Che ne sarà ora dei lavoratori dell’ex ILVA di Taranto
L'azienda ha già chiesto di estendere la cassa integrazione per quasi tutti: rimangono molte incertezze
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La sentenza della Corte di Cassazione che impone la chiusura dell’area a caldo dell’ex ILVA di Taranto ha aggravato di molto la situazione già complicata dei circa ottomila operai dello stabilimento e dei lavoratori dell’indotto, le imprese esterne che lavorano per l’azienda. Il governo si è impegnato a garantire la continuità produttiva dell’ex ILVA e a tutelare i dipendenti, ma Acciaierie d’Italia (come si chiama ora l’azienda) ha già chiesto la cassa integrazione per la maggior parte di loro, e le incertezze sul futuro degli stabilimenti del gruppo sono parecchie.
Chiudere l’area a caldo, l’impianto più importante dello stabilimento ma anche il più inquinante, significa fermare quasi del tutto la produzione. Lì avveniva la lavorazione delle materie prime grezze per trasformarle in acciaio: ne fanno parte gli altiforni, dove avviene materialmente la fusione: a Taranto ne era rimasto attivo solo uno su quattro, che dall’8 ottobre era stato lasciato in “condizione di riscaldo”, dunque non in piena attività ma quanto bastava per evitare uno spegnimento definitivo, che avrebbe danneggiato permanentemente l’impianto.
La Cassazione ha stabilito che ora debba essere spento pure quello. I tempi dello spegnimento dovranno essere definiti a breve dai commissari. La produzione all’ex ILVA di Taranto è in realtà ferma da settimane, da quando è stato avviato il preriscaldo dell’impianto, e i lavoratori in cassa integrazione erano già più di 3.800 su un totale di 7.875.

Lavoratori dell’ex ILVA e dell’indotto durante la mobilitazione indetta dai sindacati a Taranto contro i licenziamenti collettivi, 14 settembre 2026 (ANSA/ ANGELO INGENITO)
A metà ottobre Acciaierie d’Italia, che è gestita in amministrazione straordinaria da commissari del governo, aveva quindi annunciato di aver chiesto di estendere la cassa integrazione a 8.622 dipendenti del gruppo (che ha stabilimenti anche nel Nord Italia) su un totale di 9.626, in vista della sentenza della Cassazione. La Cassazione ha poi confermato la sentenza della Corte d’appello di Milano, che a luglio aveva stabilito che l’area a caldo dovesse chiudere entro la fine di ottobre. Acciaierie d’Italia aveva impugnato questa decisione portando il processo fino all’ultimo grado di giudizio.
La cassa integrazione estesa riguarda poco meno di settemila lavoratori solo a Taranto: ne resterà in servizio circa un migliaio, principalmente per le attività di sicurezza e vigilanza nello stabilimento.
La decisione definitiva dovrà essere presa in un incontro al ministero del Lavoro insieme ai rappresentanti dell’azienda e ai sindacati, ma i lavoratori sono già molto preoccupati. «Sono a pezzi, è stata una doccia fredda» ha detto Ivan Portulano, operaio a Taranto, al Corriere del Mezzogiorno. «Noi viviamo il presente che consiste solo nella cassa integrazione. Tutto il resto è fatto di cose che ti fanno vivere nell’incertezza». È una riflessione condivisa anche da altri lavoratori dell’ex ILVA intervistati in questi giorni dai giornali locali.
Dopo la sentenza della Cassazione il presidente della Puglia Antonio Decaro ha chiesto di istituire un fondo statale per la formazione e il ricollocamento di circa 20mila lavoratori dell’ex ILVA, tra dipendenti e indotto, e di bloccare i licenziamenti collettivi dell’indotto fino al 30 giugno 2027. Le imprese dell’indotto avevano già detto che avrebbero licenziato migliaia di dipendenti: i rappresentanti sindacali hanno chiesto di nuovo in questi giorni l’intervento del governo.
Il governo aveva già stanziato 187 milioni di euro per finanziare ammortizzatori sociali e altre misure per i lavoratori dell’ex ILVA con un decreto-legge approvato due settimane fa, dopo giorni di scioperi in tutti gli stabilimenti del gruppo. Le risorse servono per coprire la cassa integrazione al 70 per cento di tutti i dipendenti e per i 4.200 lavoratori delle imprese dell’indotto che abbiano realizzato almeno il 50 per cento del fatturato con Acciaierie d’Italia nel biennio precedente. Il decreto stabilisce poi che i lavoratori dell’indotto siano inseriti in programmi di ricollocamento e che quelli dell’ex ILVA possano partecipare a lavori di pubblica utilità sul territorio. Sono previsti anche sgravi e contributi fino a 20mila euro a lavoratore per le aziende che assumeranno a tempo indeterminato i lavoratori dell’ex ILVA.
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Il 27 ottobre a Palazzo Chigi c’è stato un incontro con i sindacati durante il quale il governo ha ribadito l’intenzione di portare avanti il piano di “decarbonizzare” l’ex ILVA, cioè passare a sistemi di produzione dell’acciaio meno inquinanti del carbone, e così far proseguire la produzione negli stabilimenti. Concretamente significa sostituire gli altiforni a carbone (non più in funzione) con forni elettrici e quindi consumare molta più energia elettrica.
È una direzione obbligata per l’ex ILVA ma tutto dipenderà anche da cosa deciderà di fare l’eventuale compratore dell’azienda, che il governo sta cercando di vendere da tempo senza successo. Nei mesi scorsi il governo e i commissari dell’ex ILVA avevano avviato trattative con due possibili acquirenti, il gruppo indiano Jindal e quello statunitense Flacks. Più di recente si erano fatte avanti 14 imprese italiane, interessate a comprare tutti gli stabilimenti dell’ex ILVA tranne l’area a caldo di Taranto: e quindi quelli di Genova, Novi Ligure e Racconigi, oltre all’area a freddo di Taranto.
L’area a freddo è quella in cui, una volta che si è solidificato l’acciaio, viene lavorato e trasformato in lamiere, in bramme (grosse lastre), in tubi, a seconda delle destinazioni. Gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi sono a freddo: finora hanno lavorato l’acciaio prodotto nell’area a caldo di Taranto ma l’intenzione del governo, assicurata ai sindacati la scorsa settimana, è quella di comprare rotoli d’acciaio dall’estero così da poter mantenere attivi gli stabilimenti. Secondo i piani i primi rotoli dovrebbero arrivare a gennaio, nel frattempo sia a Novi Ligure che a Genova parte dei lavoratori resterà in cassa integrazione per varie settimane.
Il prossimo incontro a Palazzo Chigi per parlarne è fissato per l’8 novembre, data ultima per presentare le offerte di acquisto del gruppo. Intanto, secondo varie informazioni raccolte dai giornali, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha già incontrato i rappresentanti di grandi aziende tra cui Leonardo, Ferrovie dello Stato, Fincantieri e Rheinmetall per sondare con loro la possibilità che assumano i lavoratori dell’ex ILVA che potrebbero essere licenziati con il passaggio di proprietà e la chiusura dell’area a caldo.
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