• Mondo
  • Domenica 1 novembre 2026

Come si mettono insieme i dati di 27 paesi

Da decenni Eurostat armonizza e confronta informazioni sugli stati membri dell’Unione Europea, oltre a controllare che non mentano sui conti pubblici

di Ginevra Falciani

(Getty Images)
(Getty Images)
Caricamento player

Se sappiamo che negli ultimi vent’anni il potere d’acquisto in Italia è diminuito rispetto alla media europea, che i prezzi delle case nell’Unione sono cresciuti di oltre il 60 per cento dal 2015 o che nel 2024 gli stati europei hanno speso 266 miliardi per la difesa, lo sappiamo grazie a Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea. Anche quando uno degli stati membri ha falsificato i suoi conti pubblici – ed è successo – lo abbiamo saputo grazie a Eurostat.

Da decenni l’istituto riunisce, armonizza e mette a confronto i dati provenienti dai 27 stati membri, oltre che da Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera, che fanno parte dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA). In alcuni casi lavora anche con i dati dei paesi candidati a diventare membri. Eurostat fu fondato nel 1952 come organo statistico della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, il primo embrione di quella che sarebbe diventata l’Unione Europea, e da allora si è ingrandito e strutturato.

Oggi ci lavorano circa 700 persone, quasi tutte nella sua sede a Lussemburgo, e nel 2025 l’agenzia ha avuto un budget di poco superiore a 100 milioni di euro. Per fare un confronto, l’ISTAT ha un budget annuale di 200 milioni di euro e 1.900 dipendenti, che si avvalgono dell’aiuto di migliaia di dipendenti comunali, ministeriali e regionali che si occupano di statistica.

Questa differenza nelle dimensioni dell’organico è data dal fatto che i due istituti hanno compiti diversi. Eurostat infatti, salvo pochissime eccezioni, non raccoglie i dati direttamente, ma si affida a quelli grezzi o solo parzialmente elaborati dei singoli istituti nazionali di statistica (come appunto l’ISTAT italiano o l’INSEE francese).

Il grosso del lavoro di Eurostat sta invece nel controllare e uniformare questi dati, che provengono da contesti molto diversi, per permettere ai singoli stati e all’Unione Europea di poterli confrontare e usarli come base per fare le loro leggi. Ma i loro dati servono anche a ricercatori, giornalisti e chiunque voglia farsi un’idea di come vanno le cose in un certo paese, se messo a confronto con gli altri.

I dati che Eurostat raccoglie non sono casuali o scelti di giorno in giorno. Ogni sette anni il Parlamento e il Consiglio dell’Unione Europea approvano, su proposta della Commissione europea, un programma che contiene a grandi linee tutto quello che Eurostat dovrà misurare negli anni successivi. Il programma ha la stessa durata ed è allineato al budget pluriennale europeo, anch’esso approvato con le stesse modalità.

Ogni anno poi Eurostat lo traduce in un piano più dettagliando, confrontandosi con gli altri organi dell’Unione per scegliere quali dati raccogliere e con quale frequenza. Alcuni, come il PIL o il debito pubblico, sono richiesti agli stati membri da sempre, anche perché servono all’Unione per distribuire loro i fondi. Altri invece possono essere raccolti solo per un periodo: come per esempio l’incidenza dei casi di COVID-19 durante la pandemia.

I dati devono essere raccolti dagli istituti di statistica nazionali seguendo una metodologia definita da Eurostat e caricati su una piattaforma apposita insieme a una relazione tecnica che spieghi come è stato condotto il lavoro.

A questo punto i funzionari di Eurostat controllano, aiutandosi ovviamente con dei software, se nei dati ci sono delle mancanze o delle incongruenze. Per esempio, se c’è un salto anomalo fra un mese e quello immediatamente successivo o se non tornano i conti fra i dati disaggregati, ad esempio per genere o per fasce d’età, e il dato aggregato. In questi casi, Eurostat chiede chiarimenti.

