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  • Sabato 31 ottobre 2026

Chi è Gadi Eisenkot, l’ex generale che vuole chiudere l’era Netanyahu

Sulle guerre di Israele ha idee simili al primo ministro, ma su altri temi – come le colonie – sta un po’ più al centro

Gadi Eisenkot saluta i sostenitori dopo la diffusione dei primi exit poll, Tel Aviv, Israele, 27 ottobre (AP Photo/Baz Ratner)
Gadi Eisenkot saluta i sostenitori dopo la diffusione dei primi exit poll, Tel Aviv, Israele, 27 ottobre (AP Photo/Baz Ratner)
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Gadi Eisenkot è un ex generale che si è preso l’incarico di interrompere lo strapotere continuo esercitato dall’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu sulla politica israeliana. Netanyahu guida il partito più importante della destra in Israele, il Likud, da 33 anni. È primo ministro, con un paio di intervalli, da 19 anni e può contare sull’appoggio di una larga parte dell’elettorato, che lo considera l’unico leader in grado di provvedere alla sicurezza dello stato di Israele. 

Il momento decisivo per Eisenkot e il suo progetto di scalzare Netanyahu dal posto di primo ministro è arrivato martedì 27 ottobre con le elezioni parlamentari che dovrebbero decidere chi sarà il prossimo primo ministro. Il blocco di partiti di Eisenkot però ha ottenuto 48 seggi e quello di Netanyahu 53. Questo vuol dire che ora l’ex generale deve affrontare una fase di negoziati difficili per mettere insieme una maggioranza che al momento non ha. 

Questi negoziati tra partiti sono la specialità del suo avversario Netanyahu, che giovedì il Wall Street Journal ha definito un «Houdini politico», come il celebre illusionista di inizio Novecento che si faceva buttare in acqua con i piedi e le mani incatenate dentro una cassa e riemergeva vivo, libero e con nonchalance. 

Quando la sera del 27 ottobre sono usciti gli exit poll che lo davano in vantaggio, Eisenkot si è presentato in pubblico e ha detto con ottimismo ingiustificato che «una cosa è già chiara: questa sera Netanyahu si ritrova di fronte a una maggioranza sionista e nazionale più ampia e più forte della sua. Una maggioranza netta nell’insieme dell’opinione pubblica, e tra chi presta servizio e chi lavora». Non era così. 

Gadi Eisenkot dopo i primi risultati degli exit poll, Tel Aviv, 27 ottobre (EPA/ATEF SAFADI via Ansa)

Eisenkot ha 66 anni ed è un mizrahi, una parola in lingua ebraica che indica gli ebrei originari del Medio Oriente e del Nord Africa e i loro discendenti. I suoi genitori erano ebrei poveri che vivevano in Marocco. Il suo essere un ex generale e capo di stato maggiore non lo rende speciale, perché nella politica israeliana è un fatto abbastanza comune. Lo rende però meno vulnerabile agli attacchi della destra, che vorrebbe dipingere chiunque non sia Netanyahu come un debole che non sa cavarsela davanti alle minacce. 

Un figlio di Eisenkot e due suoi nipoti sono stati uccisi in combattimento da Hamas nella Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre e anche questo lo protegge dalla retorica dell’estrema destra, che tende a etichettare gli avversari politici come amici, complici o comunque facilitatori dei terroristi. 

Gadi Eisenkot abbraccia i suoi familiari al funerale del figlio Gal Meir Eisenkot, 8 dicembre 2023 (Alexi J. Rosenfeld/Getty Images)

Eisenkot è anche l’autore della cosiddetta dottrina Dahieh, che prende il nome dal quartiere a sud di Beirut controllato dalla milizia libanese Hezbollah. Questa dottrina punitiva dice che in caso di guerra gli aerei israeliani non dovrebbero bombardare soltanto obiettivi di Hezbollah, ma comportarsi come se ci fosse una guerra aperta contro l’intero Libano e quindi distruggere anche le infrastrutture civili che fanno funzionare il paese, a cominciare dall’aeroporto internazionale. 

