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  • Lunedì 11 marzo 2024

Vent’anni fa le bombe a Madrid cambiarono la Spagna

Un attentato di al Qaida uccise 192 persone a tre giorni dalle elezioni: fu il più grave attacco islamista della storia dell'Unione Europea, che provocò teorie del complotto e false accuse

Alcuni dei corpi dei 192 morti negli attentati (AP Photo/Denis Doyle)
Alcuni dei corpi dei 192 morti negli attentati (AP Photo/Denis Doyle)
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L’11 marzo del 2004, fra le 7:36 e le 7:40 del mattino, dieci bombe esplosero su quattro treni che circolavano fra Alcalá de Henares, un comune a sud-est di Madrid, e la stazione di Atocha, nella capitale spagnola. Erano treni di pendolari, su cui viaggiavano circa 6.000 persone: i morti furono 192, i feriti circa 2.000. Fu il più grave attentato terroristico islamista per numero di morti compiuto all’interno dell’Unione Europea, che ebbe enormi conseguenze sulla vita politica e sociale della Spagna negli anni successivi, anche a causa delle grosse polemiche sulla responsabilità dell’attacco, che danneggiarono politicamente il governo spagnolo del conservatore José María Aznar.

L’attentato di Madrid avvenne a meno di tre anni dagli attentati di New York e Washington dell’11 settembre 2001, commessi dal gruppo terroristico islamista al Qaida. Anche l’attentato di Madrid fu responsabilità di al Qaida, e si inseriva in un contesto più ampio in cui l’organizzazione terroristica stava colpendo o minacciando varie città occidentali. Per giorni però il governo spagnolo di Aznar, il primo ministro del Partito Popolare (centrodestra), attribuì la responsabilità dell’attentato al gruppo terroristico basco ETA, conducendo in quella direzione le indagini ed esercitando pressioni sui media per sostenere questa tesi, che il governo riteneva politicamente più conveniente: appena tre giorni dopo l’attentato, il 14 marzo del 2004, erano previste le elezioni politiche in Spagna, e il risultato era in bilico.

Le discussioni e le polemiche riguardo all’attribuzione delle responsabilità segnarono i giorni e le settimane seguenti e diedero origine a varie teorie del complotto che sopravvivono ancora oggi, soprattutto negli ambienti della destra spagnola, benché siano state smentite da sentenze giudiziarie. Molti politici, studiosi e giornalisti spagnoli fanno risalire proprio a quei giorni una delle ragioni della forte polarizzazione della politica spagnola, i cui effetti sono ancora evidenti.

Uno dei treni colpiti (AP Photo/Paul White, File)

La mattina dell’11 marzo le esplosioni avvennero quasi simultaneamente su quattro treni diversi. Tre bombe esplosero sul treno 21431, che in quel momento era fermo nella stazione di Atocha; due esplosero sul treno 21435, che si trovava alla stazione Pozo del Tío Raimundo; una sul treno 21713, fermo alla stazione di Santa Eugenia. Altre quattro bombe esplosero sul treno 17305, che era in arrivo ad Atocha e si trovava nelle vicinanze di via Téllez, a poco meno di un chilometro dalla stazione.

Come fu ricostruito in seguito, le bombe furono realizzate inserendo cariche esplosive in tredici zaini lasciati all’interno dei vagoni dei treni. Il gruppo degli attentatori era composto da una decina di terroristi, che salirono a breve distanza sui treni in partenza da Alcalá de Henares, lasciando a bordo i tredici zaini. Poi scesero: non fu un attacco suicida. Tre delle bombe non esplosero: due furono trovate in altri vagoni dei treni e furono fatte detonare dagli artificieri, un terzo zaino fu identificato in serata nella stazione di Pozo del Tío Raimundo.

Dopo alcune informazioni contraddittorie e parziali, in poche ore divenne chiara l’eccezionale gravità degli attentati: nell’ospedale Gregorio Marañón, il più vicino alle esplosioni, cominciarono ad arrivare decine di feriti: nel corso della prima ora furono 229. Fu necessario allestire un ospedale da campo nel vicino centro sportivo municipale di Daoiz y Velarde.

I primi soccorsi (Photo by Bruno Vincent/Getty Images)

Noti anche con la sigla “11-M”, gli attentati dell’11 marzo furono fra gli ultimi prima dell’uso massiccio dei social network e della diffusione dei telefoni cellulari in grado di scattare fotografie e video. Il racconto delle prime ore fu affidato a radio e televisione, senza l’immediatezza che negli anni successivi fu resa possibile dalla diffusione dei social media.

La maggior parte delle ipotesi investigative si concentrò sostanzialmente intorno all’ETA – un’organizzazione di indipendentisti baschi che per decenni ha combattuto lo stato spagnolo anche con attentati terroristici – e al gruppo terroristico al Qaida, già responsabile degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Il governo di Aznar insistette molto nel dare all’ETA la responsabilità degli attacchi, e lo stesso fecero – su indicazione del governo – le rappresentanze diplomatiche spagnole di vari paesi del mondo. Lo sforzo diplomatico intenso e immediato portò il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad approvare proprio l’11 marzo una risoluzione che condannava «nel modo più netto gli attacchi esplosivi perpetrati a Madrid dal gruppo terroristico ETA».

La mattina del giorno seguente, il 12 marzo, nel parcheggio della stazione di Alcalá de Henares fu ritrovato un furgoncino Renault Kangoo con sette detonatori, cioè i dispositivi che nelle bombe servono a far partire l’esplosione, con i resti di un imballaggio che conteneva l’esplosivo e una cassetta audio con canti coranici. L’auto non aveva una targa falsa, come succedeva di solito con i veicoli rubati dall’ETA, e il tipo di esplosivo non era compatibile con quello utilizzato solitamente dai terroristi baschi, il titadine, nonostante informazioni false circolate nelle prime ore.