Teodóra Brandmüller e Réka Fodor, che redigono l’Eurostat regional yearbook, una pubblicazione annuale che mette a confronto i dati regionali dei vari paesi europei, dicono che alcuni tipi di dati sono particolarmente difficili da raccogliere, calcolare e confrontare.

Le statistiche sulla criminalità, dice per esempio Brandmüller, riflettono i reati registrati dalla polizia e sono difficili da confrontare a livello europeo poiché si basano sulla legislazione nazionale, con definizioni giuridiche che possono variare da un paese all’altro sui singoli reati. Anche le differenze culturali nella disponibilità delle persone a denunciare i reati alla polizia possono influire sui dati: significa che i tassi di criminalità registrati non riflettono necessariamente l’incidenza effettiva dei reati. Per questo nella pubblicazione di Eurostat la criminalità è messa a confronto solo a livello regionale, all’interno di ciascun paese.

Fodor sottolinea invece la complessità della raccolta e del calcolo di alcuni dati. Per esempio, Eurostat dispone di dati molto precisi sui tempi di percorrenza in auto fino alla scuola e alla struttura sanitaria più vicine, ma la questione diventa più complessa quando si tratta di misurare lo stesso percorso con i mezzi pubblici, dato che richiede dati affidabili ed esaustivi sulle reti di trasporto pubblico, comprese le fermate e gli orari, non semplicissimi da reperire ovunque.

La sede di Eurostat in Lussemburgo, fotografata nel 2010 (Giovanni Del Brenna/Bloomberg News/Getty Images)

– Leggi anche: Quanto conta l’Istat

Infine, nel caso in cui Eurostat sospetti che uno stato membro stia omettendo volontariamente o falsificando alcuni dati, ha il potere di mandare degli ispettori a fare dei controlli di persona. È una cosa più seria di quanto possa sembrare.

Nel 2004 Eurostat inviò un gruppo di suoi ispettori ad Atene dopo che il governo appena insediato, guidato da Nuova Democrazia (di centrodestra), aveva svolto un’indagine sui conti pubblici e aveva trovato delle grosse irregolarità. Già da due anni Eurostat si stava rifiutando di certificare i dati sul debito pubblico inviatigli dalla Grecia proprio perché aveva dei sospetti in merito. Si scoprì infatti che a partire dal 1997 i governi di centrosinistra avevano sistematicamente falsificato i dati sul deficit e sul debito pubblico per soddisfare i criteri per aderire al progetto dell’euro.

In una serie di visite e controlli nei cinque anni successivi, aiutata dall’istituto di statistica greco ELSTAT, Eurostat scoprì che il governo greco aveva sottostimato il suo deficit escludendo dai conti le spese militari e usando dei complessi schemi finanziari concordati con la banca d’affari Goldman Sachs, che gli permettevano di posticipare i suoi debiti attraverso strumenti derivati.

Nel 2009 un ennesimo controllo determinò che il deficit greco non era di poco superiore al 3 per cento, come precedentemente dichiarato, ma superava in realtà il 12 per cento. Iniziò così la crisi del debito sovrano, che coinvolse presto tutta l’Unione Europea ed ebbe rilevantissime conseguenze politiche ed economiche in tutta Europa.

Da allora Eurostat ha istituito delle visite annuali di routine nei singoli paesi membri: il più delle volte non sono esattamente delle ispezioni, ma dei momenti in cui i funzionari possono risolvere alcuni dubbi metodologici e rispondere a domande dei loro colleghi nazionali. Episodi della dimensione e della gravità di quello greco non si sono più ripetuti, ma accade spesso che Eurostat corregga, in collaborazione con gli istituti nazionali di statistica, alcuni valori fondamentali, fra cui in particolare il rapporto fra deficit e PIL.

A settembre l’ha fatto con quello italiano, impedendo così all’Italia di uscire dalla procedura per deficit eccessivo avviata dall’Unione Europea: un obiettivo su cui il governo di Giorgia Meloni contava molto.

– Leggi anche: Cosa vuol dire che l’Istat “aggiorna” le sue stime