre 2001; e nel 1998, quando i Democratici vinsero mentre erano in corso le indagini che portarono all’impeachment del presidente Bill Clinton (Clinton fu poi assolto, e tutta la procedura finì per ritorcersi contro i Repubblicani).

Se quindi un risultato negativo per i Repubblicani non sarebbe sorprendente, quest’anno le cose potrebbero andare particolarmente male per Trump. Il suo tasso di approvazione è in costante diminuzione e si aggira intorno al 37 per cento: il dato più basso prima di un’elezione di metà mandato dai tempi di Harry Truman. È visto in modo sfavorevole anche su temi solitamente importanti per i Repubblicani, come l’immigrazione, e soprattutto sulla gestione dell’economia.

Da quando Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno iniziato la guerra in Medio Oriente, a fine febbraio, i prezzi sono aumentati in tutti gli Stati Uniti, con ripercussioni dirette sui consumatori. Si vede soprattutto sui carburanti: la benzina è aumentata di quasi il 50 per cento, il gasolio di quasi il 70 per cento.

L’inflazione e il costo della vita sono il primo motivo di preoccupazione per la maggior parte degli elettori statunitensi a queste elezioni, e stanno mettendo in difficoltà i candidati Repubblicani un po’ ovunque. Alcuni stanno provando a prendere le distanze da alcune delle decisioni più impopolari di Trump, come la guerra contro l’Iran o i dazi, in modo più o meno convincente. Dall’altro lato, i Democratici hanno tutto l’interesse a indicare i loro avversari Repubblicani come responsabili dell’aumento dei prezzi.

Trump ha adottato un atteggiamento ambivalente sulle elezioni di metà mandato, a volte suggerendo che non lo riguardano direttamente, altre invitando gli elettori a «fare come se ci fossi io sulla scheda». Ha fatto molti comizi anche in stati dove di solito i Repubblicani vincono facilmente, come il Kansas e il Texas: un ulteriore segnale delle difficoltà del partito.

Donald Trump a un comizio a Dallas, in Texas, il 9 settembre 2026 (AP Photo/Tony Gutierrez)

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In sostanza, se i Repubblicani andassero male alle elezioni di metà mandato, gli ultimi due anni della presidenza di Trump diventerebbero più complicati: il suo partito potrebbe perdere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso e la sua popolarità, già bassa, ne risentirebbe. Senza contare che, con l’inizio della campagna in vista delle presidenziali del 2028 e Trump avviato alla fine della sua carriera, anche il suo partito potrebbe diventare più difficile da tenere insieme.

Al contrario, se i Repubblicani andassero bene o almeno meno peggio del previsto, per esempio conservando la maggioranza al Senato, Trump ne uscirebbe politicamente molto rafforzato: il risultato sarebbe letto come una legittimazione delle azioni e delle decisioni della sua presidenza, e sarebbero i Democratici ad affrontare il percorso da qui alle prossime elezioni presidenziali come una lunga resa dei conti.