Quella notte Batasuna, partito politico diventato illegale per i suoi legami con ETA, condannò gli attentati e negò un coinvolgimento dell’organizzazione. Poco dopo una prima rivendicazione di al Qaida arrivò al giornale al Quds al Arabi di Londra, già utilizzato in passato per rendere pubblici i comunicati dell’organizzazione islamista.

L’analisi dell’esplosivo e del resto del contenuto dello zaino permise poi l’identificazione dei responsabili degli attentati. Si partì da una scheda SIM contenuta in un telefono cellulare utilizzato come detonatore, risalendo a un negozio che ne aveva vendute insieme circa un centinaio: il 13 marzo furono compiuti cinque arresti, fra cui quello di Jamal Zougam, che sarebbe poi stato condannato per partecipazione attiva nell’attentato. Il 14 marzo una seconda rivendicazione islamista arrivò alla televisione Telemadrid.

(Photo by Stringer/Getty Images)

Nonostante le prove sempre maggiori, le autorità continuarono a indagare nelle due direzioni (ETA e al Qaida) fino al 3 aprile, quando fu individuato un appartamento di Leganés, nella provincia di Madrid, affittato da alcuni dei sospettati collegati a Zougam. Quando le forze speciali cercarono di entrare con la forza, i sette occupanti fecero esplodere l’appartamento: morirono tutti, causando anche la morte di un agente delle forze speciali.

Altre persone coinvolte nell’attentato, comprese quelle che avevano ispirato e coordinato l’attacco, furono arrestate in seguito, anche in Serbia, Italia e Marocco. Nel processo, terminato nell’ottobre del 2007, furono inzialmente indagate 116 persone, di cui però soltanto 29 furono rinviate a giudizio. Diciotto imputati furono condannati in via definitiva, e gli altri assolti fra primo e secondo grado. Tre dei principali imputati furono condannati a pene di decine di migliaia di anni, ottenute sommando quelle relative ai 192 omicidi e ai quasi 2.000 tentati omicidi: l’ordinamento giuridico spagnolo prevede però che si possa passare in carcere un massimo di 40 anni.

Tra i condannati c’era anche José Emilio Suárez Trashorras, che pur non essendo di religione islamica né appartenente all’organizzazione fornì l’esplosivo al commando, rubato da una miniera nelle Asturie, regione del nord della Spagna. Suárez Trashorras sapeva come sarebbe stato utilizzato. Altre quattro persone furono processate e condannate in Marocco per la partecipazione agli attentati, in un’inedita collaborazione fra i sistemi giudiziari dei due paesi: prima di allora il Marocco non aveva mai condannato propri cittadini per atti terroristici compiuti all’estero.

Oggi, a vent’anni di distanza, sono ancora in carcere quattro dei responsabili, tre in Spagna e uno in Marocco.

I processi hanno ricostruito una verità processuale chiara, mentre una commissione parlamentare molto seguita non aveva rilevato possibili ambiguità: nelle conclusioni votate a maggioranza nel 2005, con l’opposizione del Partito Popolare, si stabilì che il governo in carica al momento degli attentati «manipolò l’informazione a fini elettorali».

L’attentato fu realizzato tre giorni prima delle elezioni legislative spagnole del 14 marzo 2004: secondo quanto emerso in seguito, il governo riteneva che fosse politicamente più conveniente che le responsabilità fossero dell’ETA, contro cui era stato storicamente molto risoluto e che era considerato più vicino alla sinistra. Se l’attacco fosse stato una ritorsione di al Qaida, il governo avrebbe avuto qualche problema in più: la Spagna era in quel momento impegnata con gli Stati Uniti e altri paesi nella guerra in Iraq, e gli attacchi islamisti sarebbero stati visti dall’opinione pubblica come una sostanziale conseguenza della politica estera di Aznar, che era un deciso sostenitore della cosiddetta guerra al terrore e un alleato stretto del presidente americano George W. Bush.

José María Aznar, allora primo ministro spagnolo (AP Photo/Paul White)

Tre giorni dopo l’attentato, alle elezioni del 14 marzo, il Partito Socialista di José Luis Rodríguez Zapatero vinse le elezioni, ribaltando l’esito previsto dai sondaggi prima degli attentati. È oggi opinione piuttosto condivisa che le elezioni del 2004 siano state condizionate dalle bombe di Madrid, e che il Partito Popolare di Aznar le abbia perse anche per la cattiva gestione della crisi nelle ore successive agli attentati.

A vent’anni di distanza però sopravvivono molte teorie complottiste, che in varia forma sostengono una presunta collaborazione dell’ETA negli attentati, con un coinvolgimento più o meno diretto delle formazioni politiche di sinistra. Secondo queste teorie, non sostenute da alcuna prova, gli attentati furono uno strumento per indebolire il Partito Popolare al governo da otto anni e causare la sua sconfitta alle elezioni.

Quelle teorie, sostenute anche da esponenti politici di destra e riprese anche da alcuni mezzi di comunicazione e giornali, si inseriscono in un contesto di sempre maggiore polarizzazione della politica spagnola, diventata più evidente in occasione del tentativo di referendum secessionista della Catalogna nel 2017 e nel recente dibattito su una legge per l’amnistia legata ai quei fatti. Secondo le associazioni dei parenti delle vittime quest’estrema politicizzazione degli attentati ha di fatto «fatto dimenticare i morti» rendendo anche complesse le commemorazioni.