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  • Sabato 31 ottobre 2026

Sei milioni di italiani fra poco dovrebbero votare, ma quasi nessuno lo sa

Se siete residenti all'estero e state snobbando le elezioni dei “Comites” dovreste proprio leggere questo articolo

(Getty Images)
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Il 4 dicembre in tutto il mondo c’è un’elezione a cui possono votare più di sei milioni di italiani, ma di cui quasi nessuno conosce l’esistenza. È l’elezione dei Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero: organi consultivi che rappresentano gli italiani all’estero nei rapporti con le ambasciate e i consolati, e che li aiutano a integrarsi nel paese in cui arrivano da immigrati. Nel 2021, alle ultime elezioni, potevano votare circa 5,6 milioni di persone iscritte all’AIRE (Anagrafe italiani residenti all’estero), ma a farlo sono state solo 136mila, meno del 3 per cento delle aventi diritto.

Nel 2026 non ci si aspetta un esito tanto diverso, nonostante la base elettorale sia salita a 6,6 milioni di persone. Questa scarsa partecipazione ha a che fare un po’ con la fisiologica minore partecipazione degli italiani all’estero alla vita politica del loro paese, ma soprattutto con due problemi strutturali: il primo è che sono pochissimi gli italiani all’estero che conoscono i Comites; il secondo è che votare per queste elezioni non è per niente facile. Sono infatti le uniche fra quelle italiane in cui bisogna registrarsi per votare: la scadenza è il 4 novembre.

I Comites sono composti da 12 o 18 membri, che ricoprono l’incarico su base volontaria (cioè non vengono pagati). Ci si candida entrando a far parte di liste civiche che ufficialmente non hanno affiliazione partitica, ma la cui ideologia politica di riferimento è spesso facilmente individuabile. Fino a un terzo dei componenti dei Comites possono essere cittadini stranieri di origini italiane, una possibilità importante per alcune comunità storiche, come quelle in Sudamerica. Dal 2021 al 2026 i Comites attivi nel mondo sono stati 118, fra cui 55 in Europa, 44 nelle Americhe, 10 in Asia e Oceania, 4 in Medio Oriente e 5 in Africa.

Il lavoro dei Comites varia molto in base a dove si trovano. All’organizzazione di eventi culturali, che per alcuni è di gran lunga l’attività principale, molti comitati affiancano un’attività di sostegno burocratico e amministrativo, creando sportelli che aiutano i cittadini italiani a rinnovare i documenti o a riscuotere la pensione. Dopo la Brexit per esempio, in un momento di grande confusione, il Comites di Londra ne aprì uno dedicato alle pratiche necessarie per rimanere nel Regno Unito. Alcuni Comites negli anni hanno anche organizzato corsi di italiano per i figli di cittadini italiani nati all’estero.

Marco Rocchi, che vive a Parigi da dieci anni ed è candidato alle prossime elezioni con la lista Voci e Comunità, dice che entrare nel Comites sarebbe un’occasione per condividere con la comunità italiana quello che si è imparato in anni di vita all’estero, per rendere più facile la vita a chi si è appena trasferito.

In alcune parti del mondo i Comites sono un punto di riferimento imprescindibile. Quello di Johannesburg, in Sudafrica, per esempio, è un tramite fondamentale fra il consolato e i circa 35mila italiani che vivono nella sua circoscrizione, che si estende per 6 delle 9 province del paese, su una superficie di 500mila chilometri quadrati (quasi il doppio dell’Italia). Il suo presidente, Piergiorgio Devalle, racconta che per via di grossi problemi alla connessione internet e un sistema postale praticamente inesistente, per molti italiani il modo più facile per mettersi in contatto con i servizi consolari è rivolgersi al Comites.

Sotto la sua direzione negli ultimi dieci anni il Comites ha promosso collette per sostenere italiani in difficoltà economiche o sanitarie, in un paese che ha livelli di disparità economica molto maggiori di quelli europei e dove l’assistenza sanitaria è privata. Ha anche collaborato alla gestione di una casa-famiglia per bambini allontanati dalle famiglie dopo cause per violenza domestica.

Per Devalle, che abita in Sudafrica dal 1987, le elezioni dei Comites sono organizzate in modo talmente macchinoso che è molto complicato coinvolgere nel voto la popolazione, che già sente sempre meno forte il legame con le istituzioni italiane.

– Leggi anche: Le italiane all’estero che ricevono i documenti per votare col cognome del marito

Le elezioni sono complicate per gli elettori, che oltre a doversi registrare possono votare solo per corrispondenza, compilando un modulo che arriva a casa (se arriva) e rispedendolo al consolato. Ma lo sono anche per i candidati: per presentare una lista infatti devono raccogliere più di 200 firme in un mese e quasi sempre solo in consolato, i cui orari non sono compatibili con quelli di una persona che lavora a tempo pieno (e come si diceva il lavoro nei Comites non è retribuito).

Rocchi per esempio racconta che nel caso del Comites della circoscrizione di Parigi all’inizio si poteva andare a firmare solo fra le 14 e le 17 nei giorni feriali. Su richiesta dei candidati poi il consolato ha aggiunto una sessione straordinaria il sabato mattina e ha organizzato visite fuori dalla capitale per allargare il numero di persone che potevano partecipare. La circoscrizione di Parigi comprende 190mila persone, sparse in 47 dipartimenti (inclusi quelli d’oltremare).

Aggiunge che molti italiani che incontra non hanno idea dell’esistenza del Comites, anche perché il consolato non la segnala ai cittadini italiani che si iscrivono all’AIRE.

Questi sono due principali motivi per cui alle elezioni di questo dicembre in molte circoscrizioni esiste solo una lista di candidati, e anche per cui a ogni elezione il numero dei Comites cambia: quest’anno per esempio i Comites di Tel Aviv e di Gerusalemme non terranno elezioni perché nessuna lista è riuscita a raggiungere il numero minimo di firme.