Viviamo ancora nel mondo dell’11 settembre
Le conseguenze dell'attacco terroristico contro New York e Washington sono ben presenti a 25 anni di distanza, e le sentiamo tutti i giorni
di Eugenio Cau
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Dall’11 settembre del 2001 a oggi sono nate circa 98 milioni di persone negli Stati Uniti. Nel mondo le persone nate dopo quella data sono oltre tre miliardi. Per loro gli attacchi terroristici di al Qaida contro New York e Washington non sono un ricordo ma un evento storico. Eppure tutte vivono in un mondo che è ancora eccezionalmente influenzato da quell’attacco terroristico, avvenuto 25 anni fa: nei sistemi di sicurezza, nella politica, nell’atteggiamento verso l’uso della forza militare e della sorveglianza di massa.
Quest’influenza è chiaramente più forte negli Stati Uniti e si affievolisce man mano che ci si allontana. È quasi impossibile immaginare gli Stati Uniti oggi senza l’11 settembre, e non soltanto perché un grande evento traumatico definisce l’identità di un luogo e di un gruppo di persone. Gli attacchi hanno deviato pesantemente la traiettoria politica, economica e storica del paese: dopo l’11 settembre del 2001 gli Stati Uniti sono diventati un paese eccezionalmente differente.
La prima conseguenza è stata la cosiddetta guerra al terrore. Poche settimane dopo l’attacco, l’amministrazione dell’allora presidente George W. Bush ordinò l’invasione dell’Afghanistan con l’obiettivo di punire e dissolvere il regime dei talebani, che aveva dato ospitalità e mezzi ad al Qaida e al suo leader Osama bin Laden e che intanto minacciava di continuare a organizzare attentati terroristici. Quasi da subito, però, quella che avrebbe dovuto essere una missione punitiva si trasformò in qualcosa di molto più grande.
Gli strateghi e gli intellettuali dell’amministrazione teorizzarono che per rendere veramente sicuri gli Stati Uniti non sarebbe stato sufficiente colpire i responsabili dell’attacco, ma bisognava neutralizzare una a una tutte le potenziali minacce di attacchi ulteriori. Quest’idea si saldò a una dottrina allora molto in voga, quella dell’“esportazione della democrazia”, secondo cui per avere un mondo davvero stabile e pacifico era necessario rovesciare i regimi e imporre con le armi la democrazia ai paesi che non l’avevano.
Nel 2002 Bush parlò per la prima volta dell’“asse del male”, cioè di un gruppo di paesi «che si stanno armando per minacciare la pace nel mondo». Erano Iran, Corea del Nord e soprattutto Iraq. Nel 2003 gli Stati Uniti invasero l’Iraq sulla base di false accuse contro il regime di Saddam Hussein.
– Leggi anche: Il grande falso che diede inizio alla guerra in Iraq

George W. Bush, 2004 (Brooks Kraft/Corbis)
La decisione dell’amministrazione Bush di intervenire militarmente in Medio Oriente è stata probabilmente il singolo evento con le maggiori conseguenze nella storia della regione in questo secolo. È opinione comune tra gli esperti, per esempio, che senza l’invasione americana dell’Iraq lo Stato Islamico (cioè l’ISIS, il gruppo terroristico che a metà del decennio scorso conquistò parte della Siria e dell’Iraq) non sarebbe esistito, quanto meno nella forma in cui l’abbiamo conosciuto.
Entrambe le guerre furono tutto sommato dei fallimenti, e provocarono un enorme numero di morti civili: circa 50mila in Afghanistan e tra i 150mila e i 200mila in Iraq. Anche se le condizioni di vita della popolazione afghana beneficiarono di vari miglioramenti, soprattutto fra le donne, e l’Iraq oggi è una repubblica parlamentare, la democrazia non fu davvero “esportata” e soprattutto la regione non fu stabilizzata da quei conflitti, anzi. Gli Stati Uniti rimasero in Afghanistan e Iraq per decenni e subirono una perdita di credibilità internazionale di cui risentono ancora oggi. Una grossa umiliazione arrivò nel 2021, quando Joe Biden completò disastrosamente il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan (negoziato da Donald Trump nel suo primo mandato) e nel giro di pochi giorni i talebani si ripresero il paese: vent’anni di occupazione per tornare al punto di partenza.