Durante i comizi Eisenkot ha un modo di parlare monotono e piatto; non ci sono crescendo, non cerca frasi a effetto. Non ascolta i consigli degli specialisti di campagne politiche assunti per aiutarlo.

La sua incapacità come oratore è in netto contrasto con l’abilità nel dare discorsi in pubblico di Netanyahu, al punto che il giornale britannico Guardian lo ha definito unBibi, cioè un non-Bibi, dove Bibi è il soprannome di Netanyahu. Ma è da vedere se questo sia davvero uno svantaggio. La figura di Eisenkot è quella del veterano che si è offerto alla politica per aggiustare la situazione. È come se dicesse: non sono qui per eccitare le piazze, sono diverso da quello lì. 

Eisenkot se la cava male con l’inglese e per questo è stato deriso dagli avversari durante la campagna elettorale. Questo suo punto debole è diventato anche il simbolo di una mancanza di connessione con il presidente statunitense Donald Trump, che ha ancora due anni di mandato, può prendere decisioni che condizionerebbero in modo pesante la vita in Israele e ha un rapporto personale e privilegiato con Netanyahu. 

Il luogo comune vuole che in fondo poco cambierà se il prossimo primo ministro di Israele sarà Eisenkot o Netanyahu. Ma il fatto che gli arabi israeliani si siano presentati in massa alle elezioni per offrire il loro sostegno al blocco anti Netanyahu – che per ora non lo ha accettato – suggerisce che il luogo comune potrebbe essere, appunto, soltanto un luogo comune. 

Eisenkot è contrario alla nascita di uno stato palestinese e approva l’esistenza di colonie israeliane in Cisgiordania, sebbene siano illegali per il diritto internazionale. Ha però anche detto che vuole smantellare gli avamposti dei coloni che sono considerati illegali anche dalla legge israeliana, e a proposito degli attacchi dei coloni contro i palestinesi parla in modo esplicito di «terrorismo ebraico».

Rispetto alle posizioni attuali del governo, che include ministri estremisti come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, è un cambiamento. 

Una cittadina palestinese vota alle elezioni in un seggio di Umm al-Fahm, Israele, 27 ottobre (AP Photo/Mahmoud Illean)

Su Gaza le differenze tra Eisenkot e Netanyahu riguardano soprattutto i negoziati con gli ostaggi: l’ex generale, che nel 2023 era nel gabinetto di guerra, avrebbe accettato di sospendere la guerra in cambio della liberazione di tutti gli israeliani sequestrati da Hamas il 7 ottobre. Un’altra differenza riguarda il cosa fare adesso. 

Eisenkot ha ridicolizzato le dichiarazioni di Netanyahu che negli anni dopo il 7 ottobre ha parlato di «vittoria totale» contro Hamas come obiettivo di Israele nella Striscia di Gaza. L’ex generale pensa che l’espressione «vittoria totale» sia soltanto un trucco retorico e che invece sia necessario un approccio pragmatico in più fasi. Hamas dovrebbe cedere le armi anche in modo graduale perché la sua eliminazione totale non è realistica, una nuova autorità dovrebbe prenderne il posto, l’esercito israeliano dovrebbe ritirarsi da Gaza e i coloni che sognano di fondare colonie dentro la Striscia dovrebbero essere fermati.

Sulla questione della comunità degli ultraortodossi, che vivono grazie ai sussidi pagati con le tasse degli altri israeliani, rifiutano il servizio di leva e non insegnano ai figli scienze, inglese e matematica, Eisenkot ha detto che imporrà un servizio di leva universale, quindi anche per loro. 

Inoltre, ha dichiarato che renderà obbligatorio lo studio delle materie scientifiche, in modo che la comunità ultraortodossa, che sta diventando sempre più numerosa, non si autoescluda dal mondo del lavoro.