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  • Sabato 31 ottobre 2026

Le cose che inventò l’horror italiano

I serial killer creativi, gli zombie che corrono, l'associazione tra infanzia e paura, e tante altre idee originate nei film degli anni Sessanta e Settanta

Da Sei donne per l'assassino di Mario Bava
Da Sei donne per l'assassino di Mario Bava
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Molte delle caratteristiche che oggi definiscono i film horror furono inventate o canonizzate dal cinema dell’orrore italiano oltre cinquant’anni fa. E questo nonostante gli horror italiani non siano stati i primi: furono semmai quelli che reinventarono il genere e lo modernizzarono. I film con assassini che uccidono in sequenza, gli omicidi molto efferati e pieni di sangue, il movente psicologico, la ragazza attraente come vittima ricorrente e anche soluzioni molto più tecniche e specifiche vengono da una serie di film italiani incredibilmente influenti nel resto del mondo girati tra gli anni Sessanta e Settanta.

Quello che portò il cinema italiano a espandersi anche verso generi che non appartenevano alla sua tradizione fu un’iniziativa della politica. Nel 1949 il governo italiano cominciò a imporre ai distributori di film stranieri di investire nel cinema nazionale una quota di ciò che guadagnavano dai biglietti venduti sul territorio italiano. Fu un’idea promossa da Giulio Andreotti, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo spettacolo, nata dal fatto che finita la guerra nel paese dominavano il mercato le produzioni straniere, che portavano all’estero gli incassi.

Era una situazione opposta a quella del ventennio fascista, quando l’importazione di film stranieri era limitata e la produzione nazionale incentivata. Si decise quindi che parte degli incassi dei film stranieri sarebbe finita in una serie di fondi speciali e che quei soldi sarebbero stati poi distribuiti alle produzioni nazionali.

Questo aiutò l’industria cinematografica italiana a risollevarsi in fretta ed ebbe molte conseguenze, tra cui quella di renderla particolarmente flessibile. Già nel 1957 uscì il primo horror italiano col sonoro, I vampiri, diretto da Riccardo Freda e con Mario Bava alla fotografia (non accreditato, Bava diresse una parte del film). Era un film derivativo, simile a quelli stranieri e più gotico che horror, e che nonostante il titolo non aveva a che fare con vampiri. Ma proprio a partire da quell’esperienza Mario Bava sarebbe diventato il regista che più di tutti avrebbe cambiato il genere, reinventandolo negli anni successivi e con un successo crescente all’estero.

In diversi paesi, come per esempio gli Stati Uniti, le regole di autocensura valevano infatti solo per le produzioni nazionali, che quindi non potevano essere troppo violente. Quelle straniere sì, e non avevano problemi a essere distribuite.

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Gli horror italiani erano completamente diversi da tutto quello che si vedeva negli altri paesi. Ogni regista aveva le sue peculiarità, ma quello che li accomunava era che lo stile era più importante della sostanza. I loro erano horror che oggi definiamo “stilizzati”, in cui cioè non importa se qualcosa è sbagliato o implausibile, perché conta molto di più il suo impatto visivo. L’esempio più evidente è il colore del sangue, sempre di un rosso molto vivace e acceso, quindi inverosimile, ma perfetto per i contrasti cromatici. E lo stesso approccio valeva per le storie, che prima di tutto dovevano essere estremamente efferate.

Nel 1964 per esempio Mario Bava girò Sei donne per l’assassino, il film che canonizzò l’idea di un serial killer misterioso che uccide vittime in serie, ogni volta con omicidi creativi ed elaborati. In precedenza se qualcuno moriva in un horror di solito lo faceva senza troppa inventiva: la morte in sé non era centrale nell’esperienza di paura. Per gli horror italiani invece sì, e nei decenni successivi anche per molti altri film, come Saw – L’enigmista o Final Destination.

Deriva da Sei donne per l’assassino anche il luogo comune dell’assassino con guanti neri e impermeabile scuro che uccide con un coltello. Oggi è meno frequente, ma all’epoca era il tratto distintivo per eccellenza di quei film (all’estero chiamati “Italian giallo”) e a lungo è stata una caratteristica imitata.

Negli anni successivi ci furono altri registi, come Lucio Fulci o Sergio Martino, che a partire da queste idee inventarono molte altre convenzioni. Nei film di Fulci per esempio originò la dimensione onirica dell’orrore (da cui poi gli americani prenderanno ispirazione per la serie Nightmare); in quelli di Martino, come Torso, venne canonizzata la dinamica alla base dello slasher, quello in cui una ragazza (bella) deve fuggire da un assassino che uccide tante vittime, fino allo scontro finale in cui lei sconfigge lui. I film horror italiani inventarono un’altra caratteristica cruciale: legare la paura, i mostri, il sangue e la violenza al sesso. Sia il sesso nella pratica (le nudità o gli atti sessuali) sia quello suggerito ed esplicitato con vittime avvenenti e provocanti.