Anche l’eccezionale vicinanza degli Stati Uniti a Israele si è consolidata negli anni successivi all’11 settembre. Israele ha sempre avuto una forte influenza sui governi statunitensi, ma a lungo non era stata assoluta: nella storia vari presidenti (compresi Repubblicani come Ronald Reagan) avevano criticato Israele e adottato misure per contenere le sue attività. Ma con l’inizio della “guerra al terrore” Israele divenne un partner fondamentale, al punto da trasformare un’alleanza in un rapporto che poi spesso è stato simbiotico (anche se sono rimasti momenti di grande freddezza, per esempio con Barack Obama).
L’11 settembre e la “guerra al terrore” hanno inoltre distolto l’attenzione degli Stati Uniti da quella che avrebbe dovuto essere la sua principale priorità di politica estera nel Ventunesimo secolo, cioè l’Asia e l’ascesa della Cina.
George W. Bush fu eletto nel 2000 sostenendo che gli Stati Uniti dovessero indirizzare la propria politica estera sempre più verso l’Asia. Da allora l’idea di un pivot to Asia, cioè di un riorientamento dell’attenzione degli Stati Uniti sul continente, è rimasta presente in tutte le amministrazioni, ma non è mai davvero stata messa in pratica.
L’11 settembre cambiò anche la struttura istituzionale degli Stati Uniti. Poco dopo l’attacco, il Congresso approvò – con un solo voto contrario – la Authorization for Use of Military Force (AUMF) che dà al presidente ampi poteri di usare la forza contro persone o gruppi ritenuti responsabili degli attentati. Fu la base legislativa non soltanto della guerra in Afghanistan, ma anche di moltissime altre operazioni militari degli Stati Uniti nei decenni successivi, espandendo via via lo scopo delle azioni. La AUMF è stata usata contro il gruppo terroristico al Shabaab in Somalia e per giustificare la presenza militare statunitense in Siria, per esempio.
– Leggi anche: Le 60 parole dietro le guerre degli Stati Uniti degli ultimi 17 anni
L’approvazione della AUMF espanse il potere del presidente degli Stati Uniti, e fu uno dei passaggi principali di un lungo percorso di spostamento del potere dal legislativo all’esecutivo che tuttora è in corso. Se oggi il Congresso è ritenuto inefficace e Donald Trump è in grado di accentrare i poteri su di sé, è anche una conseguenza dell’11 settembre.
Dopo l’11 settembre furono creati il dipartimento per la Sicurezza interna e soprattutto la Immigration and Customs Enforcement, cioè l’ICE, l’agenzia che Trump sta usando in questi mesi per le sue misure violente contro le persone immigrate. Uno degli attentatori dell’11 settembre era stato fermato in auto pochi giorni prima della strage, ma gli agenti non potevano verificare la regolarità della sua presenza negli Stati Uniti e quindi lo lasciarono andare. Da allora le regole statunitensi sull’immigrazione, storicamente permissive e porose, iniziarono a diventare sempre più rigide.

Una veduta di Manhattan, settembre 2024 (AP Photo/Yuki Iwamura)
L’11 settembre cambiò anche il rapporto tra l’Occidente e l’islam. Le comunità musulmane cominciarono a essere guardate con sospetto: era un sospetto ingiustificato, perché diretto verso un’intera comunità per la sua religione, ma che fu accresciuto dai successivi attentati di al Qaida in Europa, come quello in Spagna nel 2004 e nel Regno Unito nel 2005. Molte delle controversie attorno all’islam che tuttora sono presenti nel dibattito pubblico occidentale (per esempio quello sulla costruzione delle moschee nelle città) sono nate dopo l’11 settembre.
Un po’ in tutto il mondo le comunità musulmane subirono questo cambio di trattamento. Per esempio la Cina si propose agli Stati Uniti come partner della “guerra al terrore” e ne approfittò per aumentare la repressione sulla propria minoranza musulmana uigura, quella che vive soprattutto nella regione occidentale cinese dello Xinjiang.
L’11 settembre gli attentatori dirottarono quattro aerei eludendo facilmente controlli di polizia e sistemi di protezione: due colpirono le Torri gemelle del World Trade Center a New York, uno il Pentagono, uno si schiantò a terra dopo che i passeggeri si ribellarono. La natura stessa dell’attacco influenzò l’approccio della società verso la sicurezza e la sorveglianza. Il cambiamento più evidente avvenne nei controlli aeroportuali, che si intensificarono dopo l’attentato. Ma ci sono stati molti altri fenomeni più profondi e influenti.
La creazione di Guantánamo, la prigione dove tuttora gli Stati Uniti detengono senza processo persone sospettate di aver avuto un ruolo nell’attacco dell’11 settembre, costituisce una grave violazione dello stato di diritto che va avanti da decenni e che nessun presidente ha mai davvero risolto.
Dopo gli attentati emerse che le agenzie di intelligence avevano raccolto diverse informazioni sui terroristi prima dell’11 settembre, ma le norme all’epoca in vigore impedivano loro di condividerle tra uffici diversi, per ragioni di garanzia dei diritti delle persone coinvolte. Dopo l’11 settembre, molte di queste garanzie furono accantonate: l’idea era che per evitare un nuovo attacco terribile come quello dell’11 settembre fosse necessario accentrare le attività di intelligence e in generale dare più poteri alla polizia e agli altri corpi. Anche in vari paesi europei da quel momento in avanti cominciò una tendenza a un approccio più invasivo nel mantenimento della sicurezza.
Dopo quel giorno negli Stati Uniti non ci sono più stati attacchi terroristici paragonabili. Al tempo stesso la diffusione di sistemi di sorveglianza sempre più capillari ha indebolito la democrazia in Occidente e in un certo senso il prestigio della democrazia nel mondo.
L’11 settembre generò anche la prima grande teoria del complotto dell’èra di internet. Milioni di persone credettero a teorie prive di fondamento secondo cui l’attentato era stato un inside job (cioè un complotto interno) dello stesso governo statunitense per giustificare le successive guerre all’estero. Furono sviluppate teorie eccezionalmente complesse che riguardavano il materiale da costruzione usato nelle Torri gemelle, un possibile intervento di paesi stranieri, il crollo contemporaneo di altri edifici a New York, e così via.
Questi complotti circolarono inizialmente sui forum online, ma di lì a pochi anni furono inventati i social media come Facebook, Reddit e Twitter: le teorie cospirazioniste sull’11 settembre hanno avuto una vita lunghissima, e sono diventate il modello per tutte quelle successive.

Soccorritori tra le rovine delle Torri gemelle, settembre 2001 (Aaron Lee Fineman)
A livello ancor più generale, molti esperti sostengono che dopo l’11 settembre gli Stati Uniti abbiano sprecato il loro “momento unipolare”, cioè quella breve fase in cui dopo la fine della Guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica si trovarono come unica e indiscussa potenza mondiale: la loro economia, il loro esercito e la loro tecnologia non avevano pari in tutto il mondo.
Per questo, all’inizio del secolo, sembrò che gli Stati Uniti si stessero avviando verso un lungo periodo di dominio incontrastato. Venticinque anni dopo l’attacco, il “momento unipolare” degli Stati Uniti è finito, e il mondo è diventato decisamente meno sicuro.