Come detto gli horror italiani erano distribuiti nei cinema di tutto il mondo, magari non in tante sale e sempre con titoli internazionali, anche perché appositamente avevano spesso protagonisti stranieri ed erano girati in inglese. La nascita del mercato home video li fece circolare ancora di più. Le società che distribuivano VHS avevano bisogno di farsi dei cataloghi e gli horror italiani erano il genere perfetto, proprio per il legame tra l’esperienza casalinga e le emozioni forti e un po’ proibite, come la paura e il sesso.

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A partire dalla fine degli anni Settanta molte industrie cinematografiche, come quella statunitense, si adeguarono e riutilizzarono tutto quello che il cinema horror italiano aveva canonizzato. Per esempio, il film di Bava del 1971 Reazione a catena fissò tre luoghi comuni incredibilmente influenti per gli horror degli anni Ottanta: la soggettiva dell’assassino, cioè il fatto di vedere certe scene con gli occhi di chi uccide; il campeggio o gruppo di persone isolato che è vittima dell’assassino nella sequenza d’apertura (si trova anche in Lo squalo, per fare un esempio); e il legame tra infanzia e orrore.

Sono caratteristiche che nascono lì, ma che poi fu Dario Argento a rendere famosissime. I suoi film degli anni Settanta arrivarono quando l’ondata di horror italiani era già avviata ed erano fondati su quella rivoluzione stilistica. Ne conservarono praticamente tutti gli elementi (traumi, assassini, sesso, infanzia, coltelli, guanti neri, musiche, stile e colori), ma furono anche la versione perfezionata di quei film, con un’eccezionale perizia tecnica e grandi invenzioni di scrittura. Furono i film che più di tutti ebbero successo internazionale e quindi influenzarono altri registi.

Nel 1978 uscì Halloween, il film a bassissimo budget di John Carpenter, che si apriva con una scena molto famosa: un omicidio con il coltello, efferato e in soggettiva, cioè dal punto di vista dell’assassino. Solo alla fine lo spettatore scopre che è un bambino in un costume da pagliaccio. Tre anni prima un bambino e un coltello erano stati la chiave di Profondo rosso, il film più noto di Argento. Che a sua volta si era ispirato a Reazione a catena, in cui i bambini sono legati all’omicidio anche se non ancora alla paura o alla tensione. Fu sempre Profondo rosso a fissare l’associazione tra canzoncine infantili e paura, e da lì in poi elementi associati all’innocenza dell’infanzia sarebbero diventati elementi tipici del cinema dell’orrore.

Profondo rosso, inoltre, ispirandosi a L’esorcista, aveva stabilito con forza ancora maggiore di quel film l’associazione tra la tensione della paura e il rock, con la colonna sonora scritta dal gruppo progressive italiano dei Goblin. Argento infatti fu anche uno sperimentatore, e benché esistessero già horror d’autore, con caratteristiche da cinema più sofisticato, nel 1977 girò forse quello più radicale per l’epoca: Suspiria. Per girarlo coinvolse il direttore della fotografia Luciano Tovoli, che aveva già lavorato con Michelangelo Antonioni a Professione: reporter, assieme al quale realizzò un film di colori, psichedelia e sottotesti psicologici intorno alle streghe.

I cambiamenti dell’industria del cinema italiano negli anni Ottanta e l’uscita dal mondo del cinema di alcune figure chiave dell’horror italiano portarono alla fine di quell’ondata e per certi versi proprio alla fine della produzione di massa di genere in Italia. Le ultime grandi invenzioni dell’horror italiano risalgono al 1980. Una si trovava in un film che non era un horror in senso stretto, l’estremo Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, all’epoca uno dei film più censurati al mondo. Era la storia di un gruppo di esploratori che finiscono preda di una tribù di cannibali, raccontata però attraverso le immagini girate dai personaggi sul campo con cineprese amatoriali: lo spunto alla base del genere found footage, reso famoso da The Blair Witch Project venti anni dopo.

La seconda invenzione era contenuta in Incubo sulla città contaminata di Umberto Lenzi, che rivedeva gli stereotipi dei film sugli zombie, trasformandoli da morti che escono dalle tombe e si muovono lentamente a infetti che corrono. L’idea di ambientazione in una città contaminata da un’infezione che si trasmette con sangue o morsi, e che rende le persone dei esseri rabbiosi che inseguono le vittime, fu ripresa nel 2002 in 28 giorni dopo di Danny Boyle ed è stata estremamente influente, sostituendo di fatto il luogo comune degli zombie che si trascinano lenti e goffi.

